giovedì, Ottobre 17

Etiopia ancora una volta nel vortice della violenza Siccità, questione economica e scontri tra etnie: le diverse matrici di una crisi profonda

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Dopo una settimana di scontri e diversi morti, sono più di 55.000 gli Oromo deportati dalla regione dei Somali. L’ha riportato ieri lo stesso Governo regionale. La polizia riferisce che sarebbero morte 18 persone. La violenza era già scoppiata all’inizio della scorsa settimana, quando lo stesso Governo regionale ha riportato l’uccisione di circa 50 persone in un attacco tra le due etnie (Oromo e Somali) nella città di Aweday.

Le Autorità federali assicurano che in breve saranno trovate sistemazioni definitive ma ora, gli Oromo sfollati si troverebbero in campi improvvisati. Nel frattempo, si parla di circa 200 arresti tra cui quelli dei leader del gruppo etnico. Dall’inizio dell’anno, i violenti scontri con l’etnia somala hanno fatto impennare il numero degli sfollati per ordine governativo, che ora superano già i 416.000. Ma i conflitti tra le due etnie, non sono cosa nuova nella regione. Dopo circa un anno, il 4 Agosto scorso era rientrato lo stato di emergenza imposto ad Ottobre del 2016 nelle regioni di Amara e Oromia, ma l’illusione è durata un attimo e dopo pochi giorni le violenze sono esplose nuovamente. Lo scorso Aprile si era sperato in una tregua, ma la cruda realtà è che i conflitti persistono ancora in diverse parti del Paese.

Domenica, i Presidenti delle due regioni si sono parlati ad Addis Abeba, dichiarando che si stanno impegnando per sistemare la situazione e per fornire delle nuove sistemazioni agli sfollati. I media ‘statali’ hanno provveduto a riportare che nelle aree dove il conflitto etnico si fa più accentuato, l’esercito etiope controllerà la situazione e le forze regionali provvederanno a limitare gli scontri.

In Oromia, la forza di opposizione al Governo centrale, l’Oromo Federalist Congress’, ha indetto cinque giorni di sciopero fiscale chiedendo il rilascio dei prigionieri politici e la commemorazione ufficiale dei manifestanti uccisi durante le proteste del 2016 cui era seguito lo stato di emergenza. Ad incidere su questa nuova escalation di violenze, certamente anche il fatto che la regione etiope dei Somali sta affrontando un periodo di tremenda siccità, un’emergenza che non sembra voler finire. In Oromia è dal Novembre del 2015 che le proteste di massa sono allordine del giorno. A questo punto gli scontri etnici e le violenze sono riprese e l’Etiopia è nuovamente in fibrillazione.

Dalla fine della guerra civile iniziata nel ’91 e durata quasi due decadi, il Fronte Rivoluzionario Democratico Etiope (EPRDF) ha garantito una relativa stabilità politica ed uno sviluppo economico consistente. Dopo il conflitto con l’Eritrea dal 1998, cui è seguita la tregua dopo due anni, l’Etiopia ha seguito un sentiero di crescita fiscale che le ha fatto guadagnare una certa considerazione da parte della comunità internazionale. Il Prodotto Interno Lordo del Paese è salito in maniera impressionante da 8.2 bilioni di dollari nel 2000 a 61.5 bilioni nel 2015, non a caso insieme agli apporti di capitale straniero.

Ma a ben vedere, tra le righe di uno sviluppo così repentino, ci sono sempre stati i segnali che potevano far presumere un ritorno alla violenza e ai conflitti. Le agitazioni contro il Governo sono scoppiate nel Novembre 2015 nelle regioni di Oromia ed Amhara, terre dei due maggiori gruppi etnici etiopi, in corrispondenza delle proteste degli Oromi contro i progetti governativi di espansione territoriale della capitale verso la regione. I primi contrasti sono sfociati poi in un vortice di lotte per l’ottenimento di maggiori libertà politiche, per diritti economici, rappresentativi e terrieri, fino ai terribili scontri con le forze di pubblica sicurezza.

Lo Human Rights Watch ha affermato che i morti nel 2016 sono stati più di 500 cui sono seguiti detenzioni arbitrarie, torture e repressioni di ogni genere. Infatti, basti vedere il Fragile States Index (FSI), dove l’Etiopia, dopo un miglioramento, è andata via via peggiorando nell’ultimo decennio passando da un punteggio di 95.3 nel 2007, a 101.1 di quest’anno. Insieme al Messico, il primato del Paese sceso più in basso nell’ultimo anno.

Nel 2000, il Paese ha ricevuto 687.8 milioni di dollari per l’Assistenza allo Sviluppo (ODA), cifra salita fino a 3.23 bilioni nel 2015 grazie agli USA, alla World Bank e agli attori europei; il tutto per progetti di infrastrutture e per sostegno umanitario. E’ chiaro che, probabilmente, lo Stato non sia propriamente capace di far fronte alle emergenze naturali, come quella della siccità, senza un aiuto che provenga dall’esterno. Ma è altrettanto vero che questi stanziamenti esteri siano stati cruciali dal punto di vista economico. Anche gli indici economici mostrano livelli in rialzo negli ultimi anni, con l’indice FSI sulla povertà passato da 8.0 nel 2007 a 7.0 nel 2017.

Ma attenzione perché la traiettoria in questione indica solamente una faccia della medaglia: occorre sottolineare le grandi differenze nei servizi pubblici tra grandi aree urbane e aree urbane, dove comunque vive ancora il 21% della popolazione. Le disuguaglianze si ripercuotono sulla fascia più bisognosa della popolazione, sprovvista dell’accesso ad internet, tagliata fuori dal settore delle comunicazioni e da una sufficiente assistenza sanitaria. Gli ospedali e le cliniche sono pochi e deboli in molte aree; solo il 15% delle nascite sono assistite da un medico qualificato ed il rapporto tra dottori e pazienti è di 0.02 a 1.000.

Quindi, la violenza ha sì una derivazione etnica, ma anche una matrice politica. Vediamo , inoltre, un’altra correlazione; la crisi è ancor più esasperata dalla situazione che affligge la zona del Golfo. Conflitti armati, jihadismo internazionale e crimine organizzato. «Le agitazioni nel Golfo hanno aumentato prepotentemente la già pericolosa militarizzazione della regione quando i Governi sono stati forzati a scegliere da che parte stare, se con l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi o con il Qatar (e, indirettamente, con la Turchia)», scrive Rashid Abdi, direttore di Horn of Africa. «Questo è stato profondamente destabilizzante, ha seminato nuove divisioni regionali e acuito vecchie ostilità». E come lo stesso sottolinea, questo potenzialmente incide proprio sulle situazioni di Etiopia e di Eritrea.

Inoltre, come sottolineano gli analisti del Clingendael, «la corruzione e l’inefficienza nell’allocazione delle risorse accrescono la disconnessione tra sviluppo e popolazione rurale». Tutto questo rende più che complesso il quadro dell’Etiopia, tra disuguaglianze e conflitti etnici e politici. La Repubblica federale di Etiopia è uno degli esperimenti più arditi di tutta l’Africa. Quello etiope è un modello particolare di federalismo, basato sulletnia.

L’etnia rimane un problema politico in Etiopia e se il tasso di violenza rimane così alto, è proprio perché non c’è un vero e proprio ‘sistema’, o forse perché proprio quel sistema manca del tutto. E se ad essere a rischio fosse proprio questo modello federale? Si dovrebbe trovare un altro modo per cambiare le carte in tavola. Ponendo l’attenzione sui pericoli e sui fattori che rendono questo un Paese così vulnerabile, forse si riuscirebbe ad uscire da questa spirale e a raggiungere finalmente una prosperità ed una crescita economica capace di garantire un futuro al Paese.

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