giovedì, Luglio 18

Europa: 50 anni di terrorismo

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Anche Barcellona nel target dell’estremismo jihadista. L’attentato delle 17 di ieri sulle Rambla, immediatamente rivendicato dall’ISIS, ha causato almeno 13 morti e più di 100 feriti. Cambi di tattiche e più attenzione ai dettagli in quello che sembra un attentato con una linea strategica differente rispetto agli altri.

Il terrorismo ad oggi è certamente una delle maggiori minacce alla sicurezza nazionale del ventunesimo secolo, una minaccia che non è rimasta invariata negli anni ma che comprende un insieme di azioni, attentatori e fedi, attori esterni, tattiche di reclutamento. La doppia faccia del terrorismo rivela connessioni con insurrezioni, guerriglie ideologiche, etniche e religiose. Il report di Anthony H. Cordesman del Center for Strategic and International Studies mette in risalto il quadro generale del terrorismo internazionale fino alla fine dello scorso anno. L’analisi copre i trend regionali, globali e nazionali comparandoli con fonti di diversa provenienza.

Non c’è un metodo universale per categorizzare la violenza, la misura in cui aumenta o le priorità che dovrebbe avere il sistema di sicurezza di ogni Nazione, soprattutto dinanzi ad un fenomeno dinamico come questo. Dal terrorismo in Afghanistan e in Iraq a quello in Nord Africa, nel Medio Oriente , nell’Africa sub-Sahariana. Secondo i trend presi in considerazione dagli analisti, la minaccia attuale dell’estremismo islamico potrebbe espandersi velocemente nel resto dell’Asia. Il fattore di maggior traino è proprio il credo ideologico, ma seguono tensioni popolari, etniche, Governi corrotti, un’economia a rilento e problemi di occupazione. Nessun area è immune da tensioni e instabilità e conseguentemente, dalla minaccia terroristica.

Riguardo l’Europa orientale ed occidentale, i trend analizzati da Cordesman prendono in considerazione dati differenti tra cui quelli del Global Terrorism Database (GTD) che raccoglie gli attacchi terroristici dal 1970 ad oggi, messo a punto dal National Consortium for the Study of Terrorism and Responses to Terrorism (START) presso l’Università del Maryland, negli USA; dati anche dal database IHS Jane, ma anche dal report annuale sul terrorismo pubblicato dall’Europol e dall’Unione Europea, l’unica fonte utile al momento che fornisce dati ufficiali declassificati. Se si da un’occhiata soltanto ai dati START relativi all’area europea (in cui è inclusa anche la Russia), si nota che l’impatto del terrorismo raggiunge il picco negli anni ’70. Il secondo picco in corrispondenza degli attacchi terroristici nei Balcani, della violenza in Palestina e del terrorismo in Russia e nell’ex Unione Sovietica nel 1991; il trend sale ancora per la terza volta nel biennio 2014-2015 con l’avvento dell’estremismo islamico e del terrorismo in Ucraina.

Altre analisi mostrano che la minaccia terroristica, sia negli USA che nell’Europa occidentale, è stata limitata dal 2011 in poi, rispetto alla sua crescita, invece, nelle altri parti del mondo, soprattutto dove l’azione dei Jihadisti si fa sempre più forte. Ma come scrive Cordesman, fare comparazioni territoriali è molto difficile, poiché, alcuni concetti territoriali differiscono da fonte a fonte. Ad esempio, alcune considerano la Russia ed altre parti ad est all’interno dell’area europea; al contrario di altre.

I dati forniti dallo START relativamente all’Europa occidentale, mostrano una crescita degli attacchi dopo il 2010, più che altro dovuta all’espansione del violento estremismo islamico e alla sempre più potente azione dell’ISIS con un nuovo picco nel biennio 2015-2016. I Paesi più colpiti da questa celebre ondata di terrore sono stati Belgio, Francia, Germani e Regno Unito. A dover essere citata anche la Turchia che tra agitazioni, contrasti politici e separatismo curdo è divenuta un bersaglio centrale degli attacchi. Il report si riferisce agli anni ’70, agli ultimi anni ’80 e alla prima metà dei ’90, con un ultimo picco dal 2015.

Ma se consideriamo, invece, i dati che pubblica il database IHS, le stime appaiono diverse. Così anche i dati forniti dall’Europol, citano differentemente una correlazione tra terrorismo e mancanza di lotta al terrorismo in altre aree del mondo, distinguendo altresì tra violenza estremista islamica e altre forme di terrore. Per fare alcuni esempi, secondo le analisi, nel 2016 sono stati riportati da otto Stati membri 142 attacchi falliti, sventati o portati a termine. A guadagnare il primo posto nella segnalazione di più della metà di questi è stato il Regno Unito; la Francia ne ha riportati 23, l’Italia 17, la Spagna 10, la Grecia 6, la Germani 5, il Belgio 4 e l’Olanda 1.

Dei 142, 47 attacchi sono stati ultimati. Gli Stati dell’UE hanno riportato 142 morti per gli attacchi terroristici e 379 persone sono rimaste ferite. I 142 attacchi continuano la tendenza decrescente che ha avuto inizio nel 2014, quando gli episodi arrivarono a 226 e nel 2015, 211. Sono stati gli attentati jihadisti a causare pressoché tutte le vittime e la maggiorparte dei feriti riportati. Il numero degli attacchi jihadisti è diminuito da 17 nel 2015 a 13 nel 2016, 6 dei quali sono risultati in connessione con l’autoproclamatosi Stato Islamico. Ma anche qui, in merito ai collegamenti con il tipo di affiliazione, c’è qualche inevitabile imprecisione; il Regno Unito, infatti, non ha fornito dati completi sugli attacchi.

Il più grande numero di attacchi nei quali è stato possibile verificare l’affiliazione terroristica, sono stati realizzati da estremisti separatisti ed etno-nazionalisti. Dal 2014, si hanno dati relativi agli attacchi compiuti invece dall’ala estremista di sinistra e che hanno raggiunto un totale di 27, la maggior parte dei quali riportati dall’Italia.

Riguardo ai metodi usati, nel 40% dei casi sono stati usati ordigni esplosivi, mentre l’uso di armi da fuoco è calato di molto, da 57 nel 2015 a sei casi nel 2016.

A prescindere dagli etno-nazionalisti e dagli estremisti di sinistra, in Europa si è registrato un aumento della violenza da parte di individui di estremista di destra, soprattutto se consideriamo gli ultimi due anni. Bersaglio di questi episodi di violenza sono per lo più etnie minoritarie e richiedenti asilo. Ma quando si parla di simili violenze, non le si qualifica nell’area del terrorismo e, quindi, non sono riportate dagli Stati membri dell’UE.

La maggior parte degli arresti sono correlati a terroristi jihadisti per i quali il numero è salito per la terza volta consecutiva: 395 nel 2014, 687 nel 2015 e 718 nel 2016. Gli arresti degli estremisti di sinistra e dei separatisti hanno subito, invece, un calo della metà rispetto a quelli del 2015; da 67 e 168 nel 2015 a 31 e 84 nel 2016. Quelli dei terroristi di destra sono rimasti, invece, bassi come all’inizio: 12 nel 2016, solamente uno in più rispetto all’anno prima. Come si legge nel report del CSIS, la Francia è l’unico degli Stati europei in cui il numero totale degli arresti continua ad aumentare: da 238 nel 2014, si è passati a 424 nel 2015 e a 456 nel 2016.

Parlando sempre di arresti, quasi un terzo delle persone arrestate ha 25 anni se non di meno. Solo uno su dieci è un ultra quarantenne, ma parliamo del 9% dei casi. Gli arresti per attività connesse al terrorismo, tra cui anche la preparazione degli attentati, il finanziamento e l’assistenza nell’esecuzione degli stessi sono diminuiti dal 2015 al 2016 passando da 209 a 169. Bersaglio della lotta al terrorismo, anche chi ha raggiunto le zone di conflitto per fini terroristici; gli arresti, in tal caso e similarmente a prima, hanno subito una diminuzione, da 141 nel 2015 a 77 nel 2016. Stesso discorso per gli arresti di chi è tornato da Siria e Iraq, le due aree di espansione e controllo dell’ISIS: da 41 nel 2015 a 22 nel 2016.

L’Europol indica anche delle mancanze nel riportare tali attacchi di alcune Nazioni e regioni territoriali specifiche. La minaccia jihadista non risulta essere percepita in egual misura tra gli Stati membri, probabilmente, come si legge nel report, perché alcuni di questi non si sono confrontati in prima persona con tali episodi di violenza. Tale evidenza costituisce un problema di non poco conto, poiché, queste aree potrebbero essere le prescelte aree di transito per i foreign fighters ed i jihadisti stessi. I rischi aumentano in relazione anche ad altri fattori, come gli insulti percepiti dalla cominità islamica. La Svizzera, ad esempio, che non è nell’UE, né nella coalizione anti IS, è conscia del fatto che la sua vicinanza culturale e non solo alle Nazioni occidentali, la rende vulnerabile dinanzi alla minaccia jihadista.

In corrispondenza della crescente pressione della coalizione sull’ISIS e delle misure di prevenzione divenute più efficaci, l’IS si è adattato nell’affinare le tattiche di reclutamento. Recentemente, il Califfato, ha infatti comunicato che perpetrare un attacco terroristico in Occidente è preferibile rispetto a viaggiare per unirsi all’IS nelle zone di conflitto.

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