sabato, Agosto 15

Etiopia sul baratro. Rischio guerra civile La rivolta etnica degli Oromo si è estesa agli Amara, secondo il contestato premier Abiy Ahmed il Paese è a rischio. Il Governo accusa i principali leader dell’opposizione, Jawar Mohammed e Bekele Gerba, di tentativo insurrezionale

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La rivolta etnica degli Oromo, scoppiata lo scorso martedì a causa dell’omicidio del cantante e attivista politico Hachalu Hundessa, avvenuto la sera del 29 giugno, si è estesa anche alla principale etnia del Paese, gli Amara, e si sta trasformando in guerra civile.
Ad affermalo è il Primo Ministro, Abiy Ahmed, in un messaggio alla Nazione trasmesso il 3 luglio attraverso radio e tv del Paese.

Secondo il premier, le proteste e le violenze in corso sono provocate da attori che hanno come obiettivo quello di far sprofondare l’Etiopia in una guerra civile, impedendo il cammino intrapreso verso la pace, la democrazia, lo sviluppo economico e la prosperità. Abiy ha rassicurato la popolazione che queste «forze oscure non riusciranno a vincere».

Il Primo Ministro ha difeso ad oltranza l’operato della Polizia federale che avrebbero dimostrato «un alto senso del dovere nell’assicurare la pace e la sicurezza nel Paese». Facendo appello ai leader religiosi, ai capi tradizionali e ai responsabili di quartiere e villaggio a contribuire a far calmare gli animi e ritornare alla pace, Abiy ha assicurato che nessuno metodo del passato (come violenze, esecuzioni extragiudiziarie e torture) sarà utilizzato dalle forze dell’ordine, avvertendo però che il suo Governo è fermamente intenzionato a riprendere il controllo del Paese.
«Dobbiamo dimostrare che nessuno può essere al disopra della legge, che nessuno per esprimere il suo malcontento può utilizzare mezzi che non siano pacifici e democratici. Dobbiamo dimostrare che chi vuole la guerra scatenando la violenza urbana non ha alcuna possibilità di vittoria».
Poi un messaggio che suona come un avvertimento lo ha rivolto alla diaspora etiope all’estero, rea di diffondere false notizie e odio etnico tramite i social.

Come il primo messaggio alla Nazione, diffuso martedì (che addossava la colpa dell’omicidio del cantante Hachalu a provocatori interni in combutta con potenze straniere, riferendosi all’Egitto), anche il secondo messaggio appare già un flop politico e una provocazione destinata a peggiorare la situazione. “Abiy si appella ai metodi pacifici e democratici, ma è il primo che non esita a soffocare nel sangue il diritto di manifestare. L’assassinio di Hachalu Hundessa è stato una vera e propria esecuzione extragiudiziaria eseguita dagli squadroni della morte del passato regime, ampiamente utilizzati dal cosiddetto riformatore e democratico Abiy. Così come l’ordine impartito alla Polizia di sparare a tiro zero sui manifestanti che contrasta con il Premio Nobel per la Pace ricevuto nel 2019”, ci dice un attivista Oromo in esilio, protetto da anonimato in quanto, come nei passati regimi del DERG e dei tigrini, anche Abiy avrebbe tutti i mezzi per colpire gli oppositori anche all’estero, almeno secondo queste voci dell’opposizione. I principali leader dell’opposizione sono stati vittime di arresti arbitrari, mentre alcuni media indipendenti sono stati chiusi. Il Paese è isolato dal resto del mondoaffinché l’opinione pubblica internazionale non sappia cosa sta veramente succedendo in Etiopia. Sono questi i mezzi pacifici e democratici che il Primo Ministro parla? In realtà questo messaggio alla Nazione è un messaggio rivolto ai milioni di cittadini che desiderano la vera democrazia. Secondo Abiy devono abbandonare i loro sogni ed accettare la sua dittatura”.

Il messaggio alla Nazione del premier è stato preceduto da un comunicato TV del Procuratore Generaledella Polizia Federele, Zelalem Mengistse, pubblicato il 02 luglio, dove si accusano i principali leader dell’opposizione, Jawar Mohammed e Bekele Gerba, di tentativo insurrezionale. Jawar e Gerba, assieme ad altri 38 leader, sono stati arrestati arbitrariamente agli inizi della protesta. «I disordini che stanno avvenendo non hanno nulla a che fare con la morte di Hachalu Hundessa. Questo è solo un pretesto per promuovere un premeditato piano insurrezionale con precisi finanziamenti e coordinamento»afferma Mengiste.

Jawar Mohammed è inoltre accusato di essere implicato negli omicidi del governatore Ambachew Mekonnen e del suo assistente, avvenuti il 22 giungo 2019 nella città di Bahir Dar, capitale della regione di Amhara, e del generale Seare Mekonnen, ucciso a sangue freddo nello stesso giorno ad Addis Ababa. I tre omicidi avvennero nel contesto del tentativo di colpo di Stato organizzato dal brigadiere generale Asaminew Tsege, ex responsabile della Sicurezza della regione di Amhara.

La versione ufficiale del golpe evidenziava fin troppe lacune. Vari esperti regionali ebbero il dubbio che si trattasse di una versione preconfezionata e data alle agenzie stampa internazionali per nascondere un piano eversivo, forse ideato all’interno della coalizione di Governo contro l’opposizione degli Amhara e per destituire il Primo Ministro Abyi. Il Generale Asamnew Tsege, considerato l’autore del golpe, fu ucciso dalla Polizia federale qualche giorno dopo gli avvenimenti. Molti sospettarono una esecuzione extragiudiziaria per impedire che il golpista rivelasse notizie scomode per il Governo.

L’accusa rivolta a Jowar non è supportata da nessun valido elemento comprovante. Al contrario, nel novembre 2019, durante una conferenza stampa sulle indagini del fallito golpe del giugno, il Procuratore Generale dell’Etiopia, Berhanu Tsegaye, affermò che dietro al fallito golpe vi era una vasta rete di strutture di sicurezza parallele, dotate di ingenti finanziamenti, che vedevano il coinvolgimento di personalità del Governo federale e regionale. Nonostante questa chiara denuncia, il Primo Ministro di fatto ostacolò le indagini, preferendo rafforzare la sua sicurezza personale e prendere il controllo della coalizione di Governo tramite il suo partito Prosperity Pary.

Zelalem Mengistse nel suo messaggio TV fa intendere che dietro alle proteste popolari vi sia una rete di cospiratori e numerosi milizianiaddestrati al sabotaggio, alla guerra psicologica, allo spionaggio, alla raccolta di informazione, nonché all’organizzazione di guerriglia urbana. Mengiste informa, inoltre, che nella residenza dell’oppositore Jawar (dove è avvenuto l’arresto) sono stati rinvenuti 8 kalashnikov, 5 pistole e 9 radio di comunicazione militare. Jawar non ha negato il ritrovamento dell’arsenale, affermando che era in dotazione delle sue guardie del corpo, assunte nei mesi scorsi dopo aver ricevuto varie minacce di morte, provenienti (secondo la sua versione) dal Governo.

La situazione si sta deteriorando. Giungono notizie non confermate di violenze interetnichetra Oromo e Amhara.
Secondo alcuni attivisti politici della diaspora etiope, in Oromia,
una milizia di giovani Oromo, denominata Qerro, starebbe distruggendo proprietà e saccheggiando negozi di proprietà di Amhara. In alcuni casi i Qerro avrebbero aggredito e commesso atrocità contro gli Amhara.
Difficile al momento comprendere se le accuse di pulizia etnica in atto nella regione della Oromia corrispondono alla realtà o se siano invecemanovra di disinformazione per incrinare l’alleanza politica tra Amhara e Oromo, sorta dalle proteste popolari del 2015 contro il Governo federale.

Tuttavia le proteste contro l’omicidio del cantante Hachalu Hundessa stanno prendendo un pericolosoconnotato etnico. Sui social media si parla di #OromoRevolution e #FreeOromia. Variemanifestazioni (dai chiari connotati etnici) in difesa degli Oromo si sono svolte a Londra e negli Stati Uniti. Durante queste manifestazioni circola lo slogan: ‘Siamo Oromo. Non siamo Etiopi.
Gli Oromo accusano il
Governo di attuare esecuzioni extragiudiziarie, violenze e arresti di massa in Oromia (come questo video dimostrerebbe).

Il movimento politico Oromo ha avanzato al Governo federale una serie di rivendicazioni.Immediate dimissioni del Primo Ministro Abiy Ahmed. Fine delle esecuzioni extragiudiziarie dei cittadini etiopi. Rilascio dei prigionieri politici. Ripristino di internet e comunicazionitelefoniche. Rispetto del calendario elettorale dell’ottobre 2020 garantendo libere e democratiche elezioni.
Gli Oromo affermano che continueranno la lotta se le richieste non saranno soddisfatte e
chiedono alla comunità internazionale di imporre sanzioni economiche all’Etiopia se il Governo Federale si dimostrerà non disponibile al dialogo.

Fonti indipendenti danno un quadro preoccupante della situazione. In meno di una settimana 200 Oromo sarebbero stati uccisi della Polizia Federale. Oltre 1.400 gli arresti. L’entità della violenta repressione è tale che le autorità etiopi sono costrette a fornire un bilancio ridimensionato ma pur sempre impressionante. Secondo il Vice Commissario della Polizia della Oromia, Girma Gelam, il totale delle vittime sarebbe di 166 persone: 145 civili e 11 poliziotti federali. Altri 167 civili sarebbero stati seriamente feriti e ricoverati in ospedali in prognosi riservata mentre sarebbero stati arrestate 1.084 persone. Avendo isolato il Paese è difficile stabilire con esattezza l’entità del dramma.

Il Governo di Abyi nel sedare la rivolta sta applicando tutti i metodi repressivi del precedente Governo tigrino, compresa la tattica di impedirebbe ai giornalisti stranieri di riportare gli scontri. Yassin Juma, giornalista indipendente del Kenya, ex reporter dell’emittente televisiva ‘NTV’, sarebbe stato arrestato mentre filmava le violenze delle forze dell’ordine contro i civili nella regione dell’Oromia. Notizia confermata dal quotidiano keniota ‘Business Today’, affermando che l’arresto sarebbe dovuto dalla nota amicizia tra il giornalista e l’attivista politico Jawar Mohammed, arrestato il 02 luglio. Yassin Juma non è uno sconosciuto in Etiopia. Nel 2009, il Governo di Addis Ababa lo aveva dichiarato persona non gradita, impedendogli di entrare nel Paese a causa dei suoi servizi per NTV’ sulle tensioni di frontiera tra Kenya ed Etiopia e a causa di servizi a favore del gruppo armato Oromo Liberation Front. Un anno dopo il Governo lo aveva ‘perdonato’ e gli aveva garantito il permesso di soggiorno. Juma da dieci anni vive ad Addis Ababa, intento a supportare a livello mediatico il leader dell’opposizione Jawar Mohamed.

Giungono anche notizie che le manifestazioni pacifiche di martedì sarebbero divenute violente. Dopo i primi eccidi della Polizia federale, tra i manifestanti sarebbero spuntate armi da fuoco. Bande di giovani della fantomatica milizia Qerro, affiancati da presunti guerriglieri del Oromo Liberation Front, starebbero ingaggiando le forze dell’ordine in battaglie urbane presso la capitale Addis Ababa e in altre città della Oromia. L’aeroporto internazionale è protetto dall’Esercito che non permette nemmeno l’evacuazione dei cittadini stranieri.

Giovedì 02 giugno si è svolta la cerimonia funebredi Hachalu Hundessa presso la sua città natale, Ambo, a circa 107 km a ovest della capitale. Parlando alla cerimonia, che è stata trasmessa in diretta sulla TV di Stato, suo padre, Hundessa Bonssa, ha affermato che suo figlio è stato ingiustamente ucciso, chiedendo al popolo etiope di pregare Dio per la famiglia e la Nazione. Un membro della famiglia, intervenuto durante lacerimonia, ha criticato i tentativi degli attivisti Oromo di farlo seppellire ad Addis Abeba. «Suo padre, sua madre e la sua famiglia volevano che si riposasse ad Ambo. Incolpare questo governo non è corretto. Ciò equivale a seppellire la verità di Hachalu«» spiega il parente. Shimelis Abdissa, Presidente della regione di Oromia, ha annunciato attraverso la TV regionale e statale che una statua commemorativa dell’artista sarà costruita ad Addis Abeba.

Neanche i funerali di Hachalu sono stati risparmiati dalle violenze. La Polizia Federale ha aperto il fuoco contro la folla che attendeva il funerale, dopo che la folla aveva tentato di attaccare le forze dell’ordine. La cerimonia funebre si è conclusa con 2 morti e 7 feriti.

Il Paese continua essere isolato dal resto del mondo e gli atti di guerriglia urbana starebbero proseguendo, anche se le forze dell’ordine sembrano gradualmente riprendere il controllo di Addis Ababa e di altre città.

Il rinvio delle elezioni, previste per il prossimo ottobre, la morte di Hachalu, le proteste, la violenta repressione della Polizia Federale e la resistenza armata di parte dei manifestanti, ilsorgere di un forte movimento indipendentista in Tigray, sono preoccupanti presupposti di una possibile imminente guerra civile, confermata dallo stesso Primo Ministro.
A questo
si aggiunge il rischio di una guerra regionale contro Egitto e Sudan per le acque del Nilo. Abiy è su di un campo minato.

Il Governo Italiano, il 02 giugno, segnalando le manifestazioni ad Addis Ababa e Oromia, raccomanda ai suoi cittadini la massima prudenza e di limitare gli spostamenti allo stretto necessario, offrendo il numero di emergenza dell’Ambasciata d’Italia ad Addis: +251-911247515. Anche se non si hanno statistiche precise, tra dipendenti di Ambasciata, ditte private, ONG e religiosi in Etiopia risederebbero circa 800 italiani a fronte dei 7.515 etiopi che vivono in Italia. Stiamo contattando l’Ambasciata d’Italia ad Addis Ababa per avere notizie sulla loro incolumità e una visione generale di costa stia succedendo nel Paese e le eventuali conseguenze per l’Italia.

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