sabato, Gennaio 25

Etichette indipendenti: la storia di Almendra Music

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Si parla sempre più spesso di musica indie ed etichette discografiche indipendenti, con un tono che va dall’ammirazione alla diffidenza ad un atteggiamento quasi snob. Tutti ne parlano ma, alla fine, di cosa stiamo parlando? Per definizione una label indipendente è, come dice la parola, più o meno autonoma dal discorso delle multinazionali e dell’industria discografica lasciando, di conseguenza, maggiore libertà espressiva all’artista, dalla redazione del testo alla comunicazione. Ci si chiede dunque dove poter collocare, come poter catalogare queste realtà, spesso molto piccole e a budget limitato, che stanno prendendo forma e riscuotendo successo a discapito (?) delle major.

Tra questa moltitudine spicca un progetto singolare a mio avviso, quello di Almendra Music, casa di produzione ed etichetta discografica con l’obiettivo di piantare semi di musica in terre confiscate alla disumanità, un nucleo di giovani compositori e produttori siciliani che nel 2012 ha messo assieme la propria formazione accademica coi fermenti del vivace underground di Palermo. Un crocevia di stimoli dunque: la realtà siciliana, tra limite e risorse, la eterogeneità degli stili, dall’elettronica alla strumentale, la componente visiva, evidente nella particolare attenzione al mondo dell’immagine e della comunicazione. Terreno di cultura, oserei dire, nel senso di coltivazione sia umana che artistica.

In questa intervista abbiamo discusso con Gianluca Cangemi, musicista e produttore, che insieme a Luca Rinaudo, Danilo Romancino e Antonio Cusimano, compone il nucleo di base di Almendra Music. Abbiamo parlato della sua creatura, su come è nata e perché si differenzia, senza tralasciare un discorso di più ampio respiro sulla discografia indipendente e il panorama musicale odierno.

 Gianluca, cosa serve, praticamente ed idealmente, per fondare una etichetta discografica indipendente?

Servono innanzitutto formazione e competenze. Ovviamente quello che dico è legato alla mia esperienza personale, in quanto non esiste una sola regola. Vorrei tuttavia chiarire prima un concetto non sempre scontato, ovvero quello di indipendenza. Se indipendente vuol dire non essere vincolati da un consiglio d’amministrazione che conduce una determinata linea editoriale e fa precise scelte estetiche, è un conto. Ad oggi tuttavia non esiste discografia che non sia indipendente. Mi spiego: anche le più grandi, come la Universal per esempio, hanno ridotto drasticamente il budget destinato alla produzione e acquisiscono master fondamentalmente già realizzati dall’artista, che si “vende” per sfruttare la capacità di penetrazione della major all’interno del mercato musicale e della conseguente manipolazione della comunicazione. L’artista rimane sostanzialmente indipendente, quasi autoprodotto. Penso sia necessario fare questa prima riflessione, perché in Italia regna ancora un po’ di “arretratezza”, dove l’idea del mercato libero per quanto riguarda i prodotti culturali, in particolare discografici, sembra ancora non essere approdata. Arretrata perché si confronta con Paesi dove esiste una discografia autonoma, non major, con un grande peso sul mercato, da più di quarant’anni. Detto questo, ritorno alla domanda. A livello pratico c’è senza dubbio bisogno di una chiara idea di ciò che si vuole produrre e un team pronto ad assolvere i vari compiti, dall’ ambito legale alla comunicazione. Idealmente è necessario aver ben chiaro il significato d’indipendenza: l’artista deve poter “autoprodursi”, raccontare la sua storia, autonomamente.

Com’è cambiato il mestiere di produttore discografico e quali sono le doti fondamentali?

Partirei dal presupposto secondo cui l’idea di discografia è totalmente cambiata, tanto da risultarmi quasi difficile considerare Almendra Music una mera “etichetta” discografica, come forse sarebbe stato una volta. Allo stesso tempo è cambiata la figura del produttore discografico: non esiste più il tipo con il sigaro in bocca che va a caccia di talenti esclamando “I want you”! Spesso i musicisti si aspettano proprio questo. L’idea che si ha in Italia dell’etichetta discografica è ancora questa, connessa ad un’età dell’oro della fonografia in cui il boom economico permetteva alle etichette discografiche di commissionare a talent scout di scoprire i nuovi artisti che si aggiravano nei pub e nelle strade. Ad oggi la qualità che definisce meglio un produttore discografico dal mio punto di vista è l’ascolto, inteso come la capacità di cogliere dentro il suono del musicista con cui stai lavorando il peso umano reale che si annida in quel suono. Il produttore non è nient’altro che una delle declinazioni del ruolo del musicista. Oggi, persa la caratteristica del “fiuto”, le qualità del produttore coincidono con quelle del musicista: ascolto in primis, sensibilità, amore per il rischio. Non si tratta più di posizionare un microfono e produrre dei suoni ma di creare rapporti, relazioni umane: tu produttore sei in cabina di regia, devi essere capace di pensare allo stesso modo del musicista e contemporaneamente sfruttare l’oggettività di ascoltatore esterno. Il discorso cambia se adottiamo un punto di vista più commerciale, legato al mercato musicale: il buon produttore deve saper intuire cosa accade nel mondo, i gusti, le tendenze. Certo, non è il nostro caso: nella discografia indie non si rincorrono ricerche di mercato e dati di reazione.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontra una etichetta indipendente nel panorama musicale odierno?

Difficoltà economiche, prima di tutto. D’altronde le due discriminanti che distinguono una label indie da una major sono due, la “storia” e il denaro. Ma non penso che le etichette indipendenti siano per questo a rischio di sopravvivenza, anzi, sono sempre più una fonte, una risorsa, per le big. Negli ultimi vent’anni le major hanno vissuto una profonda crisi, i mitici discografici sono andati in pensione, così come i musicisti che orchestravano il mondo della produzione, lasciando spazio a ragazzetti freschi di un Master in Economia che in realtà sanno poco di musica. Nel frattempo gli artisti e le case di produzione indipendenti hanno continuato a fare musica: sono nati nuovi contenuti, nuove sonorità, una diversa immagine. Un nuovo pubblico. Come se le major avessero fatto finta di sparire, attendendo in sordina il cambiamento, la novità servita sul piatto d’argento, limitandosi a produrre gli artisti con i numeri maggiori. Un meccanismo che un musicista può scegliere di usare consapevolmente o sperare di essere usato dal meccanismo stesso.

Ma è davvero così netta la separazione tra major e indie, così palpabile?

Devo essere sincero? Non ci vedo nulla di reale, di concreto. La grande verità secondo me di questo discorso, del grande e piccolo mercato, indie e major, è che è tutto una grande presa per il culo. Mercato e antimercato? Non esiste nulla di tutto ciò. Alle major non interessa nulla delle etichette indipendenti, anche se continuano ad essere convinte di rappresentare un’enorme spina del fianco. Facciamo esattamente lo stesso lavoro, ma con meno soldi. Almendra non la percepisco come chissà quale innovazione nel modo di produrre e fruire musica. È, nella mia percezione, una possibilità, una ricerca, una esplorazione aperta. Che sia o meno una innovazione si saprà dopo. Anche alle verifiche di sostenibilità economica come sistema produttivo. Queste cose si sanno sempre dopo che le hai fatte. Questo, senza contare che di realtà simili, in vario modo, in giro per il mondo ce n’è tante. In giro vedo vari movimenti belli, diversi tra loro, che propongono spunti interessanti per una nuova cultura, economia e comunicazione della musica. Dipende sempre dalla prospettiva da cui guardi le cose. Sì, forse a Palermo, in Sicilia o in Italia, non c’è ancora granché. Ma il mondo è parecchio più grande del proprio pianerottolo, gli esseri umani sono in tutto il pianeta, e uguali e diversi in tutto il pianeta.

Cosa significa lavorare sul territorio nazionale partendo da una realtà “confinata” come quella siciliana?

Più che siciliana direi palermitana. Il confine è materiale prima che ideale: collegamenti e comunicazioni sono davvero limitative. D’altra parte Palermo è importante, conta, e anche tanto. Palermo, proprio per il fatto di essere periferica rispetto all’impero centrale, offre calma, consente di elaborare il vissuto e vivere i rapporti, quei rapporti che prima ti dicevo sono fondamentali, almeno nel caso di Almendra, per fare musica. Palermo è un elemento centrale nella vita di Almendra Music, un vantaggio e un valore dal punto di vista della produzione in sé e per sé. Tutto cambia dal punto di vista della promozione, o sei ricco o hai un serio problema, perché sei materialmente poco connesso ai luoghi dove si instaurano le relazioni di mercato. In poche parole, molto più facile vendere con un ufficio stampa milanese piuttosto che…a Palermo non si parlerebbe neanche di ufficio! Inevitabilmente il “commerciale” ne risente. Qui si potrebbe aprire un discorso molto ampio, relativo ad alcune colpe, volute o accidentali, dell’amministrazione pubblica. Ma meglio evitare querele. Certo, alla fine dipende dal punto di vista, dal gioco di prospettiva. Se ci concentrassimo di più sulle nostre risorse, ci accorgeremo che Palermo è un luogo ideale in cui fare e produrre musica, un luogo di passaggio che è meno periferico di quanto sembra, o meglio, periferico inteso come fervido culturalmente e idealmente. Qualcuno sembra essersene accorto e qualche timido investimento sembra arrivare.

Abbiamo fatto delle premesse. Partendo da esse, come e perché è nata Almendra Music?

Almendra Music nasce dall’incontro di personalità provenienti dal mondo della musica, dal conservatorio di Palermo in particolare, ed altre appartenenti alla cultura underground della città. Un incontro inevitabile, d’altronde, avvenuto per le strade, nei pub, nelle piazze. Da questo calderone, questi movimenti, sono nati dei rapporti. Ci si è trovati a suonare insieme, punk ed elettronica che incontrano gli archi e viceversa, un’attrazione reciproca che è andata avanti dalla fine degli anni ’90 e per tutto il 2000. Questo è il brodo primordiale che ha dato vita ad Almendra Music, una realtà che prendeva vita al buio delle istituzioni. Oggi Almendra è una creatura che esiste nella prassi professionale che però non è mai disgiunta dai rapporti umani, perché da quei rapporti umani deriva. Una realtà che sta ricevendo delle reazioni, che c’è, nel bene o nel male.

Su quale discorso, sia etico che commerciale, si fonda?

Crediamo, soprattutto, sulla concretezza del lavoro quotidiano. Crediamo al fatto che si operi, giorno per giorno, senza tanti grilli per la testa, senza fantasticherie ma con fantasia servita da competenze concrete, e soprattutto credo al fatto che si operi senza le astrazioni di chi è convinto di essere, per statuto divino-magistrale, il Grande Musicista, e, peggio, di chi agisce senza guardare in faccia nessuno, usando tutti per realizzare o confermare una finzione con sé stesso.

Quale genere e stile musicale predilige la vostra etichetta? Con quale criterio sceglie di produrre un artista?

Sai quale penso sia il criterio? Almendra non produce l’artista, ma produce con un artista. C’è una differenza di metodo. Almendra non è l’attività imprenditoriale che produce master e li commercializza, anche da un punto di vista strettamente economico (la proprietà dei master e relativi diritti sono condivisi al 50% con gli artisti). La musica non produce la musica di un artista, produce musica con quell’artista: nel “con” sta la differenza.

Ci parli di un progetto recente che potrebbe esemplificare la natura di Almendra Music.

Pur sforzandomi non riuscirei mai a rispondere, dietro ogni artista c’è un rapporto, una storia, dovrei iniziare uno storytelling per ogni album presente nel catalogo?! Ogni progetto Almendra è un progetto di qualità, ma cosa vuol dire? Qualsiasi standard qualitativo dell’industria discografica è facilmente raggiungibile, qualsiasi soluzione tecnica, di immagine, di mixaggio. La differenza sta nei rapporti, per noi un rapporto di qualità dà per scontata della musica di qualità.

Qualche anticipazione su progetti futuri?

Qui allo Zeit – lo studio a Palermo dove ha principale sede fisica Almendra – nonché nelle case, nei box e negli studi degli artisti con cui collaboriamo, qui ogni santissimo giorno spunta fuori qualcosa di nuovo, che viene ascoltato e quindi “messo in coltura”. A volte mi capita di faticare non poco per stare appresso a tutte queste meravigliose, concretissime sollecitazioni quotidiane. A volte in questo fallisco – ancora troppo spesso rispetto a quanto vorrei! – ma perlopiù si tratta ormai di dettagli: una finestra storta, un rubinetto che perde… Le fondamenta, i muri portanti e l’impianto idrico – soprattutto grazie ai miei soci e collaboratori – sono ben fatti e reggono anche potenti terremoti.

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