mercoledì, Dicembre 11

Etiopia: sventato il colpo di Stato, ma il futuro è incerto I comunicati ufficiali hanno nascosto il fatto che il tentativo di golpe non era relegato alla regione dell’Amhara, bensì ha cercato di coinvolgere tutto il Paese. Obiettivo: sostituire l’attuale Governo e deporre il premier etiope

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Venerdì sera 21 giugno, reparti dell’Esercito regolare hanno attaccato la città di Bahir Dar, capitale della regione di Amhara, a nord dell’Etiopia. Gli scontri tra gli insorti e le unità dell’Esercito lealista sono durati per circa quattro ore. Gli insorti sono riusciti in un primo momento a sopraffare la resistenza ed entrare nella sede del Governatorato. Prima di essere costretti a ritirarsi sono riusciti a uccidere il governatore  Presidente della regione Amhara, Ambachew Mekonnen, e il suo consigliere. Entrambi si trovavano  all’interno dell’ufficio governativo.

Il giorno seguente, sabato 22 giungo, alle 9,30 del mattino, il capo dello Stato Maggiore dell’Esercito etiope, il generale Seare Mekonnen, é stato ucciso a sangue freddo nella sua residenza ad Addis Ababa assieme ad un suo amico, generale in pensione. La notizia del duplice assassinio è stata data dal portavoce del Governo federale Billene Seyoum. Sembrerebbe che il sicario sia la guardia del corpo del generale.

Subito dopo aver sventato il golpe ‘regionale’, il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali è comparso sulla TV nazionale indossando una uniforme militare. Il premier ha assicurato i cittadini e la Nazione, affermando che le forze di difesa etiopi sono riuscite a sconfiggere i golpisti. Il premier ha parlato di mercenari che sarebbero stati assoldati dal capo della sicurezza della provincia di Amhara, Asaminew Tsege. Tutti i comunicati ufficiali del Governo fanno intendere che il golpe era limitato alla sola regione di Amhara. Un regolamento di conti interno.  

Nella tipica mentalità di segretezza e alterazione della realtà, caratteristica costante della coalizione di Governo controllata dai tigrini, il EPRDF – Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (di cui il premier fa parte), i comunicati ufficiali hanno nascosto il fatto che il tentativo di golpe non era relegato alla regione dell’Amhara, ma ha cercato di coinvolgere tutto il Paese. Obiettivo: sostituire l’attuale Governo e deporre il premier etiope.

Infatti, il giorno dopo gli scontri verificatesi a Bahir Dar, si sono registrati scontri a fuoco tra reparti ribelli e lealisti nelle vicinanze dell’aeroporto Bole International, presso la capitale federale, Addis Ababa, che ospita anche la sede dell’Unione Africana. Secondo le testimonianze le quali abbiamo avuto accesso, unità delle forze di difesa etiopi stavano tentando di prendere il controllo dell’aeroporto e di altri punti nevralgici della capitale. Le forze rimaste fedeli al Governo sono riuscite a respingere gli aggressori, impedendogli di penetrare il perimetro aeroportuale. Bole International Airport è il nodo logistico aereo più importante del Continente.

A conferma di quanto riportato dalle nostre fonti in loco, giunge un Twitter (qui riprodotto) e un segnale di allarme emessi dall’Ambasciata degli Stati Uniti ad Addis Ababa. «L’Ambasciata degli Stati Uniti è a conoscenza di scontri a fuoco in Addis Ababa. Il personale diplomatico è invitato a rimane nelle proprie residenze».  Le autorità federali non hanno smentito il comunicato americano. Lo hanno semplicemente ignorato, forti del controllo totale che hanno sui media nazionali. Nonostante il vento di riforma portato dal premier Abiy Ahmed, tutt’ora in Etiopia non esiste alcuna vera e propria libertà di stampa.

Tutti i militari che hanno preso parte al golpe sono etiopi e non mercenari stranieri, come ha affermato il premier Abyi Hamed.

Chi sono gli autori del fallito colpo di Stato attuato in Amhara e nella capitale federale Addis Ababa?
Secondo il comunicato ufficiale emesso dall’Ufficio del Primo Ministro (qui riprodotto) l’autore del golpe sarebbe il brigadiere generale Asaminew Tsege, ex responsabile della Sicurezza della regione di Amhara. Le autorità affermano che varie ‘persone’ coinvolte nel golpe sono state arrestate, mentre le forze dell’ordine stanno cercando quelle che sono riuscite a fuggire. Il comunicato non offre alcuna informazione sulla sorte del generale Tsege.  

Per la maggioranza dei media internazionale Tsege è un personaggio poco conosciuto. Al contrario, è ben noto nel suo Paese. La sua fama precede il suo nome. Andargachew Tsege, detto anche ‘Mr. Andy’, è un generale – politico che nel maggio 2008 ha fondato il Ginbot 7 Movimento per la Giustizia, la Libertà e la Democrazia. Nel dicembre 2009 Tsege fu condannato a morte in absentia con altri 33 leader del Ginbot 7 con l’accusa di aver attentato alla sicurezza nazionale. All’epoca si parlava di piani per attuare un golpe…
Una condanna senza possibilità di essere eseguita in quanto Tsege era già fuggito nello Yemen, continuando la sua battaglia contro il Governo federale. Nel novembre 2013 i servizi segreti etiopi tentano, fallendo, di uccidere il generale ribelle, inviando sicari nello Yemen. Nel giugno 2014 il governo Federale riesce ad arrestarlo, grazie alla collaborazione del Governo yemenita. L’arresto avviene presso l’aeroporto internazionale di Saba’a (capitale delle Yemen) mentre il generale tentava di raggiungere l’Eritrea passando dagli Emirati Arabi Uniti.

Tsege viene riportato in Etiopia. La sentenza a morte non viene eseguita causa la sua popolarità tra gli etiopi. Il fuggitivo viene custodito in una località segreta.
Nel febbraio 2015 il Governo federale inizia a subire forti pressioni internazionali per il suo rilascio. Entra di scena anche l’ex Primo Ministro Tony Blair, che nell’ottobre 2016 scrive ufficialmente al Governo federale per richiedere l’immediato rilascio del generale.
Nell’ottobre 2017 le pressioni internazionali si fanno insostenibili. Sono guidate dalla potente Società Degli Avvocati Britannici e dal Segretariato degli Affari Esteri della Gran Bretagna. Nel maggio 2018, a distanza di circa un mese dalla presa del potere da parte di Abiy Hamed, in qualità di Primo Ministro, il generale Tsege viene rilasciato assieme ad altri 575 prigionieri politici. Il 29 maggio, giorno della sua liberazione, una moltitudine di etiopi organizza ad Addis Ababa calorose celebrazioni in suo onore.

Secondo le prime ricostruzioni indipendenti (visto che dei comunicati emessi dal Governo federale etiope non c’è da fidarsi) il generale Asaminew Tsege avrebbe tentato un colpo di Stato nazionale (e non regionale) per creare caos e divisione all’interno delle Forze Armate. Il suo obiettivo sarebbe stato quello di spodestare il premier Abiy Hamed.  Il Generale Tsege ha agito da solo? Assolutamente no! Gli attacchi nella regione di Asmhara e nella capitale dimostrano un network organizzativo troppo vasto per un solo uomo anche se dotato di carisma e supporto popolare. Chi c’è dietro Tsege? Nessuno lo sa, al momento e il governo di Addis Ababa si guarda bene dal toccare questo scottante argomento.

Vari osservatori internazionali associano questo fallito colpo di Stato alla seria crisi politica che dal 2015 minaccia l’integrità dell’Etiopia. Una crisi che il Governo federale stenta a tener nascosta. Per comprendere l’intrigata situazione interna dell’Etiopia, resa misteriosa dalla censura informativa ancora in vigore in questo strategico Paese del Corno d’Africa, occorre fare un passo indietro nel tempo.

Abiy Hamed è un personaggio politico dal passato ambiguo. Prima di essere nominato premier era sia Presidente del EPRDF che del Oromo Democratic Party, partito del gruppo etnico Oromo.  Abyi era accusato dalla sua stessa etnia di collaborare con la dittatura tigrina. Ma è il suo passato di capo della Intelligence militare dipartimento Comunicazioni che ci interessa. Abiy Hamed per anni ha diretto la intelligence informatica del regime con il compito di intercettare le comunicazioni di decine di migliaia di oppositori. Quando erano state raccolte sufficienti prove di atti ‘eversivi’ si procedeva agli arresti.

Chi era fortunato riusciva a scappare, affrontando un lungo esilio. Per atti eversivi si intendeva ogni commento critico e non in linea con la versione della realtà imposta dal regime. Il controllo era favorito dal fatto che nel Paese solo la compagnia statale di comunicazioni Ethio Telecom ha il permesso di operare. In pratica Abiy, in collaborazione con tecnici cinesi, ha allestito un sofisticato sistema di controllo delle comunicazioni telefoniche ed internet degno di un regime totalitario. 100 milioni di etiopi sono controllati ogni istante.

Da abile politico, Abiy, per anni, riesce ad offrire al regime il suo importante contributo nella repressione del popolo etiope in modo discreto e nello stesso tempo aumentare la sua popolarità come leader democratico e riformista, non solo tra gli Oromo, ma tra la maggioranza della popolazione.

Questo supporto popolare gli permette di essere scelto dal regime come successore del premier Hailemariam Desalegn.
Siamo nel marzo 2018. L’Etiopia è sconvolta da proteste popolari. Un misto di rivendicazioni democratiche ed etniche. Rivendicazioni portate avanti da una strana alleanza tra gli Amhara e gli Oromo. I primi rivendicano il ritorno al potere, avendo da sempre controllato la vita politica etiope. I secondi rivendicano la partecipazione al governo, essendo sempre stati esclusi dal potere.

Il 2 aprile 2018 Abiy Hamed viene eletto premier dal regime per evitare la guerra civile che incombeva sul Paese.
Da un anno e mezzo le proteste popolare Amhara – Oromo, iniziate nel 2015, si stavano intensificando, trovando come risposta violenza e repressione.
L’Egitto, nemico dell’Etiopia a causa della Diga Grande Rinascita, costruita dalla ditta italiana Salini Impresiglio con sub contratto a ditte cinesi, stava già iniziando ad armare gli Amhara e gli Oromo. L’obiettivo era quello di scatenare una guerra civile e fermare il progetto della diga che riduce sensibilmente il volume delle acque del fiume Nilo a scapito della economia egiziana.

Abiy Hamed viene scelto per le sue capacità di mediatore e per il fatto che è un mezzo sangue Amhara e Oromo.
Giunto al potere, Abiy inaugura una serie di riforme che, secondo i piani originali, dovevano essere tese non verso una reale democrazia, ma assicurare la sopravvivenza del regime tramite aperture democratiche controllate.
Libera i prigionieri politici tra i quali l’autore dell’attuale golpe, Asaminew Tsege. Fa ritornare dall’esilio molti leader dell’opposizione. Rafforza il dialogo politico pacifico. Apre spazi di libera espressione. Tutte queste aperture e riforme sono però attuate gradualmente.

L’obiettivo doveva rimanere quello di preservare il regime tigrino, che detiene ancora il controllo delle Forze Armate e di gran parte dell’economia del Paese, mentre gran parte della popolazione vive in uno stato di povertà inaudito e la maggior parte delle città e regioni etiope sono ancora allo stato di sviluppo pre-industriale.

Dopo 14 mesi di mandato, il premier Abiy si trova in una situazione estremamente difficile. Viene accusato dai leader politici Amhara e dagli Oromo di promuovere una finta democrazia e di decisioni di facciata come la nomina alla Presidenza di una donna per la prima volta nella storia del Paese, Sahle-Work Zewde, infrangendo così il predominio maschile e machista nella società etiope. Il premier, osannato all’estero, incontra in patria grosse difficoltà anche all’interno della coalizione di Governo.

Gran parte dei tigrini lo accusano di tradimento, causa la pace siglata con l’Etiopia, che pone fine ad un insensato conflitto sorto nel 1998. La pace, di cui merito è ingiustamente attribuito ad Abiy, rientra nella strategia delle monarchie arabe di Arabia Saudita verso il Corno d’Africa, con l’intento di estendere la loro sfera di influenza dalla Somalia all’Egitto.

I tigrini affermano che questa pace va a solo vantaggio dell’Eritrea. Queste accuse e opposizioni interne alla coalizione governativa hanno, di fatto, impedito che dalla storica pace venissero ripristinati gli scambi commerciali e politici tra i due Paesi. La classe dirigente eritrea è anch’essa tigrina. La guerriglia eritrea ELF –  Eritrean Liberation Front ha combattuto a fianco della guerriglia etiope TPLF – Tigrayan People’s Liberation Front il regime stalinista del DERG guidato da Mengistu Haile Mariam, ottenendo in cambio l’indipendenza, ostacolata fin dai tempi dell’Imperatore Selassie. Il TPLF dalla caduta del DERG (1991) controlla la coalizione di Governo EPRDF.

Nell’impedire al premier di normalizzare in toto i rapporti con l’Eritrea, i tigrini nascondono segreti di certo non piacevoli se venissero alla luce. É convinzione di vari storici e osservatori politici etiopi (alcuni anche tigrini) che la fratricida guerra tra eritrei ed etiopi sia stata causata da non note divergenze e loschi interessi tra il Presidente eritreo Isaias Afwerki e il Primo Ministro etiope Meles Zenawi. Divergenze che si inseriscono all’interno di altrettante non note rivalità inter-claniche tra l’etnia tigrina etiope ed eritrea.

L’opposizione tigrina al Primo Ministro Abiy Hamed non trova radici unicamente nella pace con l’Eritrea, ma dalla politica interna del premier che sembra essere andata oltre agli accordi presi con il Tigrayan People’s Liberation Front (TPLF). Abiy avrebbe ricevuto il mandato di avviare delle riforme di facciata per mantenere il dominio tigrino. Ora è accusato dai tigrini di essersi spinto oltre il suo mandato e di non aver rispettato gli accordi presi tra gentiluomini.

L’ondata di arresti di vari ex ministri, imprenditori e ufficiali dell’Esercito di etnia tigrina per comprovati casi di corruzione ha incrinato definitivamente i rapporti. Nel Tigrai si accusa il mezzo sangue Abiy di persecuzione etnica. In realtà, Abiy tenta di riequilibrare i rapporti di potere e ridimensionare il controllo sul Paese dei tigrini. Un controllo che è alla base del malcontento popolare. Nessun etiope si spiega come un Paese con uno sviluppo economico annuale a due cifre rimane tra i più poveri dell’Africa, ancora bisognoso degli aiuti umanitari. La spiegazione purtroppo è semplice quanto drammatica.

Il TPLF ha utilizzato il suo controllo totale sul Paese per arricchirsi. Gran parte del Prodotto Interno Lordo è stato dirottato nei conti bancari dei leader politici e militari tigrini, che hanno reinvestito il maltolto in azioni di speculazione, sopratutto nel settore edilizio. Forti sono i sospetti di riciclaggio del denaro in collaborazione con varie organizzazioni internazionali mafiose tra cui quelle italiane. Anche gran parte degli aiuti provenienti dall’Occidente e dalla Cina hanno subito la stessa sorte.
Per far andare avanti il Paese ora si utilizzano gli aiuti delle monarchie arabe in cambio di una totale servitù in politica estera. Lo stesso Abiy è costretto ad assecondare i voleri di Emirati Arabi Uniti e Arabia Saudita, aiutandoli ad espandere la loro zona di influenza nel Corno d’Africa. L’esempio più eclatante è la dubbia mediazione nella crisi politica sudanese.

E’ in questo caotico e confuso contesto nazionale di un Paese prigioniero delle rivalità etniche create da una classe dirigente e da una opposizione che antepongono i primitivi interessi tribali al benessere della Nazione, che si inserisce il colpo di Stato tentato tra venerdì e sabato scorsi. Un colpo di Stato che non riguarda problematiche regionali dell’Amhara, come vuol far credere il regime, ma l’intera Etiopia.
Un colpo di Stato che vede il premier è nel mirino. “L’uccisione del capo delle forze armate Seare Mekonnen è un attacco diretto al Primo Ministro Abiy Ahmed in quanto il generale era stato posto alla testa dell’Esercito per contrastare lo strapotere dei tigrini sulle forze armate e le pressioni dell’opposizione Amhara e Oromo. Quello che è avvenuto non è un tragico incidente, nè azione di estremisti o di generali folli”, ci spiega William Davison esperto ricercatore del International Crisis Group.  “É la dimostrazione più eloquente della profonda crisi politica che regna in Etiopia nonostante il Governo si sforzi di dare opposta realtà all’esterno. É ora di critica importanza che i vari attori etiopi si calmino e trovino punti di comune interesse, aprendo un dialogo franco, supportando gli sforzi del Primo Ministro per consolidare la democrazia e uno stato di diritto. Se ciò non avverrà, l’attuale instabilità andrà peggiorando fino a far risorgere il rischio di guerra civile o il riemergere di un governo assolutista e autoritario. Le conseguenze regionali possono essere drammatiche per il continente, considerando la situazione in cui versano la Libia, l’Egitto, il Sudan, la Somalia e il Sud Sudan”, conclude Davison.

Il fallito golpe dello scorso week end è il terzo attentato di rilievo a cui il premier riesce sfuggire. Nell’ottobre del 2018 una nutrito reparto di soldati tigrini avevano tentato di uccidere Abyi nel palazzo del Governo, con il pretesto di chiedere aumenti di stipendio. Nel giugno del 2018 un attentato nella capitale ordito dalla Polizia federale (sotto stretto controllo tigrino) aveva con obiettivo il premier.

Il golpe è fallito, ma ha comunque lasciato il segno. L’assassinio del Presidente regionale Ambachew Mekonnen può accrescere i risentimenti degli Amhara nei confronti del Governo. C’è già chi sta facendo circolare tra gli Amhara la falsa notizia di un complotto ordito contro di loro dallo stesso Abiy Ahmed. L’assassinio del Capo delle forze armate, il generale Seare Mekonnen, lascia un vuoto di potere all’interno dell’Esercito a tutto vantaggio dei tigrini.

Il Primo Ministro sembra essere sotto assedio dalle tre principali etnie: Amhara, Oromo e Tigrini che vogliono la sua pelle. L’unica arma che ancora gli rimane è il sostegno popolare che ha natura traversale e multietnica. Ma i suoi oppositori tigrini, amhara e oromo giocano sulla mentalità delle masse africane. Esse possono temporaneamente sostenere ideali di democrazia, progresso nazionale, bene collettivo, ma tendono ad essere facilmente comprate se qualcuno gli offre vantaggi economici immediati, anche piccoli e a corto respiro. In Etiopia il 64% dei giovani è disoccupato o sotto occupato. Passano il loro tempo a masticare il chiad (erba che rilascia anfetamina naturale) per le strade di Addis Ababa e nelle altre città del Paese. É’ questa la vera spada di Damocle sulla testa di Abiy e della democrazia in Etiopia.

Nonostante il Governo di Addis Ababa tenti di minimizzare l’impatto del fallito golpe, l’Esercito si trova ora senza guida, e il premier ora deve attentamente scegliere il nuovo capo dello Stato Maggiore. Una scelta non facile. I tigrini, che detengono il controllo delle Forze Armate, probabilmente vorranno imporre un loro uomo, visto che il generale Mekonnen era stato scelto proprio per controbilanciare la loro influenza nell’Esercito. Da quello che ci risulta dura tutt’ora il blocco ad internet, che sarebbe stato esteso alle comunicazioni internazionali. Molto difficile contattare le nostre fonti ad Addis Ababa. Il Governo ora sembra restio a fornire notizie sull’evolversi della situazione.

A questa crisi si aggiunge un altro pericolo: la guerra di religione tra mussulmani e ortodossi. Tutto ruota attorno alla città di Askum, nel Tigrai considerata città santa della religione ortodossa. Ad Askum sorte la centenaria cattedrale di Santa Maria di Zion, meta di pellegrinaggio in quanto si crede che nella chiesa sia custodita la famosa Arca della Alleanza.

Da oltre due mesi ci sono forti tensioni tra la maggioranza ortodossa e la minoranza mussulmana, ovvero da quando quest’ultima ha voluto costruire una moschea ad Askum. Gli ortodossi tigrini si sono opposti a questo progetto, dichiarando che sono pronti a morire piuttosto di permettere che i mussulmani profanino la città sacra. La posizione tigrina ha ricevuto l’appoggio di tutti gli ortodossi etiopi. La comunità mussulmana ha organizzato un movimento –Giustizia per i Mussulmani di Aksum– rivendicando il diritto di costruire la loro moschea e avvertendo che reagiranno ad ogni provocazione degli ortodossi. I mussulmani rappresentano il 34% della popolazione.   

La crisi etiope ha dirette ripercussioni anche sulla crisi del Sudan. Oggi il Transitional Military Council ha dichiarato ufficialmente di rifiutare la proposta di un governo di transizione alla democrazia presentata venerdì scorso dal premier etiope. Le nostre fonti a Khartoum informano che la giunta militare non riconoscerebbe più la mediazione di Abyi. «Come può quest’uomo aiutarci se non ha nemmeno il controllo del suo Paese?»,  avrebbero affermato in privato i generali sudanesi.

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