giovedì, Giugno 20

Etiopia: fine della crisi politica ancora lontana? Dopo le dimissioni di Hailemariam Desalegn, Abiy Ahmed Ali è diventato primo ministro. Riuscirà a risolvere i problemi del Paese, come quello dei profughi?

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È stata l’azione militare del 10 marzo a portare più di 10.000 persone della città di Moyale, situata nella regione Oromia, nel centro-sud dell’Etiopia, a passare il confine cercando rifugio in Kenya. I civili erano stati colpiti «per errore», secondo quanto dichiarato dalle forze di sicurezza etiopi, che erano state informate della presenza nella città di combattenti del Fronte di liberazione Oromo (OLF), gruppo considerato terroristico dal governo.

Non è tuttavia l’unico episodio di violenza contro la popolazione Oromo, gruppo etnico che costituisce, assieme agli Amhara, il 60 per cento della popolazione del Paese.

Le regioni di Amhara e Oromo sono state, a partire da novembre 2015, teatro di numerose proteste contro il governo guidato dalla minoranza Tigrai che tiene le altre principali etnie politicamente ed economicamente marginalizzate. Un disagio fortemente accentuato dalla situazione del Paese dove il 30% della popolazione vive in condizioni di estrema povertà.

Secondo quanto riferito da Amnesty International, le forze di sicurezza avrebbero fatto ricorso in più occasioni a un eccessivo uso della forza per reprimere le proteste, uccidendo, entro la fine del 2016, almeno 800 persone.

L’instabilità politica ha portato il primo ministro Hailemariam Desalegn a presentare, o ad accettare di presentare, le proprie dimissioni considerate necessarie per «aprire la strada a nuove riforme». Per evitare ulteriori disordini, è stato imposto il 16 febbraio, per la seconda volta, lo stato di emergenza della durata di sei mesi – era stato dichiarato una prima volta il 10 ottobre 2016 ed era durato ben 10 mesi.

La situazione del Paese sembrerebbe essersi stabilizzata dopo l’elezione del nuovo primo ministro, l’oromo Abiy Ahmed Ali, elezione accolta positivamente da più parti.

Un segnale di apertura è stato anzitutto il ripristino dell’accesso a internet, ristretto per tre mesi nelle regioni al di fuori della capitale.

Il neoeletto ha poi effettuato un rimpasto di governo «per rispondere alle richieste del popolo», come lui stesso ha dichiarato. Sono stati quindi nominati dieci nuovi ministri, mentre il ministro delle finanze e degli esteri sono tuttora quelli designati in precedenza e altri sei hanno semplicemente cambiato incarico. Un’abile scelta, utile a non destabilizzare il governo con ulteriori tensioni etniche.

Ci vuole tuttavia di più per arrivare ad una vera svolta in uno Stato in cui chi è iscritto al partito al governo, il Fronte rivoluzionario democratico dei popoli etiopi (Eprdf), può usufruire, secondo quanto riferito da un’indagine condotta da Human Rights Watch nel 2010, di determinati servizi mentre viene tolta ai dissidenti anche la possibilità di trovare lavoro. Così tra il 2005 e il 2008, gli iscritti all’Eprdf sono più che quadruplicati.

È tuttavia ancora in atto lo stato di emergenza, come rimane ancora problematica l’emergenza rifugiati etiopi in Kenya. Già il 21 marzo scorso, il posto di comando creato per monitorare lo stato di emergenza aveva dichiarato che molti rifugiati stavano rientrando in Etiopia, fatti tuttavia smentiti dai media e dalle organizzazioni internazionali presenti sul posto.

Ora, il rientro dei profughi, dopo il positivo accoglimento del nuovo primo ministro, sembrerebbe confermato. I campi della contea di Marsabit sono stati ufficialmente chiusi dopo che i rifugiati hanno accettato, secondo quando affermato dal governatore della contea Mohamud Ali, «di tornare nelle loro case dal momento che è stato eletto un nuovo primo ministro». I richiedenti asilo verranno invece registrati dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR) e spostati nel campo di Kakuma, nella contea nordovest di Turkana, che ospita oltre 185.000 persone provenienti da venti paesi in guerra o in conflitti permanenti.

Fonti presenti sul territorio affermano tuttavia che altri richiedenti asilo stanno ancora arrivando ogni giorno nella parte keniota della città di Moyale. Circa 800 persone, il 15% circa dei rifugiati, sono rimaste nel campo principale di Somare, mentre altre 4000 sono stanziate in altri due campi vicino al confine.

Quelli che rimangono sono soprattutto donne e bambini scappati con animali al seguito e quindi con pochissima intenzione di rientrare in un paese dove comunque vivono da nomadi. Tutto questo grava pesantemente sulla città di Moyale che non ha tutte le risorse necessarie per gestire la situazione.

Il campo di Sololo, che attualmente garantisce la sussistenza a circa un migliaio di persone, cerca di intervenire e aiuti arrivano anche a livello di solidarietà tribale perché gli Oromo sono dello stesso ceppo dei Borana kenioti. Rimane tuttavia difficile fare fronte a questa nuova emergenza creatasi dopo il rientro in Etiopia di molti rifugiati e quindi la conseguente chiusura dei campi e partenza delle ong presenti sul territorio.

Anche se l’elezione di Abiy ha portato un’ondata di ottimismo nel paese, ci vuole molto di più per stabilizzare il Paese che necessita di riforme del sistema politico, economico ma anche dell’esercito. In questa difficile situazione, non ultimo il problema profughi indissolubilmente legato, più che alla questione marginalizzazione dei gruppi etnici Oromo e Amhara, alla politicizzazione del sistema burocratico e alla criminalizzazione dei dissidenti.

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