domenica, Gennaio 24

Etiopia: Abiy Ahmed, ‘nessuna pietà per chi resterà al fianco del TPLF’ Dopo le città di Aksum e di Edega Hamus, l’esercito federale si prepara all’attacco finale contro la capitale tigrina Mekelle

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Nella disumana guerra civile iniziata lo scorso 3 novembre che ruota sul regolamento dei conti tra il governo federale del Primo Ministro Abiy Ahmed Ali e il governo regionale del Tigray sotto il controllo del TPLF, sempre più osservatori temono sia la regionalizzazione del conflitto sia la sua trasformazione in una tremenda e pianificata pulizia etnica. Il governo del Tigray e il Fronte Popolare di Liberazione del Tigray parlano di un genocidio etnico in corso. Identico parere viene condiviso da molti etiopi di origine Tigrigna sui social media. Al momento vi sono le prove di bombardamenti indiscriminati sulle città del Tigray e di massacri di civili che fanno pensare a vere e proprie pulizie etniche commesse dall’esercito federale e dalle milizie paramilitari alleate composte da guerriglieri Amara.  Questi crimini di guerra però non sono sufficienti per accusare il governo di Addis Ababa di una intenzione genocidaria nei confronti della minoranza etnica Tigrigna.  O almeno fino a ieri…

Dejene Tsegaye, portavoce dell’esercito federale in un comunicato ufficiale ha annunciato come prossima la conquista della capitale del Tigray, Mekelle, precisando che NON VI SARA’ NESSUNA PIETA’ per i civili che rimarranno fedeli al governo regionale e al TPLF.

«La prossima battaglia decisiva sarà Mekele. Ai cittadini della città si comunica la direttiva di dissociarsi dalla giunta regionale e di fuggire, dopodiché non ci sarà pietà» ha affermato pubblicamente Tsegaye. A Mekelle vivono 747.116 persone, 531.570 in area urbana e 215.546 nelle aree rurali circostanti. La dichiarazione shock del portavoce dell’esercito è stata confermata da volantini di propaganda e vari moniti lanciati alla popolazione dalle truppe federali e dalle squadracce Amara che avvertono dell’attacco finale a Mekelle, dicendo ai civili di fuggire finché possono.

Il governo di Abiy ha rivendicato la presa di una serie di città negli ultimi giorni, tra cui l’antica città di Aksum e la città di Edega Hamus, 100 chilometri (60 miglia) a nord di Mekele. «Le forze di difesa hanno controllato la città di Edaga Hamus, che si trova sulla strada da Adigrat a Mekele. Le forze di difesa stanno attualmente marciando verso l’ultimo obiettivo della campagna, la città di Mekele», ha detto domenica l’Etiopia State of Emergency Fact Check, l’agenzia governativa.

Il leader del TPLF, Debretsion Gebremichael, ha promesso aspri combattimenti per bloccare l’avanzata delle forze di difesa etiopiche (EDF). Debretsion ha avvertito che un assalto a Mekelenon sarà la fine del conflitto: «Finché le forze di occupazione saranno nel Tigray, i combattimenti non si fermeranno». Il TPLF è nato come movimento guerrigliero contro il regime stalinista del DERG. Come il National Revolutionary Mouvement di Yoweri Museveni in Uganda e il Fronte Patriottico Ruandese di Paul Kagame in Rwanda, il TPLF ha liberato il Paese trasformandosi da guerriglia a partito politico con lo stretto controllo dell’esercito e polizia nazionale. Alla fine degli anni Novanta Museveni, Kagamee Meles Zenawi (tutti ex marxisti) erano i leader progressisti dell’Africa autori della Rinascita democratica destinata a sostituire regimi dittatoriali e raziali (nel caso del Ruanda).

A distanza di un tentennio dalla presa del potere, i tre ex movimenti guerriglieri hanno contribuito al progresso dei loro rispettivi Paesi soffocando però i propositi democratici che caratterizzarono la loro guerra contro le dittature. Il TPLF è ora uno degli attori del Doomsday etiope, il NRM si sta preparando ad affrontare le elezioni il prossimo gennaio con forti rischi di guerra civile. Solo il FPR di Kagame sembra essere ancora saldo al potere anche se gli spazi democratici si sono notevolmente ridotti a causa della necessità di difendersi dalle ex forze genocidarie organizzatesi in un potente gruppo terroristico: Forze Democratiche per la Liberazione del Rwanda, FDLR.

Il conflitto del Tigray si è già esteso oltre i confini della regione ribelle con il lancio di razzi del TPLF sulla capitale eritrea di Asmara dopo che le truppe eritree hanno invaso il Tigray per combattere al fianco dell’esercito federale. Anche la città di BahirDar nella regione di Amhara è stata colpita da razzi del TPLF come rivincita della partecipazione delle milizie Amara nel conflitto, accusate di pulizie etniche contro i tigrini.

Rimane difficile confermare i vittoriosi bollettini di guerra del governo di Addis Ababa. A causa del blackout informativo e delle comunicazioni decretato sul Tigray è pressoché difficile ottenere informazioni precise ed affidabili che non siano collegate ad esigenze di propaganda di entrambe le parti belligeranti. Fonti diplomatiche africane informano che da lunedì 23 novembre è in corso una violentissima battaglia vicino alla città di Korem, a circa 170 chilometri (106 miglia) a sud di Mekelle. Il Primo Ministro Abiy ora divenuto il Signore della Guerra Etiope, ha giurato che la capitale della regione ribelle cadrà entro questa settimana.

Di parere contrario è Kjetil Tronvoll, uno studioso di politica etiope al Bjorknes University College in Norvegia. «Le truppe federali hanno preso il controllo delle pianure a ovest, sud e est di una scarpata di altipiani nel Tigrai. Per continuare la loro avanzata verso Mekelle, ora devono letteralmente combattere una battaglia in salita contro posizioni difensive ben radicate. Combattere nella zona di alta quota è molto più difficile che nel territorio più basso più a sud e ci sono state pesanti perdite da entrambe le parti.  Non è un’operazione facile e rapida per le forze federali e vi è il rischio che l’offensiva si tramuti in una guerra di lunga durata con un numero di vittime molto alto da parte del governo», ha affermato Tronvoll al sito di informazione economica ‘Bloomberg’.

L’esercito federale starebbe subendo ingenti perdite, sistematicamente negate dal governo di Addis Ababa che trasmette propaganda militare su TV e Radio per esaltare la popolazione. Secondo il Comitato internazionale per la Croce Rossa, la Società della Croce Rossa etiope ha trasportato centinaia di soldati federali sono stati feriti negli scontri e trasportati in ospedali della regione Amhara che sono mal equipaggiati per affrontare l’afflusso.

Pesanti combattimenti si sono verificati giovedì scorso presso ilcampo profughi di Hitsats vicino al confine del Tigray con l’Eritrea, secondo quattro persone a conoscenza della situazione che hanno parlato a condizione di anonimato per proteggere la sicurezza degli operatori umanitari nella zona. Un serbatoio vicino al campo è stato distrutto durante i combattimenti, lasciando i suoi oltre 25.000 residenti senza accesso all’acqua corrente. I funzionari del Tigray inforamano che i combattimenti continuano su quattro fronti separati.

Leake Zegeye, professore associato alla Mekelle University, informa che due studenti sono stati uccisi da una bomba esplosa vicino allo stadio dell’università il 16 novembre, mentre un certo numero di altri erano rimasti feriti.

Sui mercati finanziari sono evidenti le crescenti preoccupazioni che la crisi possa trascinarsi e diffondersi in altre parti dell’Etiopia o oltre i suoi confini. I rendimenti degli eurobond etiopi da 1 miliardo di dollari con scadenza nel 2024 sono aumentati di 202 punti base dallo scoppio del conflitto e sono stati scambiati all’8,42% a Londra venerdì. Il nervosismo dei mercati internazionali esercita una forte pressione sul Primo Ministro Abiyal fine di ottenere una rapida vittoria.

Purtroppo si sta assistendo alla nascita di tutti i presupposti per un conflitto di lunga durata simile a quello che sembrato la Iugoslavia o la Somalia. Come in questi due conflitti anche quello in Tigrai sta creando schieramenti continentali e internazionali. Si rischia a breve il sostegno del TPLF da parte di Egitto e Sudan per via della disputa sulle acque del Nilo. Alcuni osservatori regionali affermano che questo sostegno esiste già di fatto. Truppe eritree stanno combattendo al fianco delle forze federali mentre gli Emirati Arabi hanno messo a disposizione decine di droni da combattimento da utilizzare contro le forze tigrine.

Mentre l’Unione Europea è ancora incredula sullo scoppio di questa devastante guerra civile, l’Italia, grazie al suo Premier Giuseppe Conte, si sta operando per convincere le parti belligeranti ad un cessate il fuoco e a sedersi al tavolo dei negoziati. Purtroppo la delicata opera diplomatica italiana viene contrastata dagli Stati Uniti che hanno preso spudoratamente le difese del Primo Ministro Abiy nonostante i crimini di guerra e le pulizie etniche.

L’Ambasciatore americano in Etiopia, Michael Raynor, avrebbe dato il sostegno del suo Paese al Primo Ministro Abiy durante un incontro avvenuto la scorsa settimana. Il Vicesegretario degli Stati Uniti per gli affari africani, Tibor Nagy, ha incolpato le autorità del Tigray del tentativo di deporre Abiy e reclamare il potere politico nazionale che avevano perso da quando è entrato in carica nel 2018,. «Questa è una fazione del governo che gestisce una regione in Etiopia che ha deciso di intraprendere nuovamente le ostilità contro il governo centrale. In questo momento penso che la loro tattica abbia avuto l’effetto opposto rispetto a quello che stavano pianificando» ,  affermato Raynor ai media etiopi.

Ai margini della propaganda del governo federale piena di immagini di soldati invincibili (tutte immagini di repertorio) intenti a liberare il popolo tigrino dall’oppressore TPFL, si nasconde una amara realtà. I soldati federali non riescono a trovare il supporto della popolazione tigrigna, come si sperava. Vengono considerati nemici e truppe di occupazione. Anche le vantate conquiste di città strategiche non sono accompagnate da immagini di prigionieri di guerra, equipaggiamento militare recuperato al TPLF o città appena catturate con la popolazione locale che accoglie i liberatori inviati da Addis Ababa. Eppure queste immagini servirebbero alla macchina di propaganda del Primo Ministro per creare consenso popolare e un senso di vittoria generalizzato.

Nonostante che vari media occidentali stiano minimizzando i crimini di guerra commessi sui civili (alcuni arrivano addirittura ad occultarli), il Primo Ministro sta rischiando il collasso della Federazione Etiope. La costituzione federale è il frutto di un delicato compromesso tra le varie etnie elaborato negli anni ’90 con l’obiettivo di portare i movimenti armati fissipari a un accordo per mantenere unita l’Etiopia. Il TPLF era allora il membro principale della coalizione di governo, ma gran parte dell’ispirazione veniva dai leader Oromo. La costituzione garantisce l’autogoverno ai gruppi etnolinguistici e, controverso, il diritto all’autodeterminazione. Certamente in 30 anni di potere il TPLF ha sfruttato a suo vantaggio il sistema amministrativo federale ma ora il Primo Ministro Abiy lo sta distruggendo, forse nel tentativo di istaurare l’ennesima dittatura della storia del Paese.

«Questa guerra civile è caratterizzata da inauditi crimini di guerra e ondate di pulizie etniche. Ogni giorno che passa si moltiplicano le uccisioni, la distruzione, i profughi, rendendo sempre meno credibile la retorica dei Media federali e sempre più difficile per l’Etiopia uscire dall’abisso in cui sta precipitando il Premio Nobel per la Pace. È una guerra devastante che va fermata a tutti i costi. Ogni strumento internazionale di condanna e pressione è ora necessario. Qualunque sia la giustificazione iniziale che ha scatenato il conflitto, Abiy sarà giudicato secondo il codice legale internazionale. Se le sue forze continueranno a commettere crimini di guerra, ogni giustificazione inziale non sarà presa in considerazione in tribunale», queste le dure parole di Alex de Waal, Direttore esecutivo della World Peace Fondation e Professore di ricerca presso la Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University.

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