domenica, Aprile 5

Etiopia: il premio Nobel per la pace pronto a scatenare la guerra contro l’Egitto per le acque del Nilo L’Etiopia, approfittando della crisi politica e sociale egiziana, in questo decennio ha accelerato i lavori. Ormai la diga Grande Rinascita è quasi terminata, ma se non arriva la soluzione politica sarà guerra

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Dal 2009 il faraonico progetto della diga Grande Rinascita in Etiopia rischia di fare scoppiare una guerra continentale tra i Paesi ospitanti le fonti del sacro fiume (Etiopia, Congo, Kenya, Tanzania, Burundi Rwanda Uganda) e i Paesi attraversati dal Nilo fino al suo sbocco sul mar Mediterraneo (Sud Egitto).

Una guerra che poteva iniziare nel 2010, evitata solo dalla primavera araba che depose il Presidente egizianoHosni Mubarak. All’epoca l’aviazione militare egiziana era pronta a bombardare la diga nelle sue prime fasi di costruzione aviate nel 2011.

Per quasi un decennio l’Egitto è stato costretto a subire la costruzione della diga che diminuirà sensibilmente il livello delle acque del Nilo causando ingenti danni all’ambiente e alla agricoltura egiziana.

Egitto e Sudan rivendicano il diritto sulle acque del Nilo, sancito da un trattato britannico di epoca coloniale mai rettificato. Etiopia e gli altri Paesi sub sahariani chiedono un nuovo trattato che preveda un equo sfruttamento delle immense risorse del Nilo, affamati e bisognosi di centrali idroelettriche per colmare il gap energetico che impedisce l’avvio di una seria rivoluzione industriale.

Dinnanzi al rifiuto di rivedere il trattato coloniale chiaramente espresso dal Cairo e Khartoum, i Paesi africani hanno formato un proprio cartello e un proprio trattato sullo sfruttamento del Nilo, mai riconosciuto da Egitto e Sudan.

La diga Grande Rinascita non è la sola opera a minacciare il livello delle acque del Nilo in Sudan ed Egitto. Altre dighe minori sono in fase di progettazione in Congo e Uganda. La loro realizzazione diminuirà sensibilmente il flusso idrico degli affluenti del Nilo, mettendo a serio rischio la sopravvivenza del sacro fiume, dal quale le popolazioni sudanese e egiziana dipendono da millenni.

La fame di energia dei Paesi africani supera le considerazioni di tutela ambientale. Nessun Paese sub shariano sta considerando progetti alternativi per la produzione energetica, meno invasivi delle centrali idroelettriche.

Ora che l’Egitto si è stabilizzato, sotto la guida del generale Abdul Fattah Al-Sisi, la contesa sulle acque del Nilo è ripresa a livello diplomatico e giuridico. I toni del contenzioso sono duri e la posta in gioco troppo alta per gestire tra gentiluomini il problema.

Cairo e Khartoum devono difendere l’attuale livello delle acque del Nilo per evitare disastri ambientali e un crollo della produzione agricola. I Paesi africani vedono nelle mega dighe sul Nilo e sui suoi affluenti l’unico mezzo per assicurarsi l’energia necessaria per avviare le loro industrie. Nessuno considera alternative energetiche ecocompatibili. Tutti sono pronti allo scontro, trasformando le delicate trattative internazionali in un dialogo tra sordi.

L’Etiopia, approfittando della crisi politica e sociale egiziana, iniziata con la caduta di Mubarak, continuata con l’ascesa del Presidente Mohamed Morsi e della Fratellanza Musulmana per culminare col golpe del generale al-Sisi e la restaurazione del regime militare, in questo decennio ha accelerato I lavori.

Ormai la diga Grande Rinascita è quasi terminata, rendendo difficile qualsiasi soluzione pacifica della disputa. Congo e Uganda si apprestano a realizzare dighe minori sugli affluenti, aumentando il danno ambientale e inasprendo le tensioni continentali.

Dinnanzi all’offensiva diplomatica egiziana tesa a ridefinire lo sfruttamento del Nilo secondo il trattato coloniale, il Primo Ministro etiope, Abyi Hamed, lo scorso ottobre, aveva minacciato una guerra contro la potenza Nord africana.

«L’Egitto sta pensando di usare la forza per risolvere la disputa sulle acque del Nilo. Deve essere chiaro che nessuno può fermare l’Etiopia nel suo progetto. Siamo pronti ad arruolare milioni di uomini ed entrare in guerra per difendere la diga Grande Rinascita». Queste dure parole furono un avvertimento rivolto al Cairo.

I servizi segreti etiopi avevano informato il PrimoMinistro della possibilità che l’Egitto lanciasse dei missili continentali per distruggere la diga ormai ultimata. Opzione più efficace e sicura rispetto ai bombardamenti aerei progettati dal ex Presidente Mubarak per risolvere la disputa a suo favore.

Il discorso guerrafondaio e provocatorio pronunciato da Abyi lo scorso ottobre, mal si addice alla assegnazione del premio Nobel per la pace. Una onorificenza offerta al Primo Ministro Abyi più per supporto politico che per vera natura pacifica del premier etiope, essendo stato per decenni un uomo chiave del meccanismo di terrore e controllo della popolazione attuato dal regime tigrino a cui egli appartiene.

Nessuna meraviglia visto che l’alta onorificenza internazionale da decenni ha perso il suo valore originale ed è usata per aumentare il prestigio a discutibili capi di Stato del terzo mondo in serie difficoltà nei loro Paesi, ma leali e di gran comodo all’Occidente, dicono alcuni osservatori locali.

L’alta onorificenza fu persino data al presidente liberiano Ellen Johnson Sir Leafe pur essendo la mente che scatenò cinicamente due guerre civili in Liberia per giungere alla Presidenza, distruggendo centinaia di migliaia di vite umani durante i due conflitti, tra i più sanguinari mai combattuti in Africa dopo il genocidio in Rwanda del 1994.
Quindi il premio Nobel per la pace può essere concesso anche ad Abyi, essendo i suoi crimini inferiori a quelli commessi da Ellen.

Il generale al-Sisì non ha voluto raccogliere la bellicosa provocazione di Abyi. La guerra contro l’Etiopia non è al momento una priorità per il Cairo. Il regime di deve ancora assestare in maniera definitiva. Per farlo deve rafforzare pericolosi legami con la Russia, in contrappeso alla ingombrante ma necessaria alleanza con le potenze europee e gli Stati Uniti. Inoltre, c’è da risolvere la crisi libica, in tutela degli interessi egiziani nel Nord Africa.

Al Sisì ha chiarito la sua momentanea volontà di evitare un conflitto continentale durante la visita ad Addis Abeba di questi giorni: «State reclutando milioni dei vostri giovani o state costruendo la diga? Le risorse dei nostri Paesi non devono essere sprecate in un conflitto che costerebbe milioni di dollari. Usiamo quei soldi per lo sviluppo delle nostre popolazioni e Paesi».

I toni distensivi di al-Sisì sono obbligati, vista la situazione avversa all’Egitto. Il suo alleato nella disputa, il Sudan, è stato perso durante la rivoluzione sudanese. Il nuovo Governo di Khartoum ora sostiene l’Etiopia, anche se la diga provocherà al Sudan gli stessi danni ambientali ed economici dell’Egitto.

Alleanza dovuta ad Abyi per ricambiare il suo ruolo determinante per la vittoria della controrivoluzione, che ha permesso ai gerarchi del regime islamico di sconfiggere le forze democratiche e rimanere al potere senza Omar Hassan Ahmad al-Bashir, allentando i toni repressivi, senza, però, alterare la natura dispotica del regime sopravvissuto alla fame di libertà e democrazia del popolo sudanese.

Il Cairo confida sulla mediazione americana. Lo scorso novembre, il Presidente Donald Trump è intervenuto nella disputa, creando un team di esperti con il compito di trovare una soluzione di compromesso che accontenti i suoi due alleati africani, Egitto, Etiopia e il Sudan.

In gennaio, i primi ministri dei tre Paesi sono attesi a Washington per trovare un accordo onorevole che tuteli gli interessi di ogni Paese coinvolto nella disputa.

La diga Grande Rinascita ha una storia maledetta. Nessuna azienda estera ha voluto accettare la commessa, causa il disastroso impatto sulla popolazione e sull’ambiente in Etiopia, e rischi di guerra regionale. Nessuna, eccetto l’italiana Salini Impresiglio, legata al regime tigrino da parentele che la rendono intoccabile e al di sopra della legge in Etiopia.

Per costruire la diga l’Esercito ha costretto quasi 200.000 persone ad abbandonare le loro case e terreni coltivati senza alcuna forma di indennizzo. L’impatto ambientale, sottolineato da vari studi, è stato volutamente ignorato dal regime etiope. La Salini ha subappaltato i lavori ad una ditta cinese, il cui nome è segreto di Stato per poter accedere a finanziamenti di Pechino.

Ogni ambientalista e difensore dei diritti umani che ha voluto opporsi alla realizzazione della diga, compromettendo gli interessi del Governo e della Salini, ha subito una dura repressione. Ai giornalisti etiopi e stranieri è impedito indagare. Chiunque si oppone alla diga al governo e alla Salini subisce amare conseguenze.

La diga è costellata di omicidi commessi e ad essa collegati. Ultimo, quello di Semegnew Bekele, ingegnere della diga, assassinato in circostanze assai misteriose nel luglio 2018. Il suo corpo fu ritrovato all’interno della sua auto, in Meskel Square, pieno centro di Addis Abeba.

Il regime etiope lo ha trasformato in un eroe nazionale con tanto di solenni funerali di Stato ma le indagini sulle circostanze della sua morte si sono di fatto arenate. Gli esecutori e i mandanti dell’omicidio rimangono ignoti e ogni indagine giornalistica tesa a collegare il fatto di sangue alla diga Grande Rinascita, seriamente ostacolata.

La diga Grande Rinascita non è nemmeno rivolta a soddisfare il fabbisogno energetico nazionale. È stata concepita per vendere il 80% della produzione energetica ai Paesi limitrofi per risolvere la costante penuria di valuta forte della Banca Centrale.

Gli interessi economici e le ragioni di Stato prevalgono sui diritti umani e la tutela ambientale. Il premio Nobel per la pace è pronto a mandare milioni dei suoi giovani al macello pur di difendere la diga e i colossali interessi che si celano dietro di essa.

Vedremo se la mediazione americana riuscirà a trovare un compromesso soddisfacente. In caso contrario, la prima guerra dell’acqua in Africa sarà solo rinviata per il tempo necessario all’Egitto di rovesciare gli attuali assetti regionali a lui sfavorevoli.

Sono un segreto di pulcinella le manovre dietro le quinte de Il Cairo, tese ad alimentare le tensioni etniche in Etiopia. Una guerra etnica capace di fare sprofondare il paese del Leone di Giuda nel caos risolverebbe la disputa sul Nilo a favore dell’Egitto, senza dover affrontare una guerra continentale.

Se la ragione non prevarrà sugli interessi, sarà questione di tempo prima che dalla diga Grande Rinascita colino fiumi di sangue di giovani etiopi ed egiziani.

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