venerdì, Novembre 27

Etiopia: Abiy in un campo minato Il Primo Ministro Abiy Ahmed si trova difronte a crisi interna, con lo scontro etnico tra Tigray e Amhara, acutizzatasi dopo il rinvio delle elezioni generali, e crisi esterna, con la neutralità etiope in bilico e una diga che potrebbe far scoppiare una guerra

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A inizio giugno l’Etiopia ha ufficializzato quanto era nell’aria da alcuni mesi: il rinvio delle elezioni generali a data da destinarsi, ma certamente non prima del 2021, causa Covid-19. Il Paese ha oltre 5.000 casi confermati e 81 morti. Numeri che possono sembrare non troppo elevati ma che per la situazione nel Paese consigliano prudenza.

Il mandato quinquennale dell’attuale amministrazione doveva scadere il 30 settembre 2020, a questo punto la decisione comporterà il prolungamento del mandato del Primo Ministro Abiy Ahmed. Un rinvio e un prolungamento che non paiono destinati essere indolore, anzi.
L’opposizione ha subito accusato Abiy di usare la pandemia per restare al governo e lo ha minacciato di ritenerlo detentore illegittimo di potere se non lascerà il governo entro il 10 ottobre, appellandosi alla Costituzione che, di fatto, prevede una sorta di Governo di transizione di unità nazionale allo scadere del mandato parlamentare e conseguentemente del Governo. Il Fronte di liberazione popolare del Tigray ha reagito malissimo e il Parlamento regionale del Tigray ha sfidato il Governo federale annunciando che terrà le proprie elezioni. La tensione tra i Governo federale e il Tigray è altissima

La capacità di Abiy di riappacificare e riunificare il Paese, dopo due anni di governo nel contesto del quale il Primo Ministro ha condotto riforme che per un po’ sono sembrate cambiare il volto del Paese, è ora a rischio.
Opposizione e osservatori indipendenti parlano di un arresto del processo democratico. Il rinvio delle elezioni rischia di infiammare il Paese.Secondo Crisis Group, il rischio è la spaccatura del Paese. «I nazionalisti Amhara potrebbero alimentare il sentimento contro la classe dirigente di Tigray. Il governo di Tigray si sta armando, mentre i sostenitori della linea dura promuovono la secessione. Il confronto tra le regioni attirerebbe l’intervento militare federale, con un Esercito che sarebbe esposto potenzialmente a crepe etno-regionali»

Al centro della crisi che sta attraversando il secondo Paese più popoloso dell’Africa, c’è lo scontro etnico tra Tigray e Amhara, le due potenti regioni settentrionali dell’Etiopia, alimentata in parte dal crescente nazionalismo etnico in entrambe le regioni, e con all’origine uno scontro per il controllo di alcune terre contese.

Le origini della disputa Amhara-Tigray Crisis Group le fa risalire allo smantellamento dell’impero etiopico da parte di un governo socialista conosciuto come Derg, dopo la rivoluzione del 1974. Un anno dopo, i Tigrayan scatenarono una ribellione, portando al rovesciamento del regime militare, nel 1991, e alla formazione di una nuova coalizione al potere, cooptando le élite di altre aree tra cui Amhara, la seconda regione più popolosa del Paese.

La questione delle terre contese è così dettagliata da Crisis Group. «L‘Amhara afferma che il Fronte di liberazione del popolo Tigray (TPLF), sia allora che ora il partito al potere in Tigray, iniziò ad occupare alcune delle loro terre durante la sua campagna per deporre il Derg. Vogliono che queste terre vengano restituite». La restituzione dovrebbe riguardare «i distretti di Welkait, Humera, Tsegede e Tselemte nel Tigray occidentale e nelle zone del Tigray nord-occidentale, nonché l’area Raya-Akobo nel sud Zona Tigray. L’Amhara sostiene che prima del 1991, le vecchie province di Gondar e Wollo, ora per lo più parte di Amhara, amministravano questi distretti principalmente rurali, alcuni dei quali producono sesamo da esportazione. Dicono che il confine sud-occidentale storico della vecchia provincia del Tigray fosse il fiume Tekeze, che si trova bene all’interno del Tigray», secondo Amhara questa sarebbe la loro‘terra storica’.
Crisis Group sottolinea che «il risentimento è profondo in Amhara e tra gli attivisti delle aree contese».
Molti ad Amhara si lamentano del fatto che i loro politici non hanno denunciato ciò che percepiscono come un accaparramento di terre
da parte di TPLF nei primi anni ’90 perché erano sottomessi ai loro partner della coalizione tigrayana. L’Amhara oltre sostenere la proprietà storica della terra, accusa anche che i ribelli del TPLF hanno ucciso e sradicato Amhara nelle aree contese, alterando così l’equilibrio demografico a favore dei parlanti Tigrinya e gettando le basi per una rivendicazione TPLF per le terre sotto l’etnia etnica dell’Etiopia sistema.

Ma oltre a questa gravissima problematica locale, Abiy ha un secondo fronte problematico, quello esterno. Quello che doveva essere un asso nella manica del Paese per farlo esplodere economicamente, sta diventando un grave problema. Stiamo parlando della storica ‘neutralità’ -per altro secondo alcuni osservatori solo di facciata- etiope nei confronti di tutti i Paesi che non siano quelli africani.
Quando Abiy ha preso in mano le redini del potere, ha messo mano alle ‘influenze’ arabe e turche che si erano infiltrate e consolidate nel Corno d’Africa, e ha tessuto una serie di importanti relazioni con alcune delle più ricche Nazioni del Medio Oriente. Ha costruito, cioè, relazionisempre più importanti con Arabia SauditaEmirati Arabi Uniti -basti ricordare il suo ruolo di mediatore nella vicenda Sudan– ma anche con Qatar e Turchia, dall’alto della neutralità di cui sopra. Tutti Paesi per i quali l’Etiopia era ed è ilbocconeprivilegiato tra tutti i Paesi del Corno d’Africa.
Fino ad ora il premio Nobel
è stato bravo a tenersi fuori dagli scontri tra questi Paesi, sia nella vicenda che ha visto opposti Qatar e Arabia Saudita, sia nello scontro Iran Arabia Saudita. Abiy si èmesso sul mercatoalla ricerca di finanziamenti dai Paesi arabi, forte delle sue potenzialità economiche e geostrategiche.
Riuscendo tenersi fuori dalla mischia,rimanendo formalmente neutrale, è stato capace di raccogliere finanziamenti molto importanti e affermarsi come Paese leader del Corno.
Dopo l’Accordo di pace con l’Eritrea -voluto, sostenuto e facilitato da Arabia Saudita e Emirati- Riyad e Abu Dhabi hanno investito molto in Etiopia. Gli Emirati Arabi Uniti hanno impegnato 3 miliardi di dollari in investimenti e assistenza e sono impegnati in una serie di investimenti in infrastrutture -porti di Berbera (Somaliland) e Assab, oleodotti, ecc…- molto importanti per lo sviluppo etiope. Sia Arabia Saudita che Emirati hanno rafforzato i loro precedenti investimenti in nei settori manifatturiero, turistico, energetico. La diaspora etiope nel Golfo ha facilitato moltissimo i flussi commerciali tra Etiopia e Golfo.

Ma Abiy ha rafforzato pesantemente anche le relazioni economiche con il Qatar, diretto avversario del duo Arabia SauditaEmirati Arabi Uniti, Doha ha investito nel settore agroalimentare etiope in modo particolare, e ha messo gli occhi sull’area salute e ospitalità.

Altro grande investitore sia economico-finanziario che politico è la Turchia. Da tempo radicata in Etiopia con scuole e moschee, Ankara ha in Addis Abeba la prima destinazione africana degli investimenti diretti esteri, che ammontano a circa 2,5 miliardi di dollari.

E’ evidente che ora per Addis Abeba diventa sempre più difficile tenere aperto l’ombrello della neutralità.

A corrodere ulteriormente il manto di neutralità vi è l’annosa questione della Grande diga etiopica del Rinascimento (GERD), ovvero la disputa sulle acque del Nilo, che contrappone l’Etiopia all’Egitto e al Sudan. La tensione traAddis Abeba e Il Cairo è cresciuta sempre più nelle ultime settimane, e pochi giorni fa è parso che l’Egitto sia pronto a tutto, anche allo scontro militare -minacciato a chiare lettere-, se Addis Abeba non ritorna sui suoi passi. Egitto e Sudan sono ottimi alleati del Golfo, e in scontro diretto con la Turchia.
Nè si esclude che questi troppi attori esterni possano sfruttare le divisioni interne tra regioni e gruppi etnici.

Abiy è chiamato, dunque, a combattere sia in casa che fuori, in una situazione che pare un campo minato. Una prova per il Premio Nobel molto difficile, dove in gioco non c’è solo il suo futuro politico, ma quello del Paese, che potrebbe non solo perdere una grande occasione per avviarsi definitivamente sulla strada di una democrazia compiuta, ma anche una concreta occasione di sviluppo.
Nè si può ignorare che una crisi politica in Etiopia
-per non parlare di uno scontro armato con l’Egitto, considerato possibile da non pochi osservatori locali- rischierebbe di influenzare l’intera area del Corno d’Africa e le relazioni faticosamente intessute con il Medio Oriente.

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