sabato, Dicembre 14

Euro-Mediterraneo: ripensare il ‘vicinato’ Intervista a Emanuela Claudia Del Re, docente di Sociologia dei Fenomeni Politici del Medio Oriente presso l’Università ‘Niccolò Cusano’ di Roma

0
1 2


Nel 2016, la Strategia Globale per la Politica estera e di sicurezza, è passata ‘pragmaticamente’ dall’ambizione di un multilateralismo ad ampio raggio (affermato dalla Strategia del 2003) all’importanza attribuita alla Sicurezza e alla Politica europea di vicinato (PEV). Quest’ultima è nata nel 2004 per creare un’area di stabilità intorno alle frontiere dell’UE, basata su relazioni pacifiche che favorissero i rapporti e le intese con i Paesi che si affacciano sul Mediterraneo e quelli del ‘vicinato orientale’. Tuttavia le difficoltà nell’attuazione di questa strategia sono passate per gli sconvolgimenti dell’ultimo decennio, frustrandone gli obiettivi di fondo: dalla minaccia del terrorismo internazionale al tracollo della Libia (che ha visto l’Italia protagonista di un’iniziativa sovrana di stabilizzazione), dalla ‘Primavera araba’ alla guerra in Ucraina.

Per queste cause molteplici, che hanno impedito la realizzazione di una politica bilaterale di partenariato con i singoli Paesi extra-europei, integrata da iniziative regionali come l’Unione per il Mediterraneo e il Partenariato orientale, nel 2015 la Commissione europea e il Servizio europeo per l’azione esterna hanno avviato una revisione della PEV in senso più snello e flessibile. Ciò comporta una impostazione differenziata per settore (diritti umani, migrazione, sviluppo economico, commercio, energia, sicurezza, buon governo), un adattamento alle situazioni regionali – anche a quelle meno stabili – e un approccio sensibile alla domanda dei Paesi partner. Fondamentale a questo proposito risulta la il coordinamento rafforzato tra la PEV e gli obiettivi securitari definiti, da ultimo, nella citata Strategia Globale.

Il contesto strategico euro-mediterraneo è un terreno di cambiamento, storicamente attraversato da interessi conflittuali che condizionano le istanze di convergenza nel senso di una continua ri-definizione dei rapporti in gioco: una sfida dura da assumere per le misure di politica estera attivate dall’UE.

L’ Unione per il Mediterraneo costituisce un esempio calzante di questa tendenza storica all’instabilità. Instabilità che interessa anche le realtà che si affacciano sul Mare nostrum ed è capace di condizionare le risposte di una politica comune.

Nel febbraio 2007, l’allora Presidente francese Sarkozy, in piena campagna elettorale, lanciava un progetto di Unione Mediterranea – poi Unione per il Mediterraneo o UpM – : un consesso di rappresentanze che, negli intenti, sarebbero state chiamate a decidere sui temi cruciali dell’area: lotta al terrorismo internazionale, cooperazione, regolarizzazione dei flussi migratori, questioni ambientali.  Sia la diffidenza della Germania verso il ruolo preminente della Francia e i suoi interessi su Nordafrica e Medio Oriente, sia la carenza di una visione unitaria su un programma che non contemplava diversi aspetti fondamentali (interscambio e investimenti, politica energetica, infrastrutture, occupazione e lotta alla povertà), portarono alla parziale quiescenza dell’UpM, che oggi potrebbe conoscere una rinascita proprio nel quadro della citata revisione della PEV.

Figlio del Processo di Barcellona del 1995, definito in ambito europeo «l’unica sede che permette un dialogo costruttivo per proseguire sulla via delle riforme politiche e socioeconomiche e della modernizzazione della regione del Mediterraneo», il Partenariato Euro-Mediterraneo (PEM) è stato l’antesignano dell’UpM. A differenza di quest’ultima, però, nel PEM la politica dell’UE funzionava a senso unico: non c’erano accordi intergovernativi con l’UE,  ma quest’ultima assumeva le iniziative e decideva unilateralmente mentre i Paesi partner erano interlocutori privilegiati, ma pur sempre ‘esterni’. Come scriveva Roberto Aliboni, analista dell’IAI, nel 2009: «Forse, se i partner sud-mediterranei avessero accettato i principi su cui, secondo l’ispirazione dell’Ue, avrebbe dovuto costituirsi una sorta di comunità euro-mediterranea – principi simili a quelli stabiliti nel 1993 a Copenaghen per l’allargamento dell’Ue ai Paesi dell’Est: democrazia, diritti umani, protezione delle minoranze – la casa comune del PEM si sarebbe di fatto trasformata in una comunità di stati e governi, non dissimile dalla stessa Ue». Ciò significa mancanza di ricerca del consenso e asimmetrie (il PEM comprendeva tra gli ospiti anche Paesi arabi e Israele).  Per Aliboni, «la natura intergovernativa riflette senza schermi la situazione conflittuale nel Levante».

Scopo originario dell’UpM era quello di imprimere un nuovo impulso alla cooperazione dell’UE con gli Sati dell’area mediterranea. Sul piano istituzionale, essa supera il PEM e contiene una novità fondamentale: la parità tra i partner arabi ed europei. Tale recupero di sovranità costituiva una delle aspettative della Francia, ma ciò non si è verificato. Tra la cause del fallimento troviamo un’incertezza sulle rispettive competenze tra UE e UpM, oltre alle tensioni tra Egitto e Israele relative alla striscia di Gaza… Ma anche l’incapacità a includere l’Agricoltura negli accordi di libero scambio.

In un recente paper, Gonzalo Escribano, economista dell’Istituto spagnolo di Studi Internazionali ‘Elcano’, fa riferimento a una contrazione dell’ambito delle politiche euro-mediterranee – in parte rispecchiata dall’erosione dei relativi incentivi economici – , oltre a un’obsolescenza anteriore agli eventi che, nel 2011, hanno segnato il mondo arabo, che implica l’urgenza di una loro riformulazione. Per Escribano, la «gerarchia fluttuante» degli obiettivi di politica estera europea impedirebbe il rinnovarsi di una policy euro-mediterranea per quale non basta un incremento delle consuete misure di cooperazione e integrazione commerciale per pochi Paesi dell’area interessata. Dopo il 2011, e in concomitanza con la crisi economica, questa carenza di strategia si è rivelata come l’effetto di un processo ventennale.  «Venti anni di libero scambio debole» – scrive l’analista spagnolo –  «senza un pieno accesso al mercato europeo nei settori agricolo, energetico, dei servizi, senza un minimo di garanzie per la mobilità professionale, hanno finito per erodere la credibilità e la capacità innovativa della politica euro-mediterranea». Tuttavia, la centralità del Mediterraneo, marcata dall’affacciarsi di nuovi interlocutori nelle zone meridionale e orientale, dall’apertura verso il mondo arabo e balcanico, ma anche da una realtà migratoria sfociata in crisi umanitaria, è un dato di fatto che vede l’Italia al centro di questi rapporti nella loro rapida evoluzione.

Nondimeno, anche la Strategia globale 2016, focalizzata sulla sicurezza dell’Unione e sulla resilienza a Est e a Sud (in particolare, dei Balcani occidentali e della Turchia) ribadisce una dimensione politica europea di vicinato  discendente dal Processo di Barcellona e ‘passante’ per l’Unione per il Mediterraneo, ancora da realizzare: «La PEV ha rinnovato l’impegno a favore dei Paesi del partenariato orientale e del Mediterraneo meridionale che desiderano sviluppare relazioni più forti con noi. Sosterremo questi Paesi nell’attuazione degli accordi di associazione, compresi gli accordi di libero scambio globali e approfonditi». Una politica che, oggi, favorirebbe la creazione di reti trans-europee (fisiche e digitali) e ampie zone free-trade, abili a integrare l’agricoltura e i servizi, e di una comunità energetica allargata ai Paesi della sponda Sud; una politica capace, inoltre, di rafforzare i legami culturali e di lavoro attraverso un rilancio della mobilità e della cooperazione alla ricerca con i Paesi vicini, attivandone la partecipazione ai programmi dell’UE e delle sue agenzie.

Per tornare alla sua analisi, nelle conclusioni Escribano riprende l’assunto iniziale: se il ricorso agli incentivi economici rimane il primo strumento dell’UE, le esigenze dettate da realtà nazionali e da un mercato in trasformazione, unite a una domanda di maggiore simmetria nei rapporti, richiedono all’Europa un nuovo discorso politico e una nuova governance. Come ha suggerito Kristina Kausch, politologa esperta in Mediterraneo, Nordafrica e Medio Oriente, in tempi di ‘multipolarità competitiva’ l’UE potrebbe ridefinire la sua politica orientandola a un «ordine regionale cooperativo fondato su un’integrazione flessibile capace, a sua volta, di permettere ai Paesi  vicini – come Tunisia e Marocco – di partecipare a ‘opt-in policy communities’», ossia comunità aperte fondate sulla scelta opzionale di mezzi e obiettivi, qualcosa a metà tra l’allargamento a Sud e a Est e l’attuale politica di vicinato. Attualmente, una delle criticità maggiori di questi rapporti è data (fatto che si ricollega alle cause profonde che hanno inficiato l’Unione per il Mediterraneo) dalla percezione diffusa in Nordafrica che il libero mercato sia una mossa strategica delle élite europee per trarre vantaggio dalla nuova congiuntura economica – complice di tale visione anche il peso della vecchia retorica di capi regime come Ben Ali o Mu Barak. Ad esempio, attualmente in Egitto e Tunisia c’è un consistente movimento di opinione anti-liberalizzazione, ritenuta, anziché un’opportunità, causa di ulteriori sperequazioni e disuguaglianze.

Per restare, geograficamente, in Europa, la regione dei Balcani occidentali, ‘dirimpettai’ dell’Italia, è molto più difficile da integrare rispetto alla realtà dei Paesi dell’Est europeo, verso i quali si è prodotto l’allargamento. Come ricordava Federico Niglia, quei Paesi presentano una «conflittualità pregressa, ma anche latente», oltre alle criticità di adattamento dei diversi sistemi amministrativi.

Dopo il Processo di costituzione dell’UE, una politica di riforme avviata attraverso lo sviluppo economico, ha funzionato nel Mediterraneo occidentale (Spagna e Portogallo) e, uscendo dall’area, perfino nei paesi dell’Est europeo; ma non nei Balcani occidentali.

Su questa area controversa, e sull’autodeterminazione dell’Italia quale soggetto attivo sullo scenario mediterraneo-adriatico, abbiamo chiesto un contributo a Emanuela Claudia Del Re, esperta in relazioni internazionali e docente di Sociologia dei Fenomeni Politici del Medio Oriente presso l’Università ‘Niccolò Cusano’ di Roma.

 

Professoressa Del Re, in base alla Sua esperienza di indagine, come è stata gestita la stabilizzazione dei Balcani (intervento esterno, asimmetrie politiche, e interessi prevalenti) e quali sono le maggiori criticità tuttora esistenti, in termini sociali, politici e inerenti alla pubblica sicurezza in quell’area (potrebbe citare in proposito uno o due esempi di case study)?

Sono cambiate molte cose dalla fine del conflitto in Kosovo nel 1999 quando si varò il Patto di Stabilità per l’Europa Sudorientale istituito dall’Unione Europea nel 1999 che aveva l’obiettivo di garantire pace e sicurezza riformando le istituzioni, incrementando e ricostruendo le infrastrutture, favorendo lo sviluppo sociale e culturale. A mio parere il Patto di Stabilità ha avuto il merito, pur con mille incongruenze, di promuovere il concetto di integrazione regionale e di ottenere risultati concreti nel miglioramento delle infrastrutture e delle istituzioni. Infatti quando nel 2008 il Patto di Stabilità lasciò il posto al Consiglio di Cooperazione Regionale, nel nome stesso esso portava il segno del cambiamento nell’approccio politico-istituzionale sia dell’UE sia dei Paesi coinvolti, perché l’intento principale è la cooperazione regionale e l’integrazione della regione sia in Europa sia euro-atlantica. Il processo però resta in continuo divenire, perché i percorsi di integrazione europea dei Balcani occidentali non sono conclusi.

L’Accordo di Stabilizzazione e Associazione firmato dai Paesi dei Balcani tra il 2001 e il 2016, quando ha firmato anche il Kosovo, ha visto per ora solo la Croazia diventare membro dell’UE (nel 2013). Serbia, Albania, Macedonia e Montenegro sono ancora candidate ufficiali mentre Bosnia Erzegovina e Kosovo restano potenziali candidati. La cosiddetta fatigue da allargamento continua a colpire molti Paesi membri dell’UE che rimandano la membership dei Balcani Occidentali come punto all’ordine del giorno, anche per le recenti reazioni ai flussi migratori nella regione e per i foreign fighters che da Kosovo e Bosnia hanno raggiunto l’ISIS. L’ambizioso quadro d’azione definito nel 2003 dall’Agenda di Salonicco del 2003 per l’integrazione europea dei Balcani occidentali, è stato molto da un lato osannato come un riconoscimento del rapporto privilegiato accordato dall’UE ai Balcani Occidentali, dall’altro molto criticato perché la sua strategia attuativa sarebbe stata debole e inefficace.

La ‘Nuova agenda di Salonicco’ del 2014 è stata ribadita la necessità di fare sforzi ulteriori, soprattutto per quanto riguarda lo Stato di diritto. Quello che sorprende è la ripetitività delle affermazioni, la mancanza di rinnovamento nelle strategie. Chi conosce i Balcani da anni da bene quante cose sono cambiate. Di certo c’è stato un poderoso balzo in avanti visibile anche nel cambiamento delle città. Eppure restano questioni insidiose, disparità dolorose, nelle società dei Balcani: grande divario tra zone urbane e rurali, indicatori sconfortanti per quanto riguarda tassi di occupazione, industrializzazione ecc. Restano ombre come forti nazionalismi, e il potere crescente dei populismi che non a caso hanno portato a reazioni molto rigide per quanto riguarda il passaggio dei rifugiati sui territori di Serbia, Macedonia ecc.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.