venerdì, Aprile 26

Etiopia: catastrofe aerea e sciacallaggio mediatico La tragedia avvenuta in Etiopia ha fatto emergere la frattura insanabile che si sta creando tra il ‘Vecchio Mondo occidentale’ e il ‘Giovane Continente Africano’

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Sabato 9 marzo  verrà ricordato nella storia dell’aviazione e dell’Etiopia come il giorno del lutto planetario. Le ore e i giorni a seguire saranno ricordati, invece, per lo sciacallaggio mediatico, l’attacco ai cooperanti,  la martellante disinformazione sull’universo della cooperazione. La tragedia avvenuta in Etiopia ha evidenziato la frattura insanabile che si sta creando tra il Vecchio Mondo occidentale’ e il ‘Giovane Continente Africano’.

Torniamo a quel 9 marzo. Un aereo di linea Boeing 737 Max 8, della prestigiosa compagnia aerea Ethiopian Airlines, diretto a Nairobi, Kenya, precipita pochi minuti dopo il decollo dall’aeroporto internazionale di Bole, Addis Ababa. Nello schianto muoiono 157 persone tra  passeggeri ed equipaggio.  Con la professionalità che ha sempre contraddistinto la compagnia aerea orgoglio dell’Africa e il Governo etiope, dopo aver tristemente constatato che le unità di soccorso risultavano inutili, in quanto nessuno è sopravvissuto allo schianto, giungono sul luogo del disastro gli esperti per le prime indagini, mentre la multinazionale Boeing si offre di inviare gratuitamente un team di suoi esperti per aiutare gli investigatori etiopi, con una tempestività e generosità alquanto sospette.

In un giro di poche ore, la notizia dell’incidente viene resa pubblica, provocando la commozione  internazionale. Sui social media etiopi compaiono centinaia di miglia di messaggi di dolore e cordoglio per tutte le vittime della tragedia, mentre in tutti i luoghi di culto delle principali religioni in Etiopia  -ortodossa, protestante, mussulmana e cattolica- si celebrano messe commemorative. L’intera popolazione è sconvolta e consapevole che il lutto non ha una portata nazionale, ma mondiale. A bordo vi erano passeggeri di nazionalità africana e occidentale tra cui 8 italiani.

Fin dalle prime indagini sulle circostanze del disastro, si notano troppe somiglianze al disastro aereo dell’ottobre 2018 della Lion Air in Indonesia -che provocò 189 vittime. In entrambi gli incidenti gli aerei si sono schiantati pochi minuti dopo il decollo, impedendo ai piloti di tentare misure estreme di atterraggio. La fase di decollo è la più delicata e un incidente non lascia sopravvissuti. In entrambi i disastri aerei le registrazioni tra i piloti e la torre di controllo aereoportuale evidenziano l’immediato allarme dato dai piloti e la loro impossibilità di disattivare il software di decollo installato dalla Boeing per prendere i comandi manuali ed evitare la fase di stallo che porta alla caduta dell’aereo.

Mentre la scatola nera è stata recuperata e portata a Parigi, per essere esaminata dagli esperti francesi in stretta collaborazione con i loro colleghi etiopi, si è assistito ad un vergognoso sciacallaggio mediatico condotto da vari media europei e da risposte totalmente inadeguate di alcuni governi occidentali -tra cui quello dell’Italia. Alcuni così detti esperti di aviazione, intervistati dai diversi media, hanno insinuato scarsa preparazione dei piloti etiopi, incapacità di comprendere  l’addestramento ricevuto dalla Boeing e il manuale di bordo. E i media africani hanno ben rilevato queste valutazioni. «Nel riportare la tragedia aerea avvenuta in Etiopia vari media occidentali hanno dimostrato tutto il loro razzismo nel trattare le questioni africane», osserva il giornalista Socrates Mbamalu di ‘This is Africa. «Un razzismo subdolo ma costantemente sussurrato e promosso, che trova la sua apoteosi quando si scrive di guerre, disordini sociali o tragedie che avvengono nel nostro continente. Anche in questa occasione molti media occidentali non hanno esitato a gettare fango sui piloti della Ethiopian Airlines, evitando di sottolineare che sono tra i più addestrati ed esperti in Africa, invece di puntare il dito sulle pesanti responsabilità della compagnia americana Boeing».

Vari governi tra cui Cina e Canada hanno ordinato alle loro compagnie di bandiera e alla compagnie aeree private di non utilizzate i Boeing 737 Max 8, presentati come l’ultimo gioiello della tecnologia aerea, ma aventi un mortale difetto nel software di decollaggio. Un difetto già noto dopo il disastro aereo della Indonesia, che Boeing sta tentando di nascondere per non subire un collasso nelle vendite e pesanti ripercussioni giudiziarie a livello internazionale. Tentativo che ha subito un duro colpo la scorsa settimana quando lo stesso Presidente Donald Trump ha ordinato alle compagnie aeree americane di non utilizzare questo modello della Boeing. Una decisione presa per evitare altre vittime, con la piena consapevolezza che i disastri sono causati da un difetto del software assassino che gestisce le delicate fasi di decollaggio.

In Italia non si è persa occasione per affondare attacchi diretti o indiretti alle Organizzazioni Non Governative impegnate in missioni umanitarie nel continente. Deplorevole è stato l’odio e il razzismo espresso sui social network nei confronti dei cooperanti. Le illazioni e falsità pubblicate sui social media italiani riflettono il clima di degenerazione politica e culturale che sta vivendo il Bel Paese.

Una tattica mediatica che tende ad occultare i veri mali del Bel Paese incolpando degli esseri umani che hanno un colore di pelle diverso dal nostro o chi cerca di assisterli, con il premeditato obiettivo di nascondere le colpe e responsabilità interne del naufragio del Paese. Dal 2017 è iniziata la caccia alle streghe contro le Ong, cooperanti e volontari accusati di ogni nefandezza e complicità.

L’universo della cooperazione, non solo italiano, necessita di una radicale riforma, di una elaborazione diversa degli interventi e dei partner,  di una maggiore razionalizzazione delle risorse e degli obiettivi. Queste trasformazioni e un nuovo concetto di fare cooperazione diventano necessità primaria per superare gli attuali limiti degli interventi umanitari ma, attenzione, questi limiti non sono dovuti da incompetenza, mal fede, ruberie dei famosi ‘cooperanti’ diventati improvvisamente razza maledetta e dispregiata.

L’esigenza di un nuovo concetto di cooperazione si rende necessario dinnanzi all’evoluzione che sta vivendo l’Africa soggetta ad un contraddittorio, convulso ma inarrestabile ‘Risorgimento’ economico, sociale e culturale. Questo non significa che l’attuale o i passati modelli di cooperazione tentati siano stati deleteri. Semplicemente non sono più adeguati alla attuale situazione in Africa. Ed è proprio all’interno della cooperazione, senza clamori mediatici, che si stanno cercando percorsi diversi, metodologie di intervento più appropriate, maggiore collaborazione e interscambio con le Ong africane, divenute altamente professionali.

Nuove relazioni con le autorità locali e le comunità beneficiarie dei progetti umanitari. L’esigenza di dare dignità umana ai rifugiati, cercando di superare il ghetto dei campi profughi. Il rafforzamento del ruolo della società civile autoctona spesso repressa da Presidenti a vita. La promozione efficace dei diritti fondamentali, quali la parità tra sessi, la libera scelta degli orientamenti sessuali delle persone, la tutela dell’ambiente e la lotta contro il traffico di esseri umani o contro gli abusi e i crimini commessi da multinazionali e banche che godono di immunità. Una trasformazione lenta ed interna che si basa su approfonditi dibattiti e attente riflessioni di cosa non sta funzionando, lontana dai riflettori mediatici, ma voluta e promossa proprio dagli stessi attori che sono messi alla gogna, accusati di essere truffatori, opportunisti, ladri o peggio ancora.

Criminalizzare gli italiani che hanno scelto di lavorare in Africa nell’ambito della cooperazione e della assistenza umanitaria è diventato ormai di moda. Numerosi sono i blog e pagine Facebook sorti come funghi, gestiti da improvvisati opinionisti che diffondono veleno sulla cooperazione, sulle Ong, sui volontari e cooperanti. Si assimilano i cooperanti ai latitanti italiani rifugiati in Africa. Ci si scaglia contro l’otto per mille, definendolo una ripartizione delle risorse pubbliche tra confessioni religiose, onlus e Ong. Si accusano le associazioni umanitarie di effettuare falso in bilancio e falsi rendiconti di progetti.

I dirigenti delle Ong sono dipinti come dei ‘furboni’ che sfruttano giovani ragazzi disoccupati e si arricchiscono con i fondi sottratti dai progetti finanziati dai donatori italiani o internazionali, grazie ad operazioni non trasparenti e chiare. L’obiettivo è chiaro. Diffondere una valanga di false notizie per sguazzare nel torbido e creare verità artificiali, ripercorrendo fedelmente gli insegnamenti del giornalista tedesco Joseph Goebbels divenuto Ministro della Propaganda del Terzo Reich dal 1933 al 1945.

La continua e martellante disinformazione sull’universo umanitario è fedele alle tecniche inventate da questo criminale: «Ripetere una bugia cento, mille, un milione di volte per farla diventare una verità». Vi si intravvede il chiaro intento di soffocare con la violenza ogni barlume di cultura, pensiero critico e dibattito civile. Una necessità per le moderne oligarchie occidentali che, dietro la facciata di quello che resta dei valori democratici, proseguono senza sosta l’intento eversivo di sottomettere, più o meno pacificamente, le masse al regime, inducendole ad assumere una posizione di passività e neutralità nei confronti dei poteri forti.

Alcuni di questi blog e pagine Facebook sono gestiti da ex cooperantipentiti’ che sembrano avere come unica missione di vita  svelare tutto il marcio del mondo umanitario, presentandosi vittime di un sistema perverso al quale in passato facevano parte e che ora denunciano senza esitare. Se si indagasse su questi ‘delatori’ si scoprirebbe probabilmente un oscuro passato, comprendendo che vari di questi ex cooperanti si sono macchiati di appropriazione indebita o hanno provocato fallimenti di progetti con le loro azioni.

Ex cooperanti che appartengono alla prime generazioni degli Anni Novanta, quando pochi in Italia pensavano di lavorare all’estero nel settore umanitario, creando le condizioni idonee per individui senza scrupolo e di dubbia moralità per infiltrarsi nella cooperazione dopo fallimenti professionali nel loro Paese di origine. Il cosiddetto Terzo Mondo rappresentava all’epoca per questi personaggi l’occasione di rifarsi una vita approfittando delle situazioni favorevoli in Paesi stranieri e delle primordiali ingenuità e buona fede delle Ong appena nate,  per trarre beneficio personale. Questi individui sono stati progressivamente isolati dal mondo della cooperazione proprio per le loro azioni e sostituiti da giovani competenti, onesti che sanno operare e confrontarsi con dovuto rispetto e senza senso di superiorità con culture diverse ma non inferiori a quelle occidentali.

Le otto vittime italiane del disastro aereo in Etiopia non erano turisti,  uomini d’affari o speculatori umanitari. Erano persone che dedicavano la loro vita al servizio di un diverso e forse migliore concetto dei rapporti tra Paesi e popolazioni. Un obiettivo certamente contraddittorio, costellato da errori, ma anche da ottimi risultati raggiunti con fatica e sacrificio, che stanno contribuendo al faticoso processo di una mondializzazione fondata sul rispetto dei popoli e su equi scambi economici. Nessuno di loro possedeva ville, palazzine, conti bancari ben gonfi in paradisi fiscali, auto di lusso e imbarcazioni fuoribordo per le gite domenicali in alto mare.

Carlo Spini, sua moglie Gabriella Vigiani e Matteo Ravasio fondatori e tesorieri della onlus Africa Tremila che stavano costruendo un ospedale in Sud Sudan. Paolo Dieci, fondatore presidente del Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli – CISP, storica e rispettabile Ong italiana che non ha mai abbandonato i suoi progetti umanitari in Somalia, salvando centinaia di migliaia di vite in un Paese devastato da 28 anni dalla guerra civile e in mano di Signori della Guerra e terroristici islamici, veri padroni dopo la caduta del regime di Siad Barre nel 1991. Ed è proprio in Somalia che Paolo Dieci si stava recando. Maria Pilar Buzzetti e Virginia Chimenti del Programma Alimentare Mondiale – PAM, Rosemary Mumbi esperto di pesca per la FAO, Sebastiano Tusa assessore ai beni culturali della Regione Sicilia e archeologo di fama mondiale che si stava recando in Kenya per un progetto dell’UNESCO.

Senza nemmeno conoscere le vittime o il loro operato, i social media hanno sfruttato i loro nomi per promuovere la crociata contro le Ong. «Se stavano a casa loro ad aiutare  gli italiani poveri non sarebbero morti». Questo lo spregevole pensiero diffuso. Se ci soffermiamo a riflettere su questa improvvisa crociata contro il mondo umanitario sorge il ragionevole dubbio che dietro non vi siano genuine intenzioni di denunciare presunte malefatte della Cooperazione, ma un progetto di disinformazione teso a rafforzare politiche neofasciste e razziste che stanno rendendo l’Italia complice di crimini contro l’umanità perpetuati nella non chiara gestione dei flussi migratori verso l’Europa e che sta facendo sprofondare il Bel Paese in un clima degenerato e degenerativo a tutti i livelli, creando una situazione di tramonto della civiltà.

La tragedia avvenuta in Etiopia ha fatto emergere due pensieri diversi e ormai contrapposti,  evidenziando la frattura insanabile che si sta creando tra ilVecchio Mondo occidentale’ e il ‘Giovane Continente Africano’. Una frattura fatta di chiusure delle frontiere e caparbia intenzione di continuare il diritto divino a sfruttare, quasi gratuitamente, le immense risorse naturali africane da una parte e la voglia di riscatto sociale ed economico, di vera indipendenza dall’altra.  

Nessun media africano ha definito le vittime occidentali impegnate nella cooperazione come sfruttatori dell’Africa, approfittatori della miseria, opportunisti delle disgrazie. I media africani hanno citato i loro nomi assieme a quelli dei connazionali africani, con identico rispetto e dolore per la loro scomparsa, evitando l’indecente sciacallaggio delle loro memorie in virtù del sacro rispetto della vita umana.

È paradossale assistere alla degenerazione dei Paesi occidentali, ormai vittime di oligarchie, razzismo e della estrema destra, contemporaneamente al ‘Rinascimento’ africano, nel contesto del quale intere popolazioni si ribellano ai loro dittatori (spesso sostenuti dalle democrazie occidentali), chiedendo democrazia, rispetto dei diritti umani, libertà, giustizia e vero progresso socio economico.  Non ultimi Sudan e Algeria. Un continente che parla di Africa Unita, azzeramento delle frontiere, cittadinanza unica, dandoci lezioni di civiltà fino ad ora inimmaginabili.

Dietro a questa vergognosa disinformazione che, approfittando di una disgrazia internazionale, accusa africani e cooperanti, si intravvede la lunga mano dei burattinai occulti che tutti conoscono ma di cui nome è proibito fare. Un piano eversivo  teso a nascondere tra gli altri scheletri negli armadi anche l’operato delle multinazionali, guarda caso, ideatrici e attrici di primo piano del processo anti democratico e oligarchico in atto in Occidente.

Ci conforta che alcuni media occidentali, non contaminati o non accora addomesticati da queste oligarchie, trovino ancora il coraggio di proporre una informazione indipendente ed equa. Nel caso della tragedia aerea etiope questi media hanno contribuito a mettere sotto accusa la Boeing, vero ed unico responsabile della morte di 346 vite umane in Etiopia e Indonesia.
Venerdì 15 marzo un altro Boeing 737 Max 8 ha subito un problema meccanico, costringendo i piloti ad un atterraggio di emergenza presso la città di Syktyvkar, nel nordovest della Russia, per fortuna senza vittime.

L’Indro’ intende rendere omaggio a tutte le 157 vittime del Volo 409 della Ethiopian Airlines e in particolar modo alle vittime etiopi, porgendo le condoglianze alle loro famiglie e condividendo il dolore che non può e non deve essere confinato nella sfera personale o nazionale, in quanto dolore e perdita per l’intera umanità.

Lo facciamo pubblicando i loro nomi, affinché la loro memoria non vada persa.  Addis Abera Demise, Bahrnesh Megersa, Kidist Wolde Mariam, Elisabeth Tilhum Habtermariam, Rahel Tadese, Etenesh Admasie, Woinshet Meugistu Melaku, Azeb Betre Kebede, Tigist Shikur Hajana, Hani Gebre Gembezo, Alunesh Tkele, Shitu Nuri,Selam Zigdaya, Yikma Mohamed, Seble Agezc, Aynalem Tessema, Eyerus Alem Desta, Mekiya Sirur, Lakesh Zeleke, Tigist Anura, Askalesh Soboka, Meselu Beshah.

Come l’araba fenice che 500 anni fa nacque in Aethiopia e, quando si sentì prossima alla fine della sua esistenza si costruì un nido di piante aromatiche appiccandovi un rogo e morendo bruciata per poi risorgere dalle ceneri volate in Egitto, le vittime etiopi, assieme a tutte le vittime delle altre nazionalità del volo 409, risorgono nella memoria collettiva dell’umanità ferita dalla tragedia che deve essere sfruttata per unire e non dividere la razza umana.

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