venerdì, Febbraio 26

Etiopia: scatta l’offensiva finale su Mekelle, capitale del Tigray L’ostinazione delle parti belligeranti rischia di trasformare la bellissima città del Tigray in una Sarajevo africana

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Il Primo Ministro etiope Abiy Ahmed Ali ieri ha ordinato alle forze militari federali di lanciare una ‘offensiva finale’ sulla capitale del TigrayMekelledopo che il suo ultimatum di 72 ore per i leader locali dissidenti di arrendersi è scaduto.

In una dichiarazione pubblicata sui social media, Abiy Ahmed ha affermato che sarà prestata grande attenzione per proteggere i civili innocenti dai pericoli e ha affermato che le truppe governative si impegneranno per garantire che la città di Mekelle, che ha una popolazione di oltre 700.000 abitanti, non sia ” seriamente danneggiata“.

Chiediamo alla gente di Mekelle e dei suoi dintorni di disarmarsi, rimanere a casa e stare lontano dagli obiettivi militari [e]a fare la loro parte nel ridurre i danni da sostenere a causa di una manciata di elementi criminali“, ha detto Ahmed.

I toni usati dal primo ministro sulla sorte dei civili sono diametralmente opposti alle scandalose dichiarazioni fatte dal portavoce dell’esercito federale, Deijene Tsegayedi quattro giorni fa. “La conquista di Mekelle è prossima. Ai cittadini della città si comunica la direttiva di dissociarsi dalla giunta regionale e di fuggire, dopodiché non ci sarà pietà. Dichiarazioni che avevano trovato un silenzio assenso da parte del Parlamento e del governo federale.

Il cambiamento di toni è stato necessario in quanto il Primo Ministro, spingendo sulla retorica nazionalistica, promuovendo l’odio etnico, non è riuscito ad ottenere una rapida vittoria, come sperato, aumentando le preoccupazioni della comunità internazionale sul rischio di genocidio. Inoltre, a distanza di 18 giorni dall’inizio del conflitto, stanno emergendo prove e testimonianze di atrocità e crimini di guerra commessi sui civili dall’esercito federale e dalle milizie Asmara sue alleate.

L’opinione pubblica nazionale, dopo un iniziale supporto alla campagna militare di Abiy (dovuto da rancori per la gestione del potere con il pugno di ferro esercitata per quasi 30 anni dal TPLF), sta ora sensibilmente cambiando. Sempre più etiopi temono un conflitto di lunga durata che comprometta l’economia nazionale già provata dalla pandemia da Covid19 e un intervento di vari attori internazionali con il rischio di creare una situazione simile alle guerre civili in Iugoslavia, Somalia, Siria e Yemen.

Un timore, quest’ultimo, giustificato vista la presenza in Tigray di truppe eritree e droni da guerra degli Emirati Arabi in supporto delle truppe federali. Forti i sospetti che Egitto e Sudan stiano supportando il governo regionale del Tigray. Se il conflitto dovesse perennizzarsi vi sono alte probabilità che di un coinvolgimento diretto egiziano e sudanese contro il governo federale a causa della irrisolta disputa sullo sfruttamento delleacque del Nilo e sulla mega diga etiope ‘Grande Rinascita’.

Anche la disastrosa situazione umanitaria della popolazione tigrigna, causata direttamente dall’offensiva militare voluta dal Primo Ministro Abiy per risolvere una problematica strettamente politica, inizia ad emergere in tutta la sua drammaticità. Le Nazioni Unite affermano che le carenze provocate dal conflitto e dal blocco terrestre e aereo imposto dai federali, sono diventare molto critiche, con carburante, cibo, medicinali e denaro in esaurimento.

Fonti diplomatiche informano che il TPLF è stato costretto a requisire le derrate alimentari destinate a quasi 100.000 rifugiati dall’Eritrea presenti nei campi profughi del Tigray per poter far fronte (anche se parzialmente) alle esigenze alimentare della propria popolazione. Più di 600.000 persone che dipendono dalle razioni alimentari mensili non le hanno ricevute questo mese. Il blocco terrestre e areo è talmente grave che all’interno di Mekelle, il Programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite non può trasportare cibo dai suoi magazzini. Le comunicazioni e i collegamenti con la regione del Tigray rimangono interrotti da quando è scoppiato il conflitto e Human Rights Watch avverte che “le azioni che impediscono deliberatamente le forniture di soccorso” violano il diritto internazionale umanitario.

Le dichiarazioni apertamente genocidarie dello Stato Maggiore dell’esercito federale, hanno creato lo sdegno internazionale causando la perdita del più importante alleato: gli Stati Uniti. Un supporto chiarito sei giorni fa dall’Ambasciatore americano in Etiopia, Michael Raynordurante un incontro con il Primo Ministro Abiy e rafforzato dal Vicesegretario degli Stati Uniti per gli affari africani, Tibor Nagy, che ha incolpato le autorità del Tigray del tentativo di deporre Abiy e reclamare il potere politico nazionale che avevano perso da quando è entrato in carica nel 2018,. «Questa è una fazione del governo che gestisce una regione in Etiopia che ha deciso di intraprendere nuovamente le ostilità contro il governo centrale. In questo momento penso che la loro tattica abbia avuto l’effetto opposto rispetto a quello che stavano pianificando» ha affermato Raynor ai media etiopi.

Ieri, 25 novembre, il Consiglio della Sicurezza Nazionale degli Stati Uniti ha interrotto l’inziale supporto alla guerra offerto dalla uscente Amministrazione Trump, affermando di sostenere in pieno i tentativi dell’Unione Africana per un cessate il fuoco e un dialogo nazionale per riportare la pace in Etiopia. Ora gli Stati Uniti si uniscono all’ONU, Papa Francesco e al Premier italiano Giuseppe Conte al fine di imporre alle parti belligeranti un immediato cessate il fuoco e l’inizio dei negoziati di pace.

Nonostante le pressioni esercitate ora dagli Stati Uniti, il Primo Ministro tenta ancora di rifiutare qualsiasi tregua e negoziato, continuando a definire il suo principale avversario politico: il TPLF una ‘giunta criminale’. Astutamente Abiy nasconde il suo passato all’interno della coalizione di governo dominata dal TPLF dove ricopriva importanti ruoli di controllo sociale tramite le comunicazioni che hanno contribuito alla repressione di migliaia di oppositori politici, prima di ricevere (dal TPLF) la carica di primo ministro nel 2018. Gli sforzi dell’ultimo minuto dell’Unione Africana e delle Nazioni Unite per disinnescare la crisi sono falliti. Mercoledì Abiy ha respinto le “interferenze” internazionali.

Il rifiuto delle richieste di cessate il fuoco e apertura dei negoziati è semplice da comprendere. Il governo federale spera di chiudere la partita contro il TPLF entro pochi giorni con la conquista di Mekelle. Se il conflitto dovesse durate oltre le rosee aspettative di Addis Ababa o se si trasformasse in una guerriglia protratta, probabilmente l’ex Premio Nobel della Pace ora nei panni del Generale senza pietà e Signore della Guerra, potrebbe accettare una forma di dialogo per uscire dal pantano bellico da lui stesso creato.

Ieri il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, riunitosi per la crisi etiope, ha domandato alle parti belligeranti l’immediato cessate il fuoco, permettere l’apertura di corridoi umanitari al fine di assistere i civili, supportare e difendere i profughi eritrei che rischiano di subire rappresaglie a causa dell’intervento militare del loro governo, di accettare la mediazione dell’Unione Africana.

La pace ora dipende dall’esito dell’offensiva su Mekelle.  Debretsion Gebremichael, il leader del TPLF, martedì 24 novembre ha dichiarato che il suo popolo era “pronto a morire” difendendo la propria patria. L’ostinazione delle parti belligeranti rischia di trasformare la bellissima città del Tigray in una Sarajevo africana.

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