domenica, Novembre 29

Etiopia: rischio secessione del Tigray, ovvero crollo di Abiy e del Paese Lo scontro tra il Governo federale e il Tigray sulle elezioni, la crisi economica, lo scontro con l’Egitto rischiano di far collassare l’Etiopia. L’Italia con un passato e un presente opaco sta a guardare

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Il Tigray è la regione nord dell’Etiopia, con un’area di 53,638 km² (quasi il doppio di quella del Belgio), con una popolazione di quasi 5 milioni di abitanti,patria del TPLF (Tigrayan People’s Liberation Front), il movimento tigrino che ha lottato contro la dittatura stalinista del DERG di Mènghistu Hailé Mariàm, e che ha governato in Etiopia dal 1991 al gennaio 2020, quando è uscito dalla coalizione di Governo dal medesimo controllata, causa forti dissidi con il Primo Ministro, Abiy Ahmed.

Quasi un mese prima della decisione di rinvio delle elezioni previste ad ottobre, il TPLF ha aperto un forte contenzioso sulle elezioni amministrative,dimostrando di essere a conoscenza delle manovre politiche del Primo Ministro molto tempo prima che fossero ufficialmente rese pubbliche.
Lunedì 04 maggio 2020, il TPLF ha annunciato la volontà di indire elezioni indipendenti in Tigray,nonostante il probabile rinvio a livello nazionale della tornata elettorale.

Lo scorso 17 giugno, il Presidente del TPLF, Debretsion Gebremichael, ha chiarito che il suo movimento politico non ha alcuna intenzione di aprire colloqui separati sulla data delle elezioni e altre questioni nazionali con il Primo Ministro e il suo partito illegalmente al potere. Secondo Debretsion, il disaccordo tra la regione Tigray e il Governo federale può essere risolto solo tramite colloqui nazionali che coinvolgano tutte le entità politiche del Paese. Gli avvenimenti degli ultimi 12 mesi sembrano dare ragione al leader tigrino. Il Prosperity Party (il partito di Abiy) non ha affrontato alcuna elezione, è alla guida della coalizione di Governo grazie a manovre politiche condotte da Abiy Ahmed ai danni del movimento tigrino.

Pur ricevendo serie minacce da parte del Governo federale, Debretsion ha affermato che il Tigray sta organizzando le elezioni regionali, rispettando la data prevista di ottobre «al fine di salvaguardare i diritti della nostra gente e preservarla dal caos». Il TPLF ha, inoltre, accusato il Prosperity Party di Abiy di non avere alcun interesse reale a tenere le elezioni nazionali utilizzando la pandemia da coronavirus Covid-19 come «una scusa per stabilire una dittatura individuale». Il Primo Ministro ha respinto l’accusa. «Le rivendicazioni del TPLF non hanno basi costituzionali. Non hanno il mandato per tenere elezioni regionali separate. Il TPLF sta cercando di destabilizzare il Paese nel tentativo di riprendersi il potere», ha dichiarato il portavoce del Prosperity Party, Awelu Abdi.

William Davison, senior analista del think tank International Crisis Group, ha affermato che ladecisione del TPLF di procedere alle elezioni prima che il resto del Paese potrebbe essere politicamente esplosiva a causa della mancanza di chiarezza giuridica. «Rischia di approfondire la crisi politica dell’Etiopia, poiché la legalità delle regioni che tengono elezioni senza il permesso federale non è chiara ed è contestata», ha detto a ‘Reuters’.

Nonostante questi rischi, il TPLF gode del sostegno della popolazione tigrina che ha spontaneamente lanciato la propaganda mediatica #TigraiVotes2020 di cui slogan principale è: ‘Sono tigrino, non etiope’.

Il Governo Italiano il 02 giugno, segnalando le manifestazioni ad Addis Ababa e Oromia, raccomanda ai suoi cittadini la massima prudenza e di limitare gli spostamenti allo stretto necessario, offrendo il numero di emergenza dell’Ambasciata d’Italia ad Addis: +251-911247515.

Anche se non si hanno statistiche precise, tra dipendenti di Ambasciata, ditte private, ONG e religiosi in Etiopia risederebbero circa 800 italiani a fronte dei 7.515 etiopi che vivono in Italia. Dato sottovalutato, in quanto è risaputo che decine di etiopi giungono le coste italiane facendosi passare per eritrei, al fine di ottenere l’asilo politico. Tra le principali ditte che operano nel Paese vi è la Salini Impregilo (attiva, tra il resto, nella costruzione della Diga Grande Rinasciata) e Calzedonia.

È proprio la ditta di Verona, di Sandro Veronesi, a correre un grosso rischio nella situazione attuale. Nel 2018 la ditta veronese ha aperto uno stabilimento presso il capoluogo del Tigray, Makelle, la ITACA Textile Factory, con un investimento di 15 milioni di dollari. La fabbrica impiega 1.100 lavoratori e produce maglieria, pigiami e leggings per le etichette del gruppo Calzedonia, Tesenis e Intimissimi, divenendo larealtà industriale più significativa della regione.

I dipendenti sono ben pagati e godono di supporto di servizi sociali copiando il modello fordistsa. Vietatissima, però, l’iscrizione ad ogni tipo di sindacato, anche a quelli filogovernativi e ipermoderati.
In Etiopia
Sandro Veronesi promuove anche opera filantropiche attraverso la Fondazione San Zeno. La capacità di produzione ed esportazione sui mercati europei, stimata a 789.569 dollari al mese, potrebbe essere seriamente compromessa, qualora scoppiasse un conflitto tra il Tigray e il Governo Federale.

In Etiopia vi è anche un importante ufficio della Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo (AICS), ubicato all’interno della sede della Ambasciata, a Villa Graziani (dimora del generale Rodolfo Graziani, all’epoca dell’occupazione fascista) ribattezzata ‘Villa Italia’. I settori di intervento sono agroindustria, servizi di base, buon governo e migrazione. Accusata negli anni passati di essere troppo vicina al regime tigrino, e di concentrare gli aiuti nelle zone abitate dai tigrini, dal 2018 l’AICS ha sviluppato interventi umanitarie anche in Oromia, Somali Region e Gambella Region (al confine con il Sud Sudan).
Vi sono anche diverse ONG italiane tra le quali:
CISP, COOPI, LVIA, GVM delle Marche, VIS.

Alcuni oppositori etiopi nutrono il sospetto che i finanziamenti elargiti dalla ACIS e dal Ministero italiano degli Interni, riguardanti progetti tesi a mitigare l’immigrazione in Italia, nascondino un tentativo di schedare i cittadini etiopi potenziali migranti. Sospetti non comprovati da prove e fermamente respinti dall’ufficio AICS di Addis Ababa, mentre il Ministero degli Interni ha ignorato ‘tout court’ queste accuse.

Dal 2018 il Governo italiano sta tentando di aumentare la presenza industriale italiana e gli scambi commerciali con l’Etiopia. Diverse visite ufficiali sono state compiute tra cui Matteo Renzi nel 2015, il Presidente Sergio Mattarella nel 2016 e recentemente quella di Emanuela Claudia Del Re, Vice Ministro Affari Esteri nei governi Conte I e Conte II.

Nonostante tali relazioni, l’imprenditoria italiana sembra stentare a decollare in Etiopia a causa della celata diffidenza etiope verso l’Italia. Una diffidenza nata dai crimini contro l’umanità commessi durante l’occupazione fascista e aumentata dal sistematico rifiuto di ogni governo italiano, dal 1948 ad oggi (Governo Conte compreso), a riconoscere i crimini e affrontare i delicati argomenti della riparazione finanziaria e delle responsabilità politiche.
La reputazione dell’Italia è peggiorata in Oromia ad iniziare dal 2015. Gli Oromo accusano le aziende italiane in Etiopia di fare affari con il regime proprio nelle zone dove la popolazione è particolarmente repressa per favorire gli interessi privati del regime.
Riferimenti espliciti alla Salini Impregilo, conduttrice delle opere di costruzione della diga Glgel Gibe III (detta Grande Rinascita), dove
tra100.000 e 200.000 persone sono state sloggiate dall’Esercito. Gli Oromo non avrebbero mai perdonato l’infelice frase di Matteo Renzi(all’epoca Presidente del Consiglio), pronunciata nel luglio 2015, durante l’inaugurazione (provvisoria) della diga, insieme al premier etiope. Nell’occasione Renzi definì la costruzione della diga «un orgoglio italiano», immemore del crimine contro l’umanità compiuto dal Governo etiope. Una dichiarazione interpretata dagli Oromo come un insulto aggravato dal fatto che sarebbe stato pronunciato da unnipotediquelliche massacrarono 780.000 etiopi durante la guerra di invasione e il periodo di occupazione militare da parte del Fascio Littorio.

Il ‘Sistema Italia in Etiopia sarebbe coinvolto anche nella produzione di olio di palma ejatropha curcas (pianta con semi oleosi, destinata a biocarburanti) da esportare in Italia tramite la FRI-EL Green, che, tramite la sussidiaria locale Fr-El Ethiopia Farming and Processing PLC, nel 2007, si è aggiudicata la concessione di 30mila ettari di terreni arabili nella bassa valle del South Omo. La piantagione avrebbe direttamente causato una drastica diminuzione della produzione agricola destinata al fabbisogno alimentare degli Oromo, creando una severa malnutrizione infantile.

L’opposizione politica etiope, oltre al mancato riconoscimento dei crimini contro l’umanità compiuti durante l’occupazione fascista, rimprovera all’Italia un inspiegabile silenzio dinnanzi a due inchieste ben dettagliate sul nefasto ruolo dell’imprenditoria italiana in Etiopia, condotte nel 2016.
La
prima, condotta dalla ONG Survival International e la seconda dal settimanale ‘Nigriziacon i giornalisti Giulia Franchi e Luca Manes. In entrambe le inchieste la ‘presuntacomplicità italiana ai crimini descritti è stata confermata da Human Righjts Watch e daAmnesty International.

Il giudizio Oromo verso l’Italia sembra senza appello. «Sembra che la comunità internazionale non si renda conto che sta donando soldi per permettere al Governo etiope di distruggere la vita delle popolazioni indigene nella valle dell’Omo. L’Italia è complice di queste violenze e abusi?»,commentò, nel 2015, un abitante della zona, intervistato da Franchi e da Manes. “Forse questa è la spiegazione dell’incomprensibile silenzio dei media italiani su quanto sta avvenendo in Etiopia?”, viene da chiedersi oggi, come fanno voci dell’opposizione etiope costrette a tenersi ben lontane dai riflettori mediatici.

Per il momento il Governo italiano, attraverso la Farnesina, tace; se e cosa stia facendo non è dato saperlo. Il rischio di implosione dell’Etiopia avrebbe gravi conseguenze, non solo in Africa, ma anche in Italia (non sarebbe da escludere una ondata migratoria), e a livello mondiale, soprattutto nel periodo postpandemico in cui si prevede una grave crisi economica internazionale.

Quale è la posizione delgrande capitaleverso l’Etiopia? La si può trovare espressa dal famoso quotidiano economico Bloomberg’, in una ‘opinion’ del 3 luglio, a firma di Bobby Ghosh.«Nessuna stretta sulle comunicazioni può nascondere il fatto che il celebre pacificatore stia lottando per calmare la propria gente. Né può il successo economico dell’Etiopia, che ha conquistato la lode di Abiy all’estero, collassale sulle lamentele politiche e le rivalità etniche del Paese, alcune delle quali scatenate dalle sue ambiziose riforme. Tutti questi fattori minacciano di macchiare l’alloro del Nobel della Pace di Abiy», scrive Ghosh. E aggiunge, esprimendo tutta la preoccupazione del mondo economico-finanziario: «Peggio ancora, potrebbero compromettere il progresso economico dell’Etiopia. Solo la scorsa settimana, leprospettive rivedute per il 2020 dal Fondo Monetario Internazionale hanno registrato un rallentamento della crescita all’1,9%», segnalando che Abiy, «che ha reagito lentamente alla pandemia di coronavirus, ha dovuto cercare finanziamenti di emergenza dall’FMI per far fronte alla crisi».

Oltre a tutto il resto, sottolinea Ghosh, «il Primo Ministro si sta preparando per il suo più difficile test di politica estera dopo l’accordo di pace con l’Eritrea che gli è valso il Nobel. Le relazioni con l’Egitto sono quasi al limite» causa il gigantesco progetto di diga etiope sul Nilo.

L’editorialista di Bloomberg’, avverte: glisconvolgimenti politici interni al Paese «probabilmente peggioreranno quando il Paese subirà lo shock economico della pandemia, combinato con una devastante piaga di locuste e inondazioni causate da piogge insolitamente intense. Ciò complicherà gli sforzi di Abiy per attrarre un maggior numero di investitori stranieri, in particolare per il settore privato. (Il suo Governo ha lavorato per istituire la prima borsa dell’Etiopia)».

Nè manca di sottolineare Ghosh, che «le controversie territoriali tra Tigray e la regione di Ahmara» che potrebbero «divampare».

Rilievi anche duri, senza eludere il fatto che le credenziali di Abiy «sono state messe in discussione dai rapporti dei gruppi per i diritti umani su omicidi extragiudiziali», ma alla fine ilcapitalismo internazionale difende il Primo Ministro, in quanto l’Etiopia rappresenta un potenziale e interessante mercato di 110 milioni di persone, grazie alle riforme economiche promesse da Abiy Ahmed, tutte indirizzate verso la privatizzazione delle industrie statali e l’apertura al libero mercato e investitori internazionali fino ad ora restii ad investire nel Paese, causa il rigido controllo statale sull’economia.

Il processo di privatizzazioni e apertura al libero mercato è nella sua fase di studio, ma la gestione economica nazionale del premier e del suo partito‘della Prosperità’, secondo alcuni osservatori, sarebbe già fallimentare, o rischia di esserlo dopo questo delicata fase della quale abbiamo detto.
Il
tasso di sviluppo economico nel 2019 è cresciuto solo del 1,9%, il più basso indice dalla grande carestia del 2003. Le diseguaglianze socialie la povertà sono aumentate. In Etiopia c’è una classe di superricchi (tutti legati al regime), una classe media che sopravvive grazie alle sovvenzioni statali e ai lavori presso l’Amministrazione pubblica, e un esercito di disperati che vivono con meno di 2 euro al giorno. Questa situazione sembradestinata a peggiorare quando il processo di privatizzazione verrà completato e le sovvenzioni statali abrogate. La povertà è una bomba ad orologeria pronta a scoppiare.
E i disordini rischiano di trasformarsi in guerra civile.

La crisi tra Governo centrale e governi regionali, in primis Tigray, la questione diga, sia sul fronte interno sia sul fronte internazionale con lo scontro diplomatico con l’Egitto, la crisi economica che affiorerà nel periodo postpandemico, le devastazioni dei raccolti causate dall’invasione delle cavallette e dalle inondazioni che hanno colpito varie parti del Paese, come sottolinea anche l’editorialista di ‘Bloomberg’, sono fattori che preannunciano una imminente crisi economica e una combinata crisi sociale e politica.

C’è da sottolineare, in chiusura, che il Paese rimane isolato (diversi i blocchi di internet). Le notizie stanno trapelando con estrema difficoltàI giornali governativi (o vicini al Governo), a partire da quelli in rete in lingua inglese, sembrano aver scelto l’opzione del blackout informativoFatti che sono particolarmente preoccupanti. 

C’è da sottolineare, in chiusura, che il Paese rimane isolato (diversi i blocchi di internet). Le notizie stanno trapelando con estrema difficoltà. I giornali governativi (o vicini al Governo), a partire da quelli in rete in lingua inglese, sembrano aver scelto l’opzione del blackout informativo. Fatti che sono particolarmente preoccupanti. 

Alcune notizie ricevute dal sito di informazione online indiano NDTV fanno aumentare il bilancio delle vittime a 239. La notizia è stata confermata da un breve comunicato stampa del Comissario di Polizia dell’Oromia: Mustafa Kedir. “A causa dei disordini verificatisi nella regione, nove agenti di polizia, cinque membri della milizia e 215 civili hanno perso la vita” Ad Addis Ababa vi sarebbero altre 10 vittime tra i civili. I dati evidenziano uno spaventoso aumento rispetto ai 81 decessi registrati nei primi due giorni della rivolta. Le cifre ufficiali sono considerate da molti osservatori delle sottostime, soprattutto per quanto riguarda le vittime registrate presso la capitale dove vi sarebbero in atto duri scontri a fuoco tra polizia federale e manifestanti che hanno costretto a proteggere l’aeroporto internazionale. NDTV riporta che molti edifici governativi e proprietà private sono stati danneggiati e saccheggiati in Oromia. Gli arresti sarebbero saliti a 3.500.

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