giovedì, Novembre 14

Etiopia: Chiesa Ortodossa contro il Governo del Nobel per la pace Abyi Prosegue la violenta repressione degli Oromo. Il Premio Nobel per la Pace non ha esitato ad adottare gli stessi brutali metodi del regime per contenere le manifestazioni: sparare a tiro zero

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La Chiesa Ortodossa Etiope ha accusato il Primo Ministro, Abyi Ahemed Ali, di aver fallito nella protezione dei fedeli e di aver risvegliato le conflittualità etniche e religiose che hanno recentemente causato 70 morti.
È la prima volta che le massime autorità ortodosse etiopi lanciano un attacco diretto al potere secolare, normalmente sostenuto per ovvi interessi e convenienze reciproche. «Le persone stanno morendo e ci poniamo il dubbio se il Governo esista. Le persone hanno perso la speranza», dichiara padre Markos Gebre-Egziabher, leader della Chiesa ortodossa di Tewahedo, durante unomelia pronunciata nella cattedrale della Santa Trinità ad Addis Ababa.

I morti a cui si riferisce Padre Markos sono le vittime delle violenze scatenate la scorsa settimana presso la capitale Addis Ababa e nella regione della Oromia a causa dell’accerchiamento della residenza privata dell’attivista oromo Jawar Mohammed da parte della Polizia federale. I manifestanti accusano le forze armate di aver orchestrato un attacco a Jawar, riconosciuto come leader degli Oromo. Governo e polizia negano.

Nella sola giornata di venerdì 67 persone sono morte durante gli scontri in Oromia tra manifestanti e Polizia federale. «C’è un’agenda segreta tesa a convogliare le proteste popolari in un conflitto etnico e religioso. Qualcuno sta bruciando chiese e moschee per incendiare gli animi», ha dichiarato a ‘Reuters’ il Commissario regionale per la Oromiya, Kefyalew Tefera.

Il Primo Ministro, nel suo discorso alla Nazione ha denunciato il tentativo di provocare una crisi etnica e religiosa che potrebbe essere peggiore se gli etiopi non saranno uniti. Secondo Abyi la maggior parte dei morti è stata causata da scontri tra manifestanti. La Polizia ha arrestato 150 persone in Oromiya dall’inizio delle violenze. La maggior retata è stata attuata presso la città di Adama: 68 manifestanti arrestati, sospettati di voler attaccare una moschea e una chiesa ortodossa per darle alle fiamme.
Gli appelli all’unità sembrano non riuscire a calmare gli animi. Un dato è emerso compromettendo la figura del Primo Ministro. Il Premio Nobel per la Pace non ha esitato ad adottare gli stessi brutali metodi del regime per contenere le manifestazioni: sparare a tiro zero. Incolpare altro dell’eccidio per non ammettere la violenza della Polizia Federale è un ritornello conosciuto.

Sabato il leader della Chiesa Ortodossa hanno incontrato il Ministro della DifesaLemma Megersa, e il Vice Primo MinistroDemeke Mekonnen, riporta l’agenzia stampa di Stato Faba Broadcasting Corporate, senza divulgare i contenuti dell’incontro. Durane la messa di Domenica ad Addis Ababa i preti ortodossi hanno richiesto un minuto di raccoglimento in onore delle vittime, affermando di essere pronti a morire per la loro fede.
La Chiesa Ortodossa si appresta ad affrontare il Governo Abiy rivestendo il ruolo di martire e con al suo interno forti dissensi tra fedeli Amara e fedeli Oromo che potrebbero portare ad un scisma.

La protesta Oromo è scoppiata dopo il tentativo da parte delle autorità di mettere agli arresti domiciliari il più importante dei leader OromoJawar Mohammed. Fondatore del Media di opposizione Oromia Media Network con sede negli Stati Uniti, è l’ex alleato politico di Abiy attualmente in forte contrasto con il Primo Ministro. Questo leader di 32 anni ha già dimostrato la sua abilità a portare gente in piazza durante le manifestazioni antigorvernative del 2017. È accusato di incitare all’odio etnico con l’obiettivo di destabilizzare l’Etiopia.

Il secondo Paese più popolato dell’Africa, detentore di una posizione geostrategica vitale, è sconvolto da forze che lo stanno portando verso lo scontro etnico e religioso. Abiy sembra costretto a ricorrere agli stessi metodi brutali di repressione utilizzati dal regime tigrino. Non aveva previsto che chi avesse da lui ricevuto le aperture democratiche lo contestasse entrando in un gioco al massacro dove non esiste più governo e opposizione ma tutti contro tutti. La notizia dell’eccidio è passata in secondo piano sui media occidentali. Abiy aveva appena ricevuto il Premio Nobel per la Pace e quei morti rischiavano di guastare l’immagine. L’Occidente non ha mai condannato il regime al potere in Etiopia. I media occidentali non hanno mai descritto chiaramente la sottile dittature esistente, forse considerandola un rimedio all’etnicismo.

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