venerdì, Aprile 10

Etiopia: non basta un Premio Nobel per risolvere il problemi del Paese Scontri etnici, scontri religiosi, minacce di scisma nella Chiesa Ortodossa che da sempre è anche un potere politico, scontri con ex alleati. Il Paese rischia di spaccarsi, e il Premio Nobel Abiy Ahmed Ali rischia di fallire nell’impresa di modernizzare il Paese

0

Emozionante l’avvenimento storico in cui un etiope per la prima volta riceve un riconoscimento internazionale per aver contribuito alla pace nel mondo. Abiy Ahmed Ali, Primo Ministro dell’Etiopia ha ricevuto il Primo Nobel per la Pace per aver promosso e realizzato la pace con l’Eritrea. Ben altri furono gli attori principali (tra cui i monarchi sauditi) ma, sappiamo che la storia tende a semplificare individuando sempre un simbolo capace di riassumere l’intera vicenda. In questo caso il simbolo è Abiy.

Il Premio Nobel serve per rafforzare il suo prestigio internazionale e quello interno. Un diretto supporto da parte delle potenze occidentali al suo programma di riforme politiche, sociali ed economiche. Ora Abiyot, il figlio della Rivoluzione, come viene chiamato dal popolo, si trova in mano sia il Premio Nobel che una spaventosa crisi politicatensioni sociali, persecuzioni religiose. Se ciò non bastasse, deve ora affrontare uno scontro politico con un suo alleato, Jawar Mohammed, che gli sta provocando un drastico calo di popolarità tra gli Oromo.

Abiy Ahmed, ex Direttore delle Comunicazioni dei servizi segreti etiopi, fu eletto a Primo Ministro nel febbraio 2018 a seguito delle proteste popolari iniziate nel 2015 dai principali gruppi etnici, Amara e Oromo, che formarono una inedita alleanza politica, capace di superare i pregiudizi storici.
Nonostante gli Oromo (di origine bantu) avessero avuto un loro regno durante il periodo 
Zemene Mesafint  (l’era dei principi), all’ascesa delle dinastie imperiali Amara furono relegati a ruoli di semi schiavitù e considerati inferiori rispetto agli Amara. Dalla caduta dell’Imperatore ras tafari Haile Selassie in poi gli Oromo non hanno mai occupato posti di rilievo all’interno dei governi, amministrazione pubblica, esercito e polizia. Nel tempo sono riusciti a costruire le basi per la nascita di imprenditori autoctoni che rimangono deboli a livello nazionale causa mancato supporto politico e assenza di politiche tese a svilupare la regione Oromo.

Le proteste furono avviate dagli Oromo per impedire il piano di espansione urbanistica della capitale Addis Ababa che si trova in pieno territorio Oromo. L’area su cui sorge la capitale è considerata zona franca’, circondata dai territori Oromo. Negli ultimi vent’anni il regime ha promosso l’immigrazione rurale verso Addis per creare una capitale multietnica capace di resistente al nazionalismo Oromo. Questi ultimi si opposero ai progetti di espansione urbana di Addis, proposti nel 2015, accusando il Governo centrale di voler rubare ulteriori terre Oromo.
Il movimento popolare non si limitò a bloccare il piano di espansione territoriale del 
Governo, giunse a rivendicare la sovranità etnica della stessa capitaleGli Amara si allearono con gli Oromo accusando i Tigrini di minacciare l’integrità territoriale delle regioni Amara che confinano con il Tigrai.

Le proteste popolari Amara Oromo furono affrontate in un primo momento dal Tigrayan People’s Liberation Front (TPLF), che controlla la Coalizione di Governo (falsamente interetnica)  Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), con la forza bruta. Esercito e Polizia sparavano sui manifestanti per imporre il diritto del TPLF di governare attraverso un bagno di sangue. Nonostante la superiorità militare, favorevole ai tigrini, il movimento Amara Oromo stava progressivamente indirizzandosi verso la creazione di gruppi armati sostenuti politicamente e finanziariamente dall’EgittoIl Governo del generale al-Sisi appoggiò le proteste in Etiopia per creare caos e nella speranza che un futuro governo Amara – Oromo in segno di gratitudine rivedesse le politiche energetiche nazionali che stanno danneggiando l’afflusso di acqua del Nilo nei territori egiziani. Armi libiche già entravano in Etiopia fornite dall’Egitto.

Comprendendo che la repressione adottata come mezzo di contenimento delle proteste, stava portando il Paese dritto alla guerra civile, il Governo federale individuò in Abiy Ahmed come la figura politica più adatta a sostituire il Primo Ministro Hailemariam Desalegn, dimissionario in quanto non più capace di gestire l’esplosiva situazione nazionale.

Abiy Ahmed, un giovane quarantenne, metà Amara e metà Oromo, metà cristiano e metà mussulmano, fu accettato dalla popolazione nonostante fosse sempre appartenuto all’establishment del potere tigrino. Subito iniziò un programma di riforme e di aperture democratiche. Liberazione dei detenuti politici. Riconciliazione con i dissidenti in esilio, permettendo loro di ritornare in patria.
Maggior libertà di stampa e di opinioni. Riforme sociali tese a proporre soluzioni a storiche ingiustizie. Riforme economiche tese a modernizzare l’Etiopia, ancora immersa in una concezione stalinista dell’economia che di fatto la stava progressivamente estraniando dal villaggio globale e dal processo di integrazione economica dell’Africa, nonostante il suo peso politico e geo
strategico nel continente.

Le aperture democratiche dovevano appianare le tensioni sociali sorte nel 2015 e rafforzare il senso di unità nazionale in previsione delle elezioni che si terranno nel 2020Al contrariotutto questo ha incoraggiato le rivendicazioni etniche degli 80 gruppi che formano la popolazione etiope. Antiche rivendicazioni sono risorte, creando pericolose dispute territoriali e compromettendo il sistema federale creato dai Tigrini. Le varie regioni che compongono la Federazione sono state individuate sulla base di appartenenza territoriale della etnia maggioritaria nella zona, creando di fatto regioni quasi monoetniche. Solo la capitale Addis Ababa gode di statuto multietnico, che favorisce la convivenza e la pace.

I dissidenti Oromo e Amara ritornati dall’esilio hanno approfittato delle aperture democratiche di Abiy per riproporre una politica etnica assai estremistica nelle rivendicazioni, rendendo fragile il Primo Ministro all’interno della Coalizione di Governo. I Tigrini iniziarono ad individuarlo come un pericolo per il loro controllo etnico del Paese, e ora sono impegnati a complottare per rimuoverlo.

Il Premio Nobel per la pace è stato dato per rafforzare l’autorità interna del Primo Ministro facendo passare il messaggio che Abiy è l’uomo giusto per l’Etiopia in quanto apprezzato e stimato anche dalla Comunità Internazionale. Il Premio Nobel è stato fonte di orgoglio nazionale, essendo Abiy il primo etiope a ricevere un simile riconoscimento, ma non è stato in grado di creare maggior consenso al Gorbaciov etiope.

Secondo alcuni commentatori politici, Abiy si è mosso troppo velocemente nelle sue riforme politiche ed economiche attirandosi il risentimento dei Tigrini e incoraggiando le rivendicazioni etniche di politici d’opposizione ancora prigionieri di politiche a solo vantaggio della etnia di appartenenza.
Il sistema federale e l’armonia nazionale sono di fatto in pericolo a causa del riforme di Abiy.
L’apparato di potere tigrino e le opposizioni Amara Oromo non hanno saputo o voluto cogliere l’opportunità offerte dal Primo Ministro di superare le antiche divergenze e rancori. Al contrario, queste aperture sono state considerate un segno di debolezza e duramente ostacolate per motivi di supremazia etnica.

Dal 2018 sono scoppiati una serie di conflitti etnici in tutta l’Etiopia che hanno causato 1,4 milioni di sfollati interni. Sono sorti forti scontri etnici tra Oromo e Somali nella Somali Region, e Orogmo e Gedeo nelle zone di Guji, Oromia Orientale. Attualmente il numero di sfollati interni ha raggiunto 2,4 milioni di persone, ben maggiore al totale di sfollati interni della guerra civile in Siria.

Lo scorso luglio, nella Southern Nations, il movimento politico promosso dalla etnia maggioritaria della regione ha iniziato un lotta per ottenere il riconoscimento a Stato. Anche se la rivendicazione non è stata associata ad un’uscita dalla Federazione, il movimento etnico della Southern Nations rappresenta un serio pericolo per l’unità territoriale nazionale, in quanto potrebbe essere emulato da gruppi etnici più potenti e estremisti tra i quali gli Amara e Oromo. Nonostante il parere contrario del Governo federale, gli abitanti della Southern Nations si apprestano a indire un referendum per la creazione del nuovo Stato.

Oltre alle violenze etniche, Abiy deve affrontare un tentativo di far scoppiare una guerra religiosa contro la Chiesa Ortodossa. Dal luglio 2018 oltre 30 chiese ortodosse sono state bruciate e vari preti uccisi, creando un clima di insicurezza generale. Durante la celebrazione del Meskel (28 settembre) il Patriarca della Chiesa Ortodossa Etiope, Abune Mathias, ha lanciato un appello alla fine delle tensioni religiose e degli attacchi ai luoghi di culto. Meskel è la celebrazione commemorativa della scoperta della vera croce sulla quale Gesù Cristo fu crocifisso. Secondo la tradizione fu Santa Elena, la madre dell’Imperatore romano Costantino, a scoprire la croce e a portarla al sicuro in Etiopia.

Gli attacchi alle chiese ortodosse si sono prevalentemente concentrati nelle zone orientali e settentrionali del Paese, secondo l’analisi fatta dalla Amhara Professionals Unions (APU). Una associazione della diaspora etiope degli Stati Uniti che indaga sulle violenze etniche e religiose in Etiopia. Il Governo federale è accusato di aver condotto indagini non adeguate a scoprire i colpevoli e i mandanti di questi atti criminal,i e di non aver messo in pratica adeguate forme di protezione dei luoghi di culto, spesso anche monumenti storici inseriti nel patrimonio culturale nazionale.

Secondo Alemayhu Desta, diacono della Chiesa Ortodossa Etiope della Santa Trinità, con sede a Dallas, Texas, il Primo Ministro e il Governo federale avrebbero adottato una politica difensiva, al fine di diminuire drasticamente il potere che la Chiesa Ortodossa esercita sulla popolazione. Abiy e il governo federale vedrebbero nella Chiesa Ortodossa un nemico del progresso e dell’economia di mercato, oltre ad un organo di repressione dei precedenti regimi.

La Chiesa Ortodossa divenne religione di Stato sotto la dinastia degli Imperatori Amara. In cambio di immenso potere, prestigio e ricchezze, il clero ortodosso accettò di utilizzare la sua influenza tra la popolazione per rafforzare la figura dell’Imperatore che venne semidivinizzata. I rigidi comandamenti della Chiesa Ortodossa che entrano anche nella sfera privata dei credenti, furono utilizzati per impedire sul nascere ogni movimento democratico o contrario al potere divino dell’Imperatore di comandare sul Paese e sui suoi sudditi.

L’attacco alle chiese ortodosse è un attacco anche contro l’etnia Amara. Qualcuno sta tentando di far sorgere una guerra di religione, in quanto vari attacchi alle chiese sono stati condotti da mussulmani nella Somali Region. I mussulmani rappresentano il 35% della popolazione. Il resto cristiano, a maggioranza ortodosso con spaurite minoranze di protestanti e cattolici.

L’Etiopia non può sostenere un conflitto religioso quando la stessa sopravvivenza della Federazione è messa in discussione. Gli attacchi alle chiese sono anche attacchi contro gli Amara e sono studiati per accrescere le tensioni etniche già presenti e far scoppiare una guerra religiosa tra cristiani e mussulmani” osserva Tewodrose Tirfe, presidente della Amhara Association of America.

All’interno della Chiesa Ortodossa si stano creando le basi per uno scisma che ha la potenzialità di distruggere l’attuale alleanza politica tra Amara e Oromotrasformandoli in etnie rivali e competitive per la supremazia nel Paese. Dall’inizio di settembre i clerici oromo hanno minacciato un scisma accusando la Chiesa Ortodossa di non promuovere promozioni gerarchiche a favore dei preti oromo e di non voler introdurre la lingua Oromo nella liturgia. La lingua della chiesa è l’Amarico.

Lo scorso 19 settembre il Governo centrale ha impedito una manifestazione di massa presso Addis Ababa promossa dagli Amara in difesa della Chiesa Ortodossa. Manifestazioni simili si sono svolte in varie città con epicentro a Gondar, luogo sacro degli ortodossi. Ora gli Amara oltre alle rivendicazione di potere etnico, si sono innalzanti a crociati protettori della loro religione divenuta religione di Stato grazie ai loro Imperatori.

Da una settimana, il Primo Ministro deve affrontare un nuovo pericolo causa le forti divergenze sorte tra lui e Jawar Mohammed, cittadino etiopestatunitense molto ricco e seguito tra gli Oromo. Fu Jawar a finanziare le proteste popolari Oromo del 2015 che portarono al potere Abiy. Dopo una breve intesa politica, il governo federale e lo stesso Abyi, hanno iniziato ad accusare Jawar di promuovere agende etniche anche attraverso i media etiopi da lui controllati.

Il 22 ottobre la residenza di Jawar ad Addis Ababa è stata circondata dalla Polizia Federale, mettendo di fatto il leader agli arresti domiciliari non dichiarati. Migliaia di oromo sono accorsi in difesa del loro leader, ingaggiando violenti scontri col le forze dell’ordine. La protesta si è estesa in tutte le città Oromo. Non riuscendo più a contenere la furia popolare, la Polizia ha sparato sui manifestanti. A Dodolla si registrano 4 persone uccise. Altre 5 persone sono state uccise dalla polizia federale in altre città Oromo.

Il dossier Jawar pesa come un macigno sul processo di rinnovamento politico introdotto dal Primo Ministro Abiy. La sua figura esce indebolita da questa nuova e pericolosa contesa politica etnica. Durante le manifestazioni gli Oromo cantavano ‘We don’t want Abiy’ (non volgiamo Abiy). La guerra intrapresa contro l’alleato Jawar, accusato di promuovere agende etniche al danno della Nazione, rischia di far perdere il consenso tra gli Oromo. Una eventualità del genere se si avverasse metterebbe automaticamente Abiy nella difficile situazione di dover amministrare un complesso Paese di 100 milioni di abitanti e con 80 diversi gruppi etnici pronti ad esplodere, indebolito da un sostanziale calo di supporto popolare.
L’Etiopia delle riforme e della rinascita sembra vacillare sulle questioni storiche che nessuno per secoli ha voluto risolvere rimandando la patata bollente alle future generazioni. 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore