domenica, Gennaio 17

Etiopia a rischio di diventare una ‘Siria africana’ La guerra civile continua in Tigray. Già coinvolti Eritrea e Emirati Arabi. Si stanno preparando Egitto, Sudan e Sud Sudan. Altri attori poi potrebbero entrare in scena: Turchia, Rwanda, Uganda, Congo, Burundi

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Una settimana fa il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali aveva annunciato che l’intervento armato in Tigray contro la giunta ‘criminale’ del Tigray People’s Liberation Front (TPLF) si era conclusocon la conquista di Mekelle. Dopo la sconfitta del TPLF, presentata ai media come un dato di fatto, erano in corso solo operazioni di polizia per disarmare gli ultimi ribelli ancora attivi e arrestare i dirigenti tigrini fuggitivi. Al parlamento etiope Abiy aveva affermato che nessun civile è stato ucciso dalle truppe federali.

Vari Paesi occidentali avevano tirato un sospiro di sollievo. La crisi etiope aveva avuto breve durata e all’uomo forte (Abiy) si potevano ora perdonare eventuali crimini di guerra in nome della stabilità regionale. Crimini ancora in dubbio una settimana fa. La rapida vittoria avrebbe reso difficile comprendere l’entità delle violenze commesse sui civili e avrebbe salvato l’Occidente dall’imbarazzo di un Primo Ministro presentato come democratico e riformatore trasformatosi in un perfetto Signore della Guerra un anno dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la Pace.

Questo è stato il principale motivo che ha spinto l’Unione Europea a mettere in netta minoranza il premier italiano Giuseppe Conte che spingeva per fermare la guerra, preferendo il principio cinese di ‘non interferenza negli affari interni’ dell’Etiopia, a scapito di tutti i valori democratici e rispetto dei diritti umani, pilastri importanti della UE.

Ethiopoint’, uno dei tanti siti online della propaganda federale etiope, si era addirittura spinto a presentare una situazione di totale disfatta del TPLF in un suo recente articolo: «Le forze e le milizie del TPLF stanno abbandonando le loro trincee e Mekele a causa della mancanza di approvvigionamento alimentare e logistico. I soldati del TPLF soffrono di una serie di problemi, tra cui la mancanza di comunicazione diretta con i superiori a Mekele e la carenza di carburante che ha messo maggiore pressione sul sistema logistico. Le forze ribelli sono sconfitte e demoralizzate. Sono ormai solo dei combattenti deboli, affamati, senza leader che si scannano l’uno contro l’altro». Altri media filogovernativi affermavano che vari leader TPLF erano fuggiti in zone montuose, mentre altri avevano attraversato il confine sudanese e sud-sudanese. La TV di Stato mostrava immagini di Mekelle liberata, negozi aperti, persone felici.

Niente di più falso.
I combattimenti sono ripresi due giorni dopo la caduta di Mekelle in diverse parti del Trigray. A confermarlo è stato l’ONU. Il TPLF dispone ancora di 200.000 uomini ben armati (50.000 secondo il Governo federale) sufficienti per attivare la seconda fase del conflitto, la più micidiale: la guerriglia stile Afghanistan, facilitata dalle impenetrabili montagne del Tigray e dal totale supporto della popolazione, che considera i federali non come liberatori, bensì truppe di occupazione.

Secondo i primi rapporti, la popolazione tigrigna a Mekelle e nelle principali città sta manifestando contro l’occupazione militare e sta attuando ogni possibile forma di boicottaggio contro l’invasore. A Mekelle la tensione tra civili e truppe federali rimane alta. Vari sono i rapporti di saccheggi in case private, hotel, negozi e fabbriche perpetrati dai federali e delle milizie fasciste Amhara. Il governo di Addis Ababa, contattato dalla ‘Reuters’. ha preferito non rispondere alle accuse.

Le forze trigrine stanno concentrando i loro mortali attacchi contro 2 divisioni dell’Esercito eritreo, arrivate in supporto alle forze del governo federale, e ritenute responsabili della parziale sconfitta subita nella prima fase del conflitto. «Prima annienteremo i mercenari eritrei, poi libereremo il nostro Paese», ha affermato un ufficiale tigrino da noi contattato.
Asmara non ha mai confermato che parte del suo esercito st
ia combattendo nel Tigray al fianco di Abiy, ma le evidenze sono ormai troppe per negare il coinvolgimento diretto del regime eritreo. Una delle recenti prove è la battaglia di due giorni fa tra le forze TPLF e reparti dell’Esercito regolare dell’Eritrea presso la località di Wukro, 50 Km a nord di Mekelle. Il TPLF afferma di aver riportato la vittoria e fatto prigionieri vari soldati eritrei. Al momento nessuna immagine di prigionieri eritrei è stata diffusa.
Debretsion Gebremichael, che guida il TPLF, in un messaggio all’agenzia di stampa ‘Reuters’ afferma che le forze tigrine hanno riconquistato la città di Aksum. Secondo fonti locali, la città era controllata da reparti dell’Esercito eritreo. Come segno di distensione, in vista di eventuali negoziati, il TPLF avrebbe rilasciato 4.000 soldati federali catturati agli inizi di novembre.

In una intervista alla ‘BBC’, rilasciata lo scorso lunedì, il Ministro della Democratizzazione, Zadig Abraha, ha negato le affermazioni del TPLF secondo cui avrebbero catturato Aksum, affermando che il TPLF non aveva alcun possibilità di organizzare una guerriglia. «I ranghi dei combattenti tigrini sono sciolti. Tutti o si stanno arrendendo o scappando». Immediata la risposta di Fisseha Asgedom, ex ambasciatore etiope presso le Nazioni Unite con affiliazioni al TPLF. Asgedom ha riferito a ‘BBC’ che i rapporti del Governo di Addis Ababa sul totale controllo del territorio del Tigray sono semplicemente«uno scherzo».

La ripresa dei combattimenti, nonostante gli annunci di vittoria del Governo etiope, sono confermati anche dalle Nazioni Unite, e stanno complicando la consegna degli aiuti umanitari nel Tigray. «Abbiamo notizie di continui combattimenti in diverse parti del Tigray», ha affermato venerdìa ‘AFP’, Saviano Abreu, portavoce dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli aiuti umanitari (OCHA), aggiungendo che l’Onu sta continuando a negoziare «con tutte le parti in conflitto» al fine di ottenere i permessi necessari per offrire assistenza ai civili. Mercoledì scorso, il Governo etiope aveva garantito l’accesso umanitario ‘illimitato’ alla regione all’ONU, che lo chiedeva da diverse settimane per evitare un potenziale disastro, garantendo che tutta la regione era stata ‘liberata e pacificata’. Ora le Agenzie ONU devono chiedere il permesso di accesso ai federali e al TPLF.
OCHA ha ribadito, lo scorso sabato, che le agenzie umanitarie, nel tentativo di accedere alla popolazione bisognosa di assistenza, devono negoziare sia con le truppe federali sia con quelle tigrine. Ciò implica che le forze del TPLF controllano ancora alcune aree o sono, come minimo, ancora attive lì. Osservatori militari fanno
notare che la rapida avanzata fino a Mekelle le avrebbe obbligato le truppe federali a ridurre le unità in difesa dei paesi e città tigrine appena conquistate, che così rischiano di ritornare sotto il controllo del TPLF. Anche la caduta di Mekelle sarebbe fittizia.

«Le truppe federali, nella corsa contro il tempo per ottenere la vittoria lampo ordinata dal primo ministro Abiy, hanno circondato le città per subito dopo passare a quella successiva senza conquistarle o conquistandole parzialmente. Anche a Mekelle di fatto non abbiamo combattuto, visto che il TPLF ci é scappato sotto il naso», afferma un miliziano Amhara ai social media della diaspora etiope. A Mekelle le forze tigrine avrebbero deciso di non combattere per risparmiare i civili dai bombardamenti con bombe a frammentazione multipla e bombe incendiarie, già utilizzate sulla capitale prima dell’attacco e in varie altre città, per poi serrare in una morsa fatale gli invasori.

Nessuno al momento può verificare tutte queste notizie contraddittorie, ma è alta la percezione che la realtà sia diversa da quella raccontata dal premier etiope. Non è un caso che il Segretario di Stato americano Mike Pompeo (ancora in carica per pochi giorni) abbia telefonato a Abiy per sollecitare la fine «dei combattimenti e del dialogo costruttivo per risolvere la crisi».

Fonti diplomatiche informano che il TPLF ha sequestrato una serie di armi, inclusi razzi e missili antiaerei, che lo avrebbe messo in grado di fronteggiare la supremazia area dei federali. Due giorni fa il TPLF ha annunciato di aver abbattuto un caccia federale. Notizia smentita da Addis Ababa.
Le armi antiaerei in dotazione delle forze tigrine potrebbero efficacemente contrastare i caccia in dotazione ai federali, 15 Sukhoi, Su-27SK, Mig-23ML, e gli elicotteri da combattimenti MI-24 e Mi-35.

Dinnanzi ai probabili 200.000 uomini ben armati dei quali disporrebbe il TPLF, l’Esercito federale è in grado di contrapporre 140.000 soldati, senza ricorrere all’arruolamento forzato della popolazione maschile etiope. Già varie migliaia di giovani Amhara sarebbero scappati, rifugiandosi in Sudan, per paura di essere spediti al fronte a morire dopo qualche giorno di addestramento sommario, come succedeva durante la guerra etiope-eritrea.

Se queste stime sono corrette, l’Esercito etiope potrebbe avere meno soldati del TPLF, ma potrebbe aumentare il suo numero (prima di ricorrere all’atto disperato dell’arruolamento forzato) attingendo alle forze speciali di altri governi regionali. Al momento solo le forze della regione Amhara, confinante con il Tigray, hanno risposto all’appello di Abiy, inviando le loro milizie, accusate di aver massacrato decine di migliaia di civili. Altamente improbabile che le forze speciali delle regioni Oromia, Afar, Sindama, Gambella, Harari, Benishangul-Gumuz, Southern Nations, Nationalities, and Peoples’ Region e Somali Region possano rispondere all’appello di un leader da loro mal tollerato e accusato di avere mire dittatoriali.

Anche il coinvolgimento della regione Amhara non è stato facile. Per vincere un conflitto, prematuramente dichiarato finito, Abiy avrebbe contattato i gruppi di estrema destra della etnia Amhara per coinvolgerli in un piano di colonizzazione del Tigray, in cambio di una loro partecipazione attiva nel conflitto. Questi gruppi di estrema destra avrebbero fatto forti pressioni sul governo regionale per avvallare il coinvolgimento nella guerra civile.

Ma le milizie Amhara non sono sufficienti a sconfiggere un esercito ben preparato e ideologicamente motivato come quello del TPLF. Per questo è stato fondamentale l’appoggio delle divisioni inviate dalla Eritrea e i droni da combattimento degli Emirati Arabi Uniti. Mentre la monarchia araba rifiuta al momento di impegnarsi maggiormente nel conflitto (inviando aviazione e truppe di terra), fonti diplomatiche africane avvertono che sono in corso trattative con il Governo di Asmara perché triplichi il numero dei suoi soldati che stanno combattendo in Trigayin cambio di territori della regione ribelle.

Secondo fonti riservate, il Primo Ministro etiope avrebbe intenzione di disintegrare la composizione etnica del Tigray, disperdendo la popolazione tigrina su tutto il territorio nazionale e consegnando i territori spopolati sia a coloni Amhara che all’Eritrea. Questo sospetto contraddice la dichiarazione di Abiy, rivolta ai media occidentali, di voler favorire il ritorno dei profughi alle loro case.

Vista intensità degli scontri in atto, sembra che il TPLF sia stato in grado di avviare la seconda fase del conflitto, quella della guerriglia.

Arhe Hamednaca, che ha preso parte alla guerra di liberazione contro il regime stalinista del DERG e ora è parlamentare in Svezia, ha riferito che le possibilità per il TPLF di attivare una guerriglia vincente a medio termine sono concrete a condizione che non vengano chiusi territorialmente. «Durante la guerra di liberazione, negli anni Ottanta il TPLF aveva lo sbocco al Mar Rosso attraverso l’Eritrea, all’epoca ancora sotto l’Etiopia. L’Eritrea rappresentava un ottimo rifugio quando l’Esercito regolare di Mengistu Haile Mariam lanciava offensive militari detenendo la superiorità numerica e di mezzi. Non è un caso che il primo ministro Abiy sia diventato un fedele alleato del presidente dell’Eritrea Isaias Afwerki che, per ragioni di territori contestati e ragioni etnico familiari, è il principale nemico del TPLF.

L’alleanza con Afwerki e il coinvolgimento militare eritreo ha bloccato alle forze tigrine la possibilità di avere basi militari sicure al nord, in Eritrea. Ora al TPLF non rimane che sperare nel corridoio con il Sudan. Non è un caso che l’offensiva militare del governo federale si siaconcentrata soprattutto sul confine sudanese per chiudere anche questo sbocco territoriale di approvvigionamento in cibo, armi e munizioni. Per Addis Ababa è vitale impedire al TPLF di creare basi nei Paesi vicini come aveva fatto quando aveva combattuto il regime stalinista di Mengistu 29 anni fa. Al momento sembra che l’obiettivo di limitare territorialmente il TPLF sia riuscito, ma questo non significa necessariamente che le forze federali avranno la rapida vittoria che sperano e necessitano», ha spiegato Hamednaca.

Per il TPLF l’alleanza con il Sudan è fondamentale per ottenere nuove provviste e continuare la guerra.
Ufficialmente il Governo di Khartoum dichiara di non volersi immischiare negliaffari internidell’Etiopia, e come segno di buona volontà ha arrestato un dirigente TPLF fuggito a Gedaref consegnandolo alle autorità etiopi. Un gesto di facciata, affermano fonti diplomatiche occidentali. Il dirigente non aveva incarichi militari ed era inviso dalla giunta militare che partecipa al Governo di transizione di Khartoum per traffici illeciti finiti male per i sudanesi.
Altresì c’è da tenere ben presente che Khartoum è sceso militarmente in campo per riprendersi i territori da tempo contestati e oggetto di trattativa con Addis Abeba.

Nonostante le difficoltà ad assicurarsi un corridoio strategico, il TPLF sembra essere in procinto di assicurarsi importanti alleati regionali.
Secondo quanto riportato dai media sud sudanesi lo scorso fine settimana il leader politico militare del TPLF,
Debretsion Gebremichael, in un meeting segreto avrebbe incontrato a Juba (capitale del Sud Sudan) il Presidente egiziano Al Sisi,esponenti militari di Khartoum, e il Presidente del Sud Sudan Salva Kiir. La notizia viene ripresa anche dal quotidiano italiano ‘Il Manifesto’, pur affermando che non esistono comunicati ufficiali che confermino questo incontro.

Fonti confidenziali informano che durante l’incontro, Gebremichael avrebbe ricevuto le assicurazioni di Egitto, Sudan e Sud Sudan di un appoggio indiretto in armi, munizioni, cibo, medicinali e finanziamenti necessari per condurre una efficace guerriglia in grado di fare cadere il Governo federale del Primo Ministro Abiy. E questa ‘disponibilità’ sarebbe originata dallo scontro in atto tra l’Etiopia e i Paesi a valle del Nilo causa la Diga della rinascita etiope, (Gerd).

L’appoggio del Sud Sudan sarebbe un riflesso in quanto attualmente il Paese, appena uscito dalla guerra civile iniziata nel 2013 grazie ad una fragile e precaria pace, dipende anche dagli aiuti finanziari dell’Egitto. L’entrata in scena del Sud Sudanpreoccupa molti osservatori regionali in quanto potrebbe presagire un coinvolgimento delle potenze della Regione dei Grandi Laghi, tra cui Uganda, Congo, Rwanda. Quest’ultimo tradizionalmente legato al TPLF per ragioni politiche e affinità etniche. I trigini hanno sempre affermato che i tutsi ruandesi e burundesi sono gruppi etnici secondari, originati da migrazioni storiche dal Tigray. Il coinvolgimento delle potenze dell’Africa Orientale potrebbe generare guerre a catena proprio nei Grandi Laghi, dove esistono già forti tensioni tra Rwanda, Congo, Burundi, Uganda.

Nessun attore coinvolto ha voluto confermare o sconfessare la presunta riunione a Juba, ma qualcosa deve essere veramente successo, visto che l’Etiopia ha espulso tutti i diplomatici del Sud Sudan e nelle stesse ore l’ambasciatore etiope, Fisseha Shawl, ha lasciato all’improvviso Juba. La crisi diplomatica é rientrata immediatamente con il ritorno delle rispettive rappresentanze diplomatiche, ma il sospetto della creazione di una asse pro TPLF Cairo Khartoum Juba rimane ancora forte. Il Governo di Addis Abeba ha smentito questa ipotesi, sostenendo che «si tratta di notizie di fantasia, diffuse da elementi che sostengono la campagna di disinformazione della cricca criminale del Tplf».

Il TPLF, fin dalla guerra di liberazione contro il DERG, è sempre stato in grado di mobilitare il popolo, sostenendo che si trattava di una lotta per la sopravvivenza e la sovranità del Paese. Ora usa la sua retorica nazionalistica per la sopravvivenza del Tigray ed è militarmente ancora forte. Ha, inoltre, l’appoggio della popolazione e spera nell’aiuto di potenze regionali.
Una guerra prolungata indebolirebbe il governo federale, incoraggiando altre etnie, in primis gli Oromo, a ribellarsi armi alla mano.

La comunità internazionale si sta rendendo conto che la guerra civile in Etiopia non è finita e rischia di tramutarsi in unaSiria africana’, dove vari attori internazionali potrebbero combattere guerre per procura. I principali attorigià coinvolti sono Eritrea e Emirati Arabi. I sospetti di un progressivo e inevitabile coinvolgimento di Egitto, Sudan e Sud Sudan si rafforzano ogni giorno che passa. Altri attori potrebbero entrare in scena. La Turchia in contrapposizione all’Egitto. L’Iran in contrapposizione agli Emirati Arabi. Il Rwanda in contrapposizione a Uganda e Burundi.

Questa guerra va fermata a tutti i costi anche con l’invio di una forza multinazionale con pieni mandati di ‘Full Combat’, capace di proteggere la popolazione tigrina e costringere il TPLF e Abiy a cessare le ostilità e ad aprire dialoghi di pace. Questo è l’auspicio degli osservatori politici più attenti e conoscitori della regione. “La pace è di vitale importanza per la sopravvivenza dell’Etiopia e per la stabilità dell’intero continente africano. Oltre al rischio di trasformarsi in una Siria del Corno d’Africa, vi sono già presenti i rischi di una rivincita delle forze terroristiche islamiche sul debole Governo somalo causa il ritiro delle truppe etiopi che destabilizzerebbe la confinante regione etiope del Somali Region. Altri segnali paventano una guerra etnica tra Tigrini e Amhara ardentemente desiderata e incoraggiata dal Primo Ministro Abiy e una rivolta armata della Oromia fortemente incoraggiata dal Cairo. Il conflitto del Tigray ha aperto il vaso di Pandora. Va fermato a tutti i costi anche tramite un intervento armato internazionale super partis. La comunità internazionale non può confidare su eventuali pressioni che inducano TPLF e Abiy a fermare questa folle guerra per la semplice ragione che entrambi i contendenti stanno lottando per la supremazia del paese e non si fermeranno fin quando l’ultimo dei nemici sarà abbattuto come un cane” spiega un professore Amhara che abita a Kampala protetto da anonimato per paura di ritorsioni sui suoi familiari rimasti in Etiopia. 

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