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Etiopia – Sudan: cercasi una guerra regionale disperatamente Una guerra con un Paese che dispone di forze armate equivalenti in contemporanea al conflitto non ancora risolto nel Tigray equivale ad un suicidio

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Lunedì 11 gennaio, a distanza di una settimana dal secondo tentativo di invasione respinto dalle forze armate sudanesi, un aereo militare etiope ha violato lo spazio areo del Sudan. L’incidente è stato classificato dal Ministro degli Esteri sudanese come una provocazione tesa ad aggravare una pericolosa e ingiustificata escalation militare tra i due Paesi. Nello stesso giorno le milizie etiopi hanno ucciso sei contadini sudanesi.

La violazione dello spazio aereo sudanese e l’eccidio di innocenti sono gli ultimi atti provocatori del Primo Ministro Etiope Abiy Ahmed Ali, deciso ad occupare i territori frontalieri contestati di Al-Fashqa, un’area di fertile terra agricola all’interno del territorio sudanese. Addis Abeba rivendica Al-Fashqa come territorio etiope in quanto ci vivono centinaia di miglia di etiopi.

L’immigrazione etiope iniziò alla fine degli anni Ottanta e Omar El Bashir (l’ex dittatore sudanese) permise loro di installarsi permanentemente nella regione. Con il passare degli anni, scoppiò una inevitabile guerra tra poveri per il controllo delle risorse coinvolgendo in pieno le comunità autoctona ed etiope. Sorte da entrambe le parti delle milizie supportate dai rispettivi eserciti, Al-Fashqa da ormai 6 anni vive nella totale insicurezza e cicliche violenze etniche. Un comitato misto (sudanese etiope) incaricato di controllare le popolazioni ha miserabilmente fallito.

In realtà, tutta l’attenzione rivolta dal Premier etiope verso i territori di Al-Fashqa e nascosta dalla retorica nazionalista è un atto obbligato da un patto stretto in agosto – settembre 2020 tra il Premier Abiy e la ledership Amhara per sconfiggere la leadership tigrina del TPLF. Il patto prevede l’aiuto militare in Tigray in cambio di un aumento dei territori della regione Amhara nel sud del Tigray, a Benishangui-Gumuz e nei territori sudanesi di Al-Fashqa. Il patto è stato ricercato da Abiy, consapevole che le sole forze federali a disposizione non sarebbero state sufficienti a sconfiggere militarmente il TPLF nei propri territori

La contesa di Al-Fashqa è pericolosa in quanto strettamente legata alla controversia sul ritmo con cui l’Etiopia riempie una gigantesca diga idroelettrica su un affluente del fiume Nilo che sta provocando una significativa diminuzione delle acque del fiume sacro in Sudan ed Egitto. I continui tranelli etiopi per prendere tempo e far ‘dolcemente’ naufragare la possibilità di raggiungere un compromesso, hanno indotto il Sudan a disertare l’ultima, infruttuosa, riunione sulla grande diga DERG fissata per il 10 gennaio. La crisi che sta affrontando il governo di Abiy rende ancora più difficile qualsiasi compromesso capace di tutelare le popolazioni, gli interessi degli Stati ed evitare la guerra regionale.

Immaginare una guerra tra i due Stati significa ipotizzare un disastro continentale, in quanto gli eserciti si equivalgono. La Sudanese Armed Forces (SAF) oltre all’esercito e l’aviazione detengono numerosi reparti d’élite tra i quali le Forze di Supporto Rapido (RFS) e le milizie paramilitari Reserve Department. La RSF è una forza paramilitare autonoma costituita nel 2013 per combattere i gruppi ribelli armati in Sudan, con Mohammed Hamdan DAGALLO (alias Hemeti) come suo comandante (è anche Vice Presidente del Consiglio di Sovranità).

La RSF è stata accusata di aver commesso violazioni dei diritti contro i civili. Secondo quanto riferito, è anche coinvolta in imprese commerciali, come l’estrazione dell’oro e nel traffico di esseri umani diretti in Libia ed Europa. Alla fine del 2019, il Presidente del Consiglio di sovranità e il comandante in capo della SAF, il generale Abd-al-Fatah al-BURHAN, affermò che la RSF sarebbe stata completamente integrata nella SAF, senza fornire una tempistica. A tutt’oggi, le RSF rimangono un reparto potente ed autonomo in difesa della giunta militare che partecipa al governo di transizione. In totale l’esercito sudanese conta 109.300 effettivi (di cui 40.000 soldati impegnati nella guerra civile dello Yemen come mercenari della Arabia Saudita) a cui si aggiungono circa 17.500 milizie paramilitari.  L’armamento è prevalentemente russo e cinese. Il Sudan possiede anche una fabbrica per la produzione di armi leggere.

L’esercito etiope (Ethiopian National Defense Force – ENDF) può contare su 160.000 effettivi di cui almeno la metà impegnati nel conflitto in Tigray che sta diventando il Vietnam etiope. Ad essi si aggiungono circa 70.000 milizie locali. L’armamento viene acquistato principalmente da Russia, Stati Uniti e Paesi Est Europa (ex blocco Sovietico). Il servizio militare è volontario ma in caso di guerra la leva diventa obbligatoria. Questo rende debole l’esercito etiope. Anche in caso di riuscire a mettere in campo 500mila uomini, la maggioranza di essi corre il rischio di ricevere un addestramento sommario prima di essere spedita al fronte a farsi macellare, come successe per la guerra di trincea Eritrea – Etiopia.

Le unità blindate e l’aviazione dei due Paesi si equivalgono. Nel gennaio 2020 il governo etiope ha annunciato di aver ripristinato la marina, che era stata sciolta nel 1996 dopo l’indipendenza dell’Eritrea. Nel marzo 2019 l’Etiopia ha firmato un accordo di cooperazione in materia di difesa con Parigi che prevedeva che la Francia avrebbe sostenuto l’istituzione di una marina etiope. In realtà una mazzetta visto che l’Etiopia non ha alcun sbocco sul mare.

Le spese per la Difesa rappresentano il 3% del Prodotto Lordo Interno del Sudan. Quelle etiopi il 0,7%. Vari osservatori regionali pensano che le percentuali reali dei rispettivi paesi siano maggiori ma tenute nascoste per ragioni di segretezza.  Una seconda debolezza dell’Etiopia è la composizione federale delle forze armate. Ciascuno dei novi Stati che compongono la Federazione Etiope ha una forza di polizia, regionale, unità speciali e milizie locali che rispondono alle autorità civili regionali. Queste forze vengono coordinate dalla polizia federale etiope (EFP) e dall’esercito federale: l’EFP. Ironicamente le due unità federali riferiscono al… Ministero della Pace.

Seguendo le notizie (sconfortanti) dei vari fallimenti dei summit sulla diga DERG e sulla disputa frontaliera Sudan Etiopia, si ha la netta impressione che il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali sia in disperata ricerca di una guerra regionale. Una guerra con un Paese che dispone di forze armate equivalenti in contemporanea al conflitto non ancora risolto nel Tigray equivale ad un suicidio, secondo la nostra logica, ma non per quella etiope.

Abiy è consapevole di essersi impantanato in una guerra dagli esiti incerti in Tigray che, al momento, non riesce a vincere nonostante l’aiuto dell’esercito eritreo. I crimini di guerra e contro l’umanità commessi raggiungono tali dimensioni da obbligare il governo di Addis a continuare a negare l’accesso alle organizzazioni umanitarie internazionali e alle Nazioni Unite non riuscendo a nascondere le prove e azzittire le testimonianze. Questa necessità ha un prezzo: il discredito internazionale.

Il rischio di una guerra prolungata in Tigray (come si profila all’orizzonte) rende Abiy debole e potrebbe incoraggiare altre etnie (per primi gli Oromo) a ribellarsi a loro volta. Al Premio Nobel per la Pace conviene maggiormente una guerra esterna che possa compattare la Nazione e rinviare eventuali rivolte. Sempre meglio affrontare due fronti (uno in Tigray e l’altro al confine) che la balcanizzazione del Paese. Abiy ha ben presente che il tentativo dei Serbi di preservare l’unità della Iugoslavia fallì in un bagno di sangue e il sorgere di una miriade di Staterelli su base nazionale – religiosa.

Per il Primo Ministro etiope è praticamente impossibile rinunciare ai territori di Al-Fashqa. La maggioranza degli etiopi stanziati lì sono Amhara e le autorità regionali hanno reclamato l’espansione dei territori Amhara come ricompensa per la partecipazione al conflitto tigrino. L’espansione si rivolge a territori del Tigray ma anche del Sudan: Al-Fashqa, giustappunto. Abiy non può tradire le aspettative soprattutto quando sono state pronunciate dellepromesse. Sarebbe la sua immediata fine.

Oltrepassando eventuali calcoli politici di politica interna, la guerra con il Sudan coinvolgerebbe direttamente l’Egitto e l’Eritrea. Le monarchie della Penisola Araba si dividerebbero nel sostenere l’Egitto o l’Etiopia. La Turchia ne approfitterebbe per entrare nella tragedia come Siria e Libia dimostrano, mentre il gruppo terroristico islamico Al-Shabaab (la gioventù), affiliato al DAESH (il vero nome del ISIS), ne approfitterebbe per seminare il caos nello Stato etiope Somali Region.

Nel frattempo che le tensioni montano con il Sudan, il conflitto in Tigray continua nonostante che siano confermate le esecuzioni extragiudiziarie di tre membri del TPLF tra cui l’ex ministro degli esteri Seyoum Mesfin e la cattura di Sebhat Nega, un membro fondatore del TPLF.

Il 28 novembre dello scorso anno il governo del primo ministro Abiy Ahmed ha dichiarato la vittoria nel conflitto con il TPLF, dopo quasi un mese di combattimenti. I leader latitanti del TPLF avevano promesso di continuare a combattere dalle montagne della regione nel nord dell’Etiopia. I leader uccisi o catturati potrebbero non aver ricoperto ruoli di dirigenza della resistenza tigrina. Questo spiegherebbe la continuazione del conflitto. Le Nazioni Unite ritengono che attacchi aerei e battaglie dall’inizio di novembre nel Tigray abbiano ucciso migliaia di persone. I combattimenti continuano in alcune parti e più di 2 milioni di persone hanno bisogno di aiuto, a loro negato dal governo federale.

La comunità internazionale e i media stanno sottolineando l’urgenza degli aiuti umanitari nella speranza di convincere il governo etiope a consentire l’accesso incondizionato. Migliaia di persone muoiono per mancanza di cibo, medicine e uccisioni arbitrarie da parte di soldati eritrei, soldati etiopi e forze Amhara. Secondo le testimonianze pervenuteci in tutto il Tigray, in particolare nelle città, “vi sono stupri di gruppo e violenza di genere contro le donne tigrigne. Alcune vengono rapite e non si sa dove si trovano, alcune ricoverate in ospedale, altre stanno impazzendo, vivono sotto shock a causa delle violenze subite”.

Inoltre, il governo federale è impegnato da mesi in un’intensificante campagna militare contro i ribelli indipendentisti nello stato regionale di Oromia che al momento non sono seguiti dalla popolazione Oromo ma potrebbero esserlo in un prossimo futuro. Sebbene ciascuno di questi conflitti implichi rivendicazioni storiche e complesse sul territorio, le risorse, l’identità e la rappresentanza politica, il perseguimento di tali rivendicazioni con la forza delle armi ha portato il paese sulla strada della balcanizzazione. Vi è una imperativa necessità di pressioni internazionali al fine di fermare questa politica predatrice del Primo Ministro Abiy e di ricondurre le tensioni etniche ad un dialogo tramite una politica inclusiva. Il problema è uno e grosso. Come possono Unione Europea e Stati Uniti avere la mano pesante contro un leader che per 2 anni consecutivi è stato da loro presentato all’opinione pubblica internazionale come il “GoodGuy”, riformatore e garante del processo democratico in Etiopia?

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