giovedì, Dicembre 12

Europa 2035 secondo l’UE Demografia, crescita, globalizzazione, clima, disuguaglianza: punti al centro del report del Parlamento Europeo. Nel 2035 l’UE non sarà tra la tre grandi economie del mondo

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Il Parlamento Europeo, tramite l’ausilio del suo centro di ricerca interno e think tank, l’EPRS (European Parliamentary Research Service), ha stilato un nuovo rapporto: ‘Global Trends to 2035. Economy and Society’.

La missione dell’EPRS – come si legge nel pagina web dedicata– è quella di fornire ai deputati del Parlamento europeo un’analisi indipendente, obiettiva e autorevole delle questioni politiche relative all’Unione Europea al fine di assisterli nel loro lavoro parlamentare e l’ultimo rapporto dato alle stampe va proprio in questa direzione.

Lo studio analizza le tendenze globali attuali e future nei settori dell’economia e della società fino al 2035. Tale lavoro cerca di portare avanti ed integrare, in base ai cambiamenti verificatisi in questi anni su più livelli, le analisi e i trend riportati dal report dell’ESPAS (European Strategy and Policy Analysis System), nel 2015, e da uno studio del CEPS (Centre for European Policy Studies) datato 2013. Affronta, poi, anche le potenziali implicazioni politiche di tali tendenze per l’Unione Europea.

Continua, anche se lenta e gradualmente in decelerazione, crescita della popolazione e rapida convergenza economica dei mercati emergenti: sono le due tendenze consolidate,  individuate dall’ERPS, il cui effetto combinato potrebbe  far sì che, nel 2035, l’ ‘UE-27’ (dunque, un’Unione già ‘brexitizzata’) non sia tra le tre più grandi economie mondiali, nonostante la crescita pro-capite continui ad aumentare lentamente in Europa. A ridurre il peso relativo dell’UE nelle dinamiche socio-economiche mondiale, inoltre, concorrerebbe il fatto che, per molti Stati membri, il mercato interno potrebbe diventare meno importante di quello globale, aumentando il rischio del rafforzamento di spinte centrifughe, cioè tendenze autonomistiche, come, in parte, sta già accadendo. A giocare, poi, un ruolo determinante nella partita economica internazionale saranno Cina  e India, due grandi potenze emergenti, dalle cui scelte e posizioni dipenderà l’ordine economico mondiale.

Partendo da questi presupposti, il rapporto suddivide l’analisi su economia e società future in grandi tematiche: demografia, crescita, globalizzazione, cambiamento climatico e disuguaglianza.  Proviamo, dunque, ad analizzarle.

DEMOGRAFIA

Secondo l’ERPS, le proiezioni più recenti suggeriscono che, seppur in maniera moderata, la crescita della popolazione mondiale continuerà. La previsione delle Nazioni Unite utilizzata dal CEPS nel 2013 conteneva tre varianti, la più bassa delle quali faceva notare che la popolazione globale potrebbe smettere di aumentare intorno al 2035. Tuttavia, ultime analisi non confermano tale dato sulla popolazione globale. Infatti, la variante media delle ultime proiezioni stilate dall’ONU, prevede che la popolazione mondiale salirà a oltre 8.7 miliardi entro il 2035 e continuerà a crescere a poco meno dell’1% all’anno fino alla fine di questo secolo. L’aumento tra oggi (circa 7,2 miliardi di persone) e il valore atteso per il 2035 – riporta il think tank del Parlamento Europeo – sarebbe di circa 1,5 miliardi, quasi l’equivalente dalla popolazione della Cina, la cui fine della politica del figlio unico non influirebbe su questi dati. Inoltre, tutto questo aumento dovrebbe registrarsi al di fuori dei Paesi OCSE e dell’Asia orientale.

Bassi tassi di fertilità e continuo aumento della longevità hanno portato ad un incremento del rapporto vecchiaia-dipendenza. L’indice di dipendenza strutturale è un indicatore di rilevanza economica e sociale: rappresenta il numero di individui non autonomi per ragioni demografiche (quelli di età inferiore 14 anni e di età superiore ai 65) ogni 100 individui potenzialmente indipendenti (età 15-64). L’old-age dependency ratios’, dunque, misura il numero di anziani come percentuale di quelli in età lavorativa e, dato l’aumento della longevità, aumenterà drasticamente nella maggior parte dei Paesi nei prossimi anni. Già nel 2009, il ‘The Economist’ faceva notare come questo dato crescerà nell’arco di prossimi 40 anni e che l’Italia, dopo Giappone e Germania, sarà il Paese in cui crescerà maggiormente questo indice, all’interno di un Unione Europea che nel 2050 avrà 148.4 milioni di anziani a fronte degli 84.6 registrati nel 2008.

L’aumento generale del costo di tutti gli aspetti dell’invecchiamento, compresa l’assistenza sanitaria, è stimato ammontare a circa il 2% del PIL entro il 2060.

CRESCITA

Per quanto riguarda la crescita economica, invece, non ci sono indicazioni che questa si interromperà bruscamente, ma bisogna distinguere tra economia attuale ed economia futura, cioè tra quella guidata dai Paesi dell’OCSE e quella dei Paesi emergenti. Il tasso di crescita della prima, infatti, è stabile all’1,4%, tanto nel quinquennio passato, 2013-2017, che in quello futuro 2018-2022. I mercati emergenti, invece, fanno registrare un tasso di crescita pro-capite del 3,1% nel primo quinquennio e, addirittura, del 3,6% nel secondo. In realtà, sono pochi i Paesi compresi in questo quadro di economie emergenti ed una spinta sostanziosa è data dalla prepotente crescita della Cina.

Questa analisi a breve termine, però, non è valida per quella sul medio raggio. Infatti, fino alla fine degli anni ’90, il tasso di crescita pro capite delle economie dell’OCSE era pari, se non superiore, a quello del resto del mondo. Tutto ciò è cambiato negli anni successivi che, per lo più, sono stati guidati inizialmente dalla Cina e, poi, dall’Asia in generale. All’interno delle economie emergenti vi sono differenze. Tra i BRICS, infatti, solo la Russia avrà un PIL pro capite superiore a metà di quella dell’UE, mentre il Brasile è previsto che rimanga al suo attuale livello di PIL pro capite sempre rispetto alla UE. La Cina, invece, raddoppierà il suo PIL pro capite dagli attuali 10.000 a 21.000 dollari entro il 2035, ma rimane appena al di sotto del 50% del valore UE. Allo stesso modo, l’India raggiungerà un sostanziale miglioramento relativo, raggiungendo il 20% del reddito medio UE. Nell’Africa sub-sahariana, invece, nonostante notevoli tassi di crescita, il PIL pro capite, in media, rimarrà basso.

Per quanto riguarda le proiezioni a lungo termine, queste si basano sostanzialmente su due fattori chiave della produzione: capitale fisico e umano e conoscenza. I tassi di istruzione e scolarizzazione saranno una variabile fondamentale per consentire una rapida crescita delle economie emergenti e dei Paesi sottosviluppati.

La rapida crescita delle economie emergenti non dovrebbe rappresentare un problema per l’economia dell’UE. Una classe media in espansione e alti livelli di investimento continui nelle economie emergenti dovrebbero avvantaggiare l’industria europea, specializzata in investimenti di alta qualità e beni di consumo. Decisivo sarà l’apporto per implementare la ricerca e lo sviluppo in alcune tecnologie chiave, come le IT (Information Technology), per le quali è probabile che l’economia europea continuerà a rimanere indietro, rispetto sia agli Stati Uniti che alla Cina.

GLOBALIZZAZIONE

Il rapporto del Parlamento Europeo parla di globalizzazione vulnerabile’ che, nel senso tradizionale, potrebbe aver raggiunto il picco in termini di volume degli scambi rispetto al PIL. Per diversi anni, infatti, i volumi degli scambi sono diminuiti e a ciò non giova il fatto che, con il suo protezionismo, Donald Trump sta sfidando, quasi da solo, il sistema commerciale multilaterale. Nonostante sia difficile fare previsioni, vi sono poche ragioni per ritenere che le attuali tensioni commerciali transatlantiche diventeranno talmente radicate da persistere fino al 2035.

La politica protezionistica di Trump ha riportato in auge il termine dazie potrebbe dare il ad altre azioni commerciali unilaterali delle maggiori potenze economiche internazionali, andando così a minare lo status quo dell’attuale sistema multi-laterale rinvigorendo il sentimento anti-globalista.

A sconvolgere l’ordine mondiale economico, che storicamente si è basato sul duopolio USA-UE, potrebbero essere Cina e India. La Cina sceglierà di diventare un’economia di mercato a pieno titolo o il ruolo guida del Partito Comunista, che al momento è sancito anche per tutte le società private, continuerà a rimanere di primaria importanza? Dalla risposta a questa domanda dipenderà la sopravvivenza del sistema commerciale globale aperto e multilaterale. È difficile – spiega l’ERPS – immaginare un sistema commerciale globale in cui la più grande economia sia soggetta a un ampio controllo statale. L’India, invece, per potenziale fisico e umano, è uno dei Paesi principali deputati ad influenzare il sistema economico mondiale, ma, nel corso degli anni, è stato limitato dai suoi tassi di importazioni molti bassi e ciò ne ha ritardato la crescita e l’apertura al commercio mondiale è stata rallentata.

Altro punto sul fronte globalizzazione e ordine economico mondiale è il ruolo della valuta nei mercati finanziari. Il dollaro è dominante come valuta globale. Il peso dell’euro come moneta di riserva è stabile, sebbene ultimamente sia diminuito,  perciò bisogna porre attenzione allo yan cinese (o renminbi) che potrebbe scalzare la valuta europea, ma se il Governo cinese tiene sotto controllo la sua moneta, è difficile che questa possa diventare la prima riserva globale. La forza del dollaro, infatti, dipenderà dal grado di apertura concesso al mercato dei capitali dalle autorità cinesi nel prossimo decennio. Accettare movimenti liberi di capitale, secondo il report, sarebbe un costo notevole per i cinesi, in quanto perderebbero il controllo sul tasso di cambio, e ciò complicherebbe il loro controllo sull’economia.

CLIMA

Laccordo di Parigi, siglato nel dicembre 2015,  ha come obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura media globale ben al di sotto di 2 °C rispetto ai livelli preindustriali e proseguire gli sforzi per limitare l’aumento di temperatura a 1,5 ℃, riconoscendo che ciò ridurrebbe significativamente i rischi e gli impatti dei cambiamenti climatici. Questo accordo rappresenta la prima intesa veramente globale sui cambiamenti climatici e copre tutte le emissioni di gas serra nel mondo. Attualmente, l’aumento della temperatura globale rispetto alla media del 1951-1980 è di circa 1°C. Inoltre, 17 dei 18 anni più caldi registrati si sono verificati nel corso del XXI secolo. Gli aumenti della temperatura media globale sono legati alla crescente concentrazione di CO2 nell’atmosfera, misurata in parti per milione (ppm) e, nel 2018, ha raggiunto il picco a 412. Il valore dell’indice IPCC per limitare il riscaldamento globale a 2 °C è generalmente considerato di 450 ppm. I Paesi del G20 contribuiscono collettivamente a circa i quattro quinti delle emissioni totali di gas serra, mentre l’UE a circa un decimo. Alcuni effetti del cambiamento climatico sono già visibili oggi: ghiacciai sempre più ristretti, la perdita di ghiaccio marino, innalzamento del livello del mare accelerato, ondate di calore più intense ed eventi meteorologici estremi. Oltre agli impatti sulla sicurezza idrica e alimentare, i cambiamenti climatici possono anche avere impatti diretti sulla salute pubblica a causa dell’aumento della distribuzione di malattie trasmesse da vettori.

Molti pensano che, con il cambiamento climatico, ci sarà una maggiore competizione per le risorse e ciò  potrebbe causare ed essere alla base di conflitti futuri. Tuttavia, c’è poca indicazione  sul fatto che le risorse importanti diventeranno così scarse da far lievitare tanto il loro prezzo e quindi divenire inaccessibili per parte della popolazione mondiale. Al contrario, specialmente nel settore dei combustibili fossili, le prospettive a lungo termine sono cambiate radicalmente e con il termine ‘peak oil’ (picco del petrolio) ci si riferiva all’idea che la produzione di petrolio potesse presto essere limitata dalla disponibilità di riserve economiche. Oggi, in realtà, gran parte del consumo di petrolio è utilizzato nel settore dei trasporti che, probabilmente, sarà il primo settore a passare all’elettricità e se ciò dovesse accadere, la domanda di petrolio potrebbe effettivamente iniziare a diminuire. Il rapido sviluppo delle fonti rinnovabili nella produzione di energia, in particolare nei Paesi OCSE e in Cina, potrebbe essere un avvenimento concreto fino al 2035 sul fronte ambientale ed energetico. Gli aumenti dei prezzi del petrolio, se ci saranno, saranno limitati dall’offerta piuttosto elastica e sensibile al prezzo proveniente da fonti non convenzionali.

DISUGUAGLIANZA

Negli ultimi due decenni, c’è stata una considerevole convergenza est-ovest nell’UE-27, ma non nel nord-sud all’interno dell’eurozona. In futuro, però, i problemi potrebbero non riguardare queste zone distinte, ma i singoli Paesi che possono beneficiare delle nuove tecnologie a causa di una forte governance interna (in particolare l’istruzione di alta qualità) e quelli in cui è debole.

La disuguaglianza è ampiamente percepita come un problema crescente. Tuttavia, lEPRS  ritiene che, su questo fronte, lUE sia differente dagli Stati Uniti, dove si riscontra un aumento continuo della tendenza alla disuguaglianza. Negli ultimi due decenni sono state riscontrare esperienze molto diverse negli Stati membri in termini di disuguaglianza. I dati non confermano l’impressione di un aumento generalizzato della tendenza alla disuguaglianza in tutta l’UE. Minore crescita rispetto al passato, invecchiamento della popolazione e agguerrita concorrenza dei Paesi con un regime salariale basso stanno mettendo a dura prova la capacità dei Governi di fornire un’adeguata redistribuzione del reddito. 

Dato che negli ultimi anni, il modello welfare dei Paesi nordici sembra aver dato più frutti, molti hanno sostenuto che anche gli altri Paesi dovessero adottarlo. Gli esperti dell’EPRS, però, sostengono che non è possibile copiare semplicemente un modello sociale diverso e che i Governi potrebbero essere sì in grado di scegliere quanto spendere in prestazioni di sicurezza sociale, ma non possono garantire il livello di uguaglianza a cui ciò porterà. Il legame tra l’importo speso per la sicurezza sociale e la quota di popolazione a rischio di povertà è debole. Variazioni nella spesa previdenziale – dice il rapporto – possono spiegare meno del 30% delle variazioni nei tassi di povertà tra i Paesi membri

Diverse istituzioni, Governi e società presentano spesso diversi livelli di efficienza nell’alleviare la povertà: aumentare lefficienza potrebbe essere più importante dellaumento delle spese.

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