giovedì, Novembre 14

#Europee2019: politica estera cercasi! Dopo il voto europeo, l’Unione è alla ricerca di una nuova politica estera, ne parliamo con Andrew Spannaus e Ugo Tramballi

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L’Unione Europea si sveglia da una notte di sudori freddi e soprassalti d’ansia notturni. Tutta una notte di dolce insonnia che ha lasciato un piccolo indizio alla volta. All’inizio qualcuno festeggiava per i verdi europei, poi qualcun’altro per la tenuta dei popolari, i socialisti hanno brindato al successo spagnolo e portoghese, poi i sovranisti stravincono in Ungheria, vincono in Francia, poi in Italia.

Sembra che tutti vincano, eppure il nuovo Parlamento europeo non sembra incoronare nessuno. Infatti, popolari (PPE) e socialisti (PSE), che storicamente hanno formato la maggioranza nel Parlamento, non rappresentano più una maggioranza autonoma. Con una maggioranza assoluta di 376 seggi (su 751 seggi totali) i due gruppi dovranno scendere a patti con una terza – o addirittura quarta – forza: i liberaldemocratici (ALDE) si prestano al dialogo e i verdi (Greens/ALE) potrebbero entrare nella discussione.

Fuori dalla probabile maggioranza europarlamentare, poi, ci sono i sovranisti della Lega e del Rassemblement National. Il partito di Matteo Salvini è il primo in Italia ed uno dei più rappresentati – come numero di deputati – a Bruxelles, mentre Marine Le Pen ha superato per circa 200 mila voti l’europeista per eccellenza, il Presidente francese, Emmanuel Macron. Ma se lo scontro sull’Europa ha come campi privilegiati l’economia e la politica sociale, la politica estera europea non sembra rientrare nel dibattito.

Infatti, “i sovranisti hanno sempre attaccato la BCE e il rigore sui deficit nazionali dell’Unione, ma nessuno – né Salvini né Le Pen – ha mai lottato perché si concedesse meno sovranità alla politica estera europea. Siamo ancora lontani dal rinunciare al controllo nazionale della politica estera e di difesa, e farla diventare una questione a livello europeo”, afferma Ugo Tramballi, senior advisor ISPI.

L’attuale Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha incassato diverse ‘sconfitte’: il disfacimento dell’Accordo sul nucleare iraniano, la disunità europea nel riconoscimento di Juan Guaidò come Presidente legittimo del Venezuela, l’inefficacia di gestire a livello europeo gli investimenti cinesi della Nuova via della seta.

Ma, allora, è probabile vedere grossi cambiamenti in termini di politica estera dopo il voto di ieri? “Con il rinnovo delle istituzioni europee, per adesso, non cambierà molto”, ragiona Andrew Spannaus, giornalista e scrittore americano, consigliere delegato dell’Associazione Stampa Estera di Milano. “L’Europa è in una situazione di transizione, di cambiamento e revisione delle proprie politiche. Credo sia inevitabile una discussione profonda sulle politiche europee degli ultimi decenni, che hanno provocato disagio, soprattutto, nei quattro grandi Stati membri europei. In ogni caso, per quanto riguarda la politica estera, l’Unione Europea rimane un interlocutore non unico, che non prende posizioni forti a causa delle proprie contraddizioni.

Sembrerebbe, dunque, che il problema non bisogna nemmeno porselo. L’Unione Europea parla 28 lingue diverse, 28 politiche estere, 28 politiche di difesa. Bene, ma in un periodo in cui Cina e Stati Uniti si sfidano in una guerra commerciale e tecnologica folgorante, l’Unione dovrebbe porsi ben più di un problema.

Secondo Tramballi, “l’esistenza di un Presidente come Donald Trump, ovvero di un Presidente così intensamente anti-europeista, dovrebbe essere una forte ragione per l’Unione Europea a rafforzare e unificare la propria politica estera e di difesa. Donald Trump è critico, addirittura, nei confronti della NATO.

Spannaus pensa che gli Stati Uniti abbiano storicamente l’interesse a mantenere un’Europa stabile, ma Trump, invece, rappresenta la fazione che predilige i rapporti bilaterali con gli Stati, in modo da perseguire i propri obiettivi, come nel caso Huawei o in altre questioni strategico-militari. Gli Stati Uniti finché possono sfruttare la propria forza nei confronti dei singoli Paesi lo continueranno a fare.

Però, se un sovranista – o americano isolazionalista e protezionista – come Donald Trump danneggia il proprio Stato cercando di danneggiare chiunque altro, a detta di Tramballi è un gioco favorevole anche ai sovranisti europei. E ritorna, poi, quel gioco di parole famose di ‘internazionale sovranista’. Infatti, “a Viktor Orban o a Matteo Salvini non interessano così particolarmente le azioni politiche di Trump, quello che interessa veramente ai sovranisti europei è la delegittimazione, da parte di Trump, del sistema occidentale liberale di libero mercato, tanto detestato dai sovranisti  dell’UE”.

Quindi, Stati Uniti e Cina mantengono due linee politiche irreprensibili e coese, mentre l’Unione Europea è destinata a non dare una svolta al suo ruolo internazionale. A tal proposito Tramballi pensa che “la politica estera europea avrà – come è giusto che sia – una continuità. Sfortunatamente, però, nemmeno la prossima Commissione europea sarà protagonista di una politica estera assertiva e comune. La sovranità dei singoli Governi conta ancora di più rispetto le istituzioni europee: sarebbe difficile immaginare, ad esempio, la Francia che rinuncia alla sua politica africana o mediorientale”.

Allora, l’Unione Europea, pur avendo eletto un numero di deputati euroscettici come mai prima d’ora, si trova di fronte ad un bivio: ‘alzare la testa’ anche a livello internazionale come un unico corpo di Stati oppure temere il domani «come un vaso di terracotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro» – richiamando il Don Abbondio del Manzoni.

Nel frattempo, la contesa tra Stati Uniti e Cina si inasprisce e il Governo di Pechino rischia di pugnalare indirettamente alle spalle anche l’Unione Europea. Infatti, il Presidente cinese, Xi Jinping, minaccia di far leva sul mercato delle terre rare, minerali fondamentali per lo sviluppo e la costruzione di dispositivi elettronici – sia in ambito civile che in ambito militare. Gli Stati Uniti credono che perseguendo il proprio bene possano fare il bene anche dei loro alleati – i quali condividono principi e una visione del mondo sulla libertà economica e politica. Nessuno negli Stati Uniti crede che la Cina sia un Paese pienamente democratico: quindi, la Casa Bianca suppone faccia bene, anche agli amici europei, mantenere una sorta di difesa contro Pechino, capitale di uno Stato in crescita rapida, ma sul quale si hanno tanti dubbi sugli obiettivi politici finali”, riferisce Spannaus.

L’Amministrazione Trump avrà pure buoni intenti, ma rischia di lasciare a gambe all’aria l’Unione Europea che è – come molti altri Stati – completamente dipendente dal monopolio cinese delle terre rare (in mano cinese per l’80%, secondo USGS). L’Europa, meno che gli Stati Uniti, non può permettersi una guerra commerciale con la Cina, ragiona Spannaus. “L’economia europea necessita di terre rare in questo momento. Insomma, l’Europa deve stare attenta sia alle mosse di Trump nel negoziare con i cinesi sia ai cambiamenti nelle rotte e nelle dinamiche del mercato mondiale”.

Il mondo gira e con lui le persone, oltre che gli interessi economici e le dispute internazionali. Intanto il voto europeo ci ricorda che in molti Stati membri il sentimento euroscettico aumenta – senza essere maggioritario – anche sottoforma di una repulsione verso le politiche passate in termini economici e sociali. Ma lo stesso voto europeo, secondo Tramballi, non “potrà modificare la linea della politica estera, ma ci saranno dei cambiamenti nella politica economica, nel modo di gestire le crisi economiche dei singoli Paesi, ci sarà maggiore attenzione per la questione sociale. Poi, nel suo insieme l’Unione Europea che conosciamo ha tenuto la sua posizione: la storica maggioranza di socialisti e popolari sarà allargata a verdi e liberali, ma rimane una visione di Europa che già conosciamo dalle scorse legislature.

Mentre Spannaus lascia un po’ di spazio per risvolti diversi: “La vittoria relativa dei sovranisti è l’ultimo terremoto di una serie di terremoti che hanno scosso l’Unione negli ultimi anni: è evidente che c’è una nuova realtà in Europa oggi. Non c’è sicuramente una maggioranza sovranista, però la discussione deve cambiare. I sovranisti, adesso, hanno una voce e un peso in Europa che non possono essere ignorati, e sarebbe un grave errore non discutere seriamente con le loro istanze.

Insomma, possiamo aspettarci di tutto, ma possiamo ritenere che le dinamiche internazionali non mettano in discussione il progetto europeo più di quanto lo abbiano fatto alcune forze politiche in giro per l’Europa.

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