sabato, Agosto 15

Etiopia, Guerra del Nilo: Grand Rinasciata, grande illusione? #ItsMyDam è campagna nazionalistica del regime etiope in favore di una diga che rischia di far scoppiare una guerra con Egitto e Sudan che però risolverebbe molti problemi a Abiy Ahmed

0

#ItsMyDam è l’hashtag inventato dal Ministro etiope delle Acque, Seleshi Bekele, contribuendo ad una calcolata strategia di marketing nazionalistico tesa a convincere la popolazione che la controversa diga Grande Rinascita sia strettamente legata al progresso economico della Nazione, facendo leva sullo storico sentimento di indipendenza nutrito dall’Etiopia, unico Paese africano a non subire la colonizzazione. Solo un breve quanto orrendo periodo di occupazione militare da parte del regime fascista italiano.

Questa strategia di marketing è stata voluta dal Primo Ministro, Abiy Ahmed, che ha contribuito attivamente con la pubblicazione di un poema che spiega la necessità della difesa nazionale e popolare del progetto idroelettrico sul Nilo Blu. «Le mie madri cercano sollievo / Da anni di miseria povertà / I loro figli un futuro luminoso / E il diritto di perseguire la prosperità». Bilene Seyoum, autore della poesia ha fatto leva sul senso nazionalistico che nutre da secoli la società etiope.

Il progetto della diga, dal costo di 4 miliardi di euro, sarebbe cruciale per la elettrificazione e lo sviluppo economico del Paese.
Egitto e Sudan sono raffigurati come nemici nazionali in quanto si oppongono al progetto. La campagna nazionalistica sorta attorno alla diga Grande Rinascita punta a creare una unità nazionale assopendo i conflitti etnici in corso rafforzando la transizione democratica.

Abebe Yirga, un professore universitario ed esperto di management idrico, ha comparato la costruzione della diga alla resistenza etiope contro l’invasore fascista italiano. «Durante quel periodo, gli etiopi disuniti dalla religione e dal background etnico, si sono uniti per lottare contro il potere coloniale. Ora, nel 21simo secolo, la diga Grande Rinascita riunisce tutti gli Etiopi divisi da idee politiche ed etniche».

L’idea di associare il mega progetto idroelettrico al nazionalismo etiope fu originata nel 2011, dal Primo Ministro Meles Zenawi, quando affermò che la diga era stata ideata per eradicare la povertà nel Paese. Anche il nome, ‘Grande Rinascita’,non è stato scelto a caso. All’epoca tutti gli impiegati pubblici contribuirono con un mese del loro salario per trovare i primi fondi necessari per l’avvio dei lavori. Il Governo propose alla popolazione e alla diaspora etiope dei Bond con tassi di interesse molto convenienti.

Tutt’ora la diga Grande Rinascita rimane la speranza per i 110 milioni di etiopi, di cui il 56% vive senza l’accesso alla elettricità.
La campagna di marketing lanciata dal Primo Ministro è accompagnata da una moltitudine di gadget con impresso il logo #ItsMyDam, come le famose magliette che la maggior parte dei giornalisti etiopi sono orgogliosi di sfoggiare.

Ma #ItsMyDam sembra essere una voluta e calcolata mistificazione della realtà.
Già nella fase di studio del mega progetto emersero indicazioni del disastro ambientale che la diga avrebbe procurato. Alcuni esperti consigliarono di investire i 4 miliardi di euro per creare un network di centrali solari ed eoliche sparse nel Paese.
Nessuna multinazionale (cinesi compresi) volle essere assumersi la responsabilità della realizzazione del progetto, nonostante l’evidente ritorno economico. I lavori furono offerti alla ditta italiana Salini Impregilo che, secondo i rumors (forse fantasiosi) che circolano ad Addis Ababa, da 20 anni gode di trattamenti privilegiati grazie alla relazione sentimentale tra uno dei fondatori ed una donna etiope tigrina di alto rango.

Di fatto, Salini ha conquistato il mercato etiope grazie all’amicizia con Giulio Andreotti e alla sua ‘vicinanza’ alla ribellione etiope contro la dittatura del DERG di Mengistu Haile Mariam. Negli anni Ottanta Andreotti affida alla Salini la costruzione di 250 km di strada, 200 di acquedotti, 50 ponti e la bonifica di 20mila ettari a Tana Beles, nella regione del Goggiam. Questo fu il biglietto di visita che schiuse alla Salini le porte per fare affari in Etiopia e in mezzo continente africano.

Durante i lavori, due tecnici, Dino Marteddu e Giorgio Marchiò, il 27 dicembre 1985 furono rapiti dai guerriglieri tigrini del Tigrayan People’s Liberation Front (TPLF). Durante la prigionia i due tecnici riuscirono ad creare una empatia con i loro rapitori e una forte amicizia che si rivelò estremamente utile una volta che i ribelli conquistarono il potere nel 1991.

La Salini ha sempre goduto di privilegi presso il  Ethiopian People’s Revolutionary Democratic Front (EPRDF), prevalentemente controllato dai trigrini del TPLF. In Etiopia criticare la Salini è sinonimo di guai. La ditta italiana, denunciata alla OCSE (Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico) per il sospetto di complicità di gravi violazioni dei diritti umani legati alla costruzione della mega diga, ha subappaltato i lavori ad una ditta cinese.

Ma la storia di Salini nel Paese inizia con il fascismo italiano che ha trucidato 780.000 etiopi durante la guerra e l’occupazione militare. Nel1936, Pietro Salini riuscì a ottenere da Benito Mussolini la commessa per uno stadio da 100mila posti in cui il regime fascista voleva ricevere Adolf Hitler.

La diga Grande Rinascita oltre ai seri e giustificati dubbi di disastro ambientale in Etiopia e a danneggiare l’economia e la vita di milioni di persone in Sudan ed Egitto, ha comportato una gravissima violazione dei diritti umani, con la deportazione forzata di 200.000 persone che vivevano nella zona dove doveva sorgere la diga. È, inoltre, costellata di misteri e omicidi. L’ultimo dei quali avvenuto il 26 luglio 2018, quando Simegnew Bekele, Coordinatore dei lavori e Capo degli Ingegneri della Diga fu ucciso ad Addis Ababa. Forti i sospetti che l’omicidio fosse strettamente collegato con la costruzione della diga Grande Rinascita e si sospettò della EEPC (Ethiopian Electric Power Corporation). Per Bekelefurono organizzati funerali di Stato e il Primo Ministro Abiy Ahmed promise una seria indagine. A distanza di due anni l’indagine è stata di fatto archiviata.

La propaganda tesa ad associare la diga al fabbisogno nazionale di elettricità per sostenere l’industria nazionale e migliorare le condizioni di vita della popolazione pare una mistificazione. Secondo vari fonti, il Governo etiope intenderebbe vendere all’estero la maggior parte della elettricità prodotta per ottenere valuta pregiata.

Un dettaglio di non poco conto tenuto nascosto alla popolazione, ma noto fin dal 2014. Uno dei primi media a darne la notizia fu il ‘AfricaRenewal’, magazine curato dalle Nazioni Unite, nel dicembre 2014. L’articolo spiega chiaramente che la produzione prevista di 6.000 megawatts di elettricità sarà orientata all’esportazione verso i Paesi dell’Africa Orientale. Era stato proprio Simegnew Bekele a rivelarlo. Il governo etiope all’epoca stava concretizzando un consorzio di investitori provenienti da diversi Paesi africani come Giubiti, Uganda, Kenya coordinati dalla Ethiopian Electric Power Corporation.
L’obiettivo di indirizzare la produzione di energia elettrica prodotta dalla diga verso l’esportazione è stato ribadito in un
articolo pubblicato lo scorso maggio sulla prestigiosa rivista ‘African Business’.
L’
esportazione di energia (a scapito del fabbisogno nazionale) è una scelta strategica per alleviare la cronica carenza di valuta estera della Banca Centrale e per ripagare il debito estero. Attualmente in Etiopia è estremamente difficile ottenere anche piccole somme come 50 euro o dollari se non ci si rivolge al circuito del mercato nero, spesso collegato con generali dell’Esercito e politici del Governo. Abiy ha anche previsto tariffe di vendita estremamente agevolate per Egitto e Sudan con l’obiettivo di calmare la loro opposizione alla diga Grande Rinascita.

La campagna di marketing #ItsMyDam nasconde la vitale necessità del Primo Ministro etiope di avviare la produzione energetica e la sua vendita all’estero. “Un fallimento economico sulla diga Grande Rinascita avrebbe conseguenze catastrofiche per il Primo Ministro e il suo Governo” ci spiega Jawar Mohammed.
Nonostante Mohammed sia uno dei più accaniti oppositori di Abyi, sulla diga sostiene la politica governativa. “
Riempire la diga non dovrebbe essere un ostaggio. L’accordo non dovrebbe essere un prerequisito. Il riempimento deve iniziare come previsto. Se viene raggiunto un accordo prima dell’inizio del riempimento nei prossimi giorni, è fantastico. In caso contrario, il riempimentodovrebbe iniziare e la negoziazione continuerà.” Ha dichiarato Jawar in un Twitter dello scorso 27 giugno.

La diga Grande Rinascita è talmente vitale perl’Amministrazione Abyi da spingere il Primo Ministro, Premio Nobel per la Pace nell’ottobre 2019, a dichiarare che mobiliterà «milioni di giovani soldati per difendere la diga se sarà necessario». Una guerra contro l’Egitto di certo non è auspicabile. Anche se l’Etiopia ha un buon esercito, l’Esercito etiope non è comparabile con quello egiziano. L’Egitto possiede 19 volte più aerei da caccia e bombardieri che l’Etiopia, il 27% in più di soldati addestrati, 10 volte in più di carri armati. Il budget egiziano per la difesa è di 5 miliardi di dollari, mentre quello etiope di 290 milioni. Inoltre, l’Esercito egiziano possiede dei missili balistici argentini Badr-2000 con una gittata di 1000 km. Una gittata non sufficiente per raggiungere la diga dall’Egitto, ma sufficiente dal Sudan.

Nonostante l’Esercito egiziano sia impegnato a contenere le mire imperialiste della Turchia in Libia, la diga Grande Rinascita rappresenta una seria minaccia per l’economia nazionale egizianaper passare in secondo piano. Se si osserva la cartina geografica, si comprende che a livello militare le manovre dell’Egitto sono tese ad accerchiare l’Etiopia. Le basi militari in via di realizzazione in Sudan, Sud Sudan e Somalia evidenziano un piano volto a mettere in grado Il Cairo di lanciare eventuali attacchi terrestri, aprendo due fronti a nord dell’Etiopia e uno a est.

Una non auspicabile guerra per le acque del Nilo sarebbe combattuta sul territorio etiopeProbabilmente l’Egitto non si lancerebbe in un’avventura di conquista territoriale.Attuerebbe dei raid aerei o missilistici per distruggere la mega diga ed appoggerebbe militarmente il Sudan, principale Paese della Regione ad essere coinvolto nel conflitto. Si spera nella mediazione dell’Unione Africana. Il Cario e Khartoum stanno già contattando il Consiglio di Sicurezza della Nazioni Unite in caso che la mediazione UA fallisca causa l’intransigenza dell’Etiopia.

Abyi Ahmed sta dimostrando di desiderare la guerra continentale. Cinicamente parlando, un conflitto con Egitto e Sudan provocherebbe decina di migliaia di morti tra i giovani etiopi, ma sarebbe un toccasana per il Primo Ministro. Dinnanzi alla minaccia straniera (in più araba)riuscirebbe facilmente a unire attorno a se la Nazione, costringendo l’opposizione Amara, Oromo e Tigrina a sostenerlo. Sicuramente la diga Grande Rinascita verrebbe distrutta, ma la guerra offrirebbe l’occasione di evitare le elezioni (già rinviate da Abyi adducendo la scusa della pandemia Covid19), garantendogli un mandato presidenziale dettato dallo stato di Guerra.

Abyi si trova in difficoltà estrema, come dimostrano gli scontri armati con l’opposizione che si stanno consumando in questi giorni ad Addis Ababa e altri città del Paese causa l’omicidio (probabilmente politico) del famoso cantante e attivista politicoHachalu Hundessa, appratente all’etnia Oromo. Una guerra per le acque del Nilo risolverebbe molti problemi al Premio Nobel della Pace…

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore