mercoledì, Novembre 25

Etiopia: il governo federale taglia i legami con il governo del Tigray Con le elezioni regionali, il TPLF ha fatto vedere ai tigrini di saper tener testa al governo federale e ha avviato un processo di secessione al momento ancora latente

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Gli esiti delle elezioni amministrative in Tigray (proibite dal governo federale) erano scontati. Il Fronte di Liberazione Popolare del Tigray (TPLF) ottiene il 98% dei consensi. Le elezioni si sono tenute in un clima di contestazioni e di forti tensioni politiche militari tra Makelle e Addis Ababa. Già prima che si tenessero, il governo federale del primo ministro Abiy Ahmed aveva dichiarato nullo il voto e aveva chiesto che fosse rinviato (così come, a causa della pandemia di coronavirus, sono state rinviate le stesse elezioni nazionali che erano previste per il mese scorso). I tigrini hanno voluto lanciare una sfida al Primo Ministro attraverso la prova di forza elettorale, bollando come ‘dichiarazione di guerra’ ogni eventuale tentativo da parte del governo federale di impedire il voto.

In risposta alle avvenute elezioni, i legislatori etiopi hanno stabilito che i funzionari federali dovrebbero interrompere i contatti con i leader della regione settentrionale del Tigray, che il mese scorso hanno sfidato il primo ministro Abiy Ahmed indicendo elezioni che il suo governo ha ritenuto ‘illegali’. La decisione, annunciata dalla Camera della Federazione, la camera alta del parlamento, favorisce la rottura delle relazioni tra Abiy e il TPLF, che dominava la politica etiope prima che Abiy salisse al potere nel 2018 ed è tuttora al comando nel Tigray.

Si parla di interrompere ogni tipo di rapporto con l’assemblea regionale dello Stato del Tigray. Il governo federale continuerebbe a collaborare con le istituzioni locali del Tigray per fornire servizi di base alla regione. Sintomo che non si è optato per una rottura completa che avrebbe portato allo scontro militare. Pur definendo le elezioni del Tigray come ‘elezioni in baraccopoli’, il Primo Ministro al momento sembra volere escludere misure di titorsione drammatiche come intervento militare o il taglio dei finanziamenti del Tigray. In tutta risposta, i leader de TPLF hanno rifiutato l’estensione del mandato politico, che prima della pandemia avrebbero dovuto scadere la scorsa settimana – sostenendo che Abiy non è più un governante legittimo.

Alla base di questo scontro c’è una lotta di potere tra il primo ministro e lo stesso TPLF. Quest’ultimo, dopo la caduta del dittatore Menghistu Hailè Mariam, che ha governato per 27 anni, con pugno di ferro, l’Etiopia. La morte di Meles Zenwi, leader del TPLF e primo ministro, e l’ascesa di Abiy Ahmed, che appartiene all’etnia oromo – amara, ha portato a un ridimensionamento del partito tigrino e a una sua progressiva emarginazione dal potere.

Con le elezioni regionali, il TPLF ha fatto vedere ai tigrini di saper tener testa al governo federale e ha avviato un processo di secessione al momento ancora latente. Il TPLF utilizzerà la minaccia di secessione per riprendersi almeno parte del potere perduto. In caso di fallimento, la secessione potrà diventare l’ultima risorsa. Al momento, anche i tigrini vanno cauti non avendo interesse a scatenare ora una guerra civile. A testimonianza di ciò, il Partito della Liberazione del Tigray, una formazione estremista che chiede la secessione del Tigray dalla federazione etiope, si è classificato terzo nel conteggio totale dei voti, ma non è riuscito a ottenere un seggio. “Abjy Ahmed si dovrà muoversi con molta diplomazia per ricucire lo strappo con i tigrini ed evitare che la federazione etiope, erede del millenario impero Negus” vada in frantumi” fa osservare il collega Tsesfaye Gebremariam in un suo articolo pubblicato da Africa Rivista.

Se con il Tigray Abiy deve andarci cauto, con l’Oromia si usa la mannaia della repressione federale. Circa 2.000 persone sono accusate di violenze scoppiate in Etiopia dopo l’uccisione a giugno di un’iconica pop star dell’etnia Oromo. Il procuratore generale Gideon Timothewos ha fatto l’annuncio giovedì, negando che le indagini fossero motivate politicamente. “La cifra attuale che abbiamo è di circa 2.000 sospetti accusati per la loro partecipazione alle violenze che hanno avuto luogo nello stato regionale di Oromia”, ha detto durante una conferenza stampa. Le accuse sono legate a giorni di attacchi interetnici e violenze mortali innescate dall’uccisione il 29 giugno di Hachalu Hundessa, un’iconica cantante di Oromo e voce di spicco nelle proteste antigovernative che hanno portato al potere del primo ministro Abiy Ahmed nel 2018. Più di 9.000 persone, tra cui giornalisti e importanti politici dell’opposizione, sono state coinvolte in successivi arresti di massa che hanno alimentato critiche nei confronti del primo ministro.

Tra i politici dell’opposizione di più alto profilo destinati a essere processati c’è Jawar Mohammed, un ex magnate dei media diventato politico che un tempo era considerato un alleato di Abiy. Jawar è accusato di crimini tra cui terrorismo e istigazione alla violenza, ma lunedì è comparso in tribunale e ha denunciato le accuse come parte di un complotto per mettere da parte gli oppositori di Abiy in vista delle elezioni nazionali previste per il prossimo anno. Il leader dell’opposizione ha un enorme sostegno tra i giovani in Oromia. È tornato in Etiopia dopo che Abiy è salito al potere e ha esortato gli esiliati a tornare a casa tra le radicali riforme politiche che hanno portato il primo ministro a ricevere il premio Nobel per la pace l’anno scorso. Jawar è stato ferocemente critico nei confronti di Abiy per il rinvio delle elezioni generali programmate per agosto a causa della pandemia di coronavirus. Il mandato del governo è scaduto ma non è stata fissata una nuova data per le elezioni.

Gli Oromo costituiscono il più grande gruppo etnico dell’Etiopia, ma non hanno mai ricoperto la carica di primo piano del paese fino a quando non hanno contribuito a portare Abiy al potere. Ora, le tensioni etniche e la violenza intercomunitaria stanno ponendo una sfida crescente alle sue riforme.

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