martedì, Novembre 12

Estrema destra: la gioventù ‘identitaria’ che si prepara alla guerra

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Allenamento con i pesi, autodifesa e conferenze politiche ogni estate, un piccolo esercito di giovani adoratori dell’Europa bianca si incontra in un campo segreto in Francia. Da Parigi a Vienna a Berlino, giovani nazionalisti d’Europa si ritrovano per allenarsi e condividere idee. Un’espansione che preoccupa i servizi segreti.

I militanti devono avere meno di trent’anni per far parte di Generazione identitaria. La tessera d’adesione costa solo 10 euro ma volendo possono pagare 30 euro di quota associativa al mese. Sono per la maggior parte uomini anche se il gruppo fa tanti sforzi per attrarre giovani donne e si preoccupa di metterle in primo piano durante le loro manifestazioni. Sociologicamente il loro pubblico è piuttosto benestante. «La maggior parte dei suoi membri studia all’università o ha ottenuto un diploma» indica Samurel Bourron.

Generazione identitaria è particolarmente orgogliosa di aver fatto scuola a livello europeo: «Siamo un movimento francese con rami europei». L’equivalente di Génération identitaire esiste in Italia, in Germania e in Austria. Delle formazioni simili provano ad implementarsi in Repubblica Ceca e in Slovacchia.

«Quello che vogliamo sopratutto è formare una generazione di dirigenti » confida Damien Rieu. Questa formazione è in parte assicurata dall’Instituto Iliade, co-fondato da Jean-Yves Le Gallou e che si ispira al pensiero dello storico di estrema destra Dominique Venner, pioniere della sfera d’influenza identitaria. Due promozioni annuali di venticinque membri ne escono dal 2015. Questo istituto ha come obbiettivo aiutare al risveglio della coscienza europea. Privilegia l’intervento presso le nuove generazioni.

La formazione dei militanti è anche assicurata dalle università d’estate annuali del movimento. Questi campi identitari si svolgono sin dal 2013. Lanciati all’epoca da Guillaume Luyt e Philippe Vardon, due dirigenti storici del movimento identitario, possono riunire fino a 200 partecipanti. Questi non si accontentano di partecipare a delle sessioni di formazioni per l’azione militante o all’utilizzo dei media. Il campo ha anche e sopratutto l’obiettivo di formare un gruppo coerente tramite una disciplina quasi militare. I partecipanti sono tutti vestiti di un’uniforme associando un pantaloncino beige e una maglietta ornata del simbolo identitario.

Le giornate sono frazionate tra esercizi fisici (ginnastica, footing, pugilato) che alternano con conferenze e workshop. Nel 2016, i partecipanti hanno assistito ad un resoconto dove veniva spiegato loro «come gli europei hanno respinto le invasioni musulmane» nel passato. I militanti imparano a mettersi in ranghi e a controllarsi, questo gli sarà utile durante le azioni del commando del movimento. Sono anche insegnate le tecniche di resistenza passive in caso d’intervento delle forze dell’ordine. Le giornate terminano ovviamente con una veglia intorno al fuoco.

Lo scopo di questo campo si svela alla luce delle parole di uno dei suoi fondatori. Guilaume Luyt spiegava nel 2003, che il piano prevedeva un grande sforzo di formazione : «Perché, prima dell’insurrezione ci deve essere non solo la riforma morale, intellettuale e spirituale di alcuni, secondo le parole di Mauras, ma anche la formazione di una comunità combattente, agguerrita, unita e identificata dalla massa. Ė precisamente alla costituzione di questa comunità di combattimento che hanno lavorato, durante una settimana, i partecipanti al primo campo d’estate delle Jeunesse identitaires».

I dirigenti di Génération Identitaire non si esprimono più cosi con mezzi termini oggi, ma il secondo fine guerrafondaio rimane presente. «La nostra idea è di prevenire la guerra civile», afferma Pierre Larti, portavoce di GI, «senza tuttavia essere sicuri che possa essere evitata». «Diciamo ‘attenzione, sta per esplodere’, ma non lo speriamo per niente» aggiunge il Presidente Arnaud Delrieux, indicando come gli scontri tra comunità siano sempre più violenti e frequenti.

Il rischio esiste, è vero, per via di terrorismo e indurimento delle relazioni tra comunità di origine diverse che spesso finiscono per sfociare in violenti scontri. Patrick Calvar, direttore generale della sicurezza interiore, l’ha chiaramente considerato davanti alla Commissione di difesa dell’Assemblea nazionale: «L’europa è in grande pericolo; gli estremisti crescono ovunque e siamo noi, servizi d’intelligence, a spostare risorse per interessarci all’ultradestra che aspetta solo il confronto». Poi aggiunge:«Questo confronto prima o poi, penso avrà luogo».

Le connotazioni guerriere della propaganda di GI sono in ogni caso innegabili: «Siamo la prima linea», è uno dei slogan preferiti. L’immagine suggerita è quella di una linea di fronte interiore contro i non-europei. «Génération identitaire è la prima linea di resistenza», leggiamo ancora nella presentazione del movimento sul suo sito Internet. Sarebbe anche «la barricata sulla quale la gioventù si alza per lottare per la sua identità». Gli stage di autodifesa praticati nel loro locale con una preferenza per il pugilato alimentano questo spirito.

Il logo del movimento è un lambda (la ‘L’ greca) maiuscola nero su fondo giallo, è un omaggio a quello che «ornava una volta lo scudo dei citadini-guerrieri di Sparta». GI pretende di riprendere la torcia degli Spartani che si sacrificarono nella battaglia delle Termopili (480 a.C) «per ritardare l’invasione persiana e salvare i loro fratelli greci».

Le università d’estate di GI hanno anche l’obiettivo di fare emergere «una comunità militante unita». Spiegano che «è un luogo dove impariamo, sudiamo, cantiamo insieme. Se la formazione intellettuale, morale e militante sono lo scopo primario, l’emergenza e il rinforzo di una fraternità sono senza dubbi il suo più bel successo».

Il bisogno di appartenere a una comunità, a un gruppo è una delle motivazioni principali dell’arruolamento a GI. I suoi responsabili parlano anche di clan. Larti lo spiega : «Vogliamo rispondere a un imperativo di banda, esso spiega la scelta di clan. Una comunità chiusa, una banda versione bianca». Sempre questo effetto di specchio con la gioventù di origine immigrata. I responsabili GI non vogliono però limitarsi all’organizzazzione di un comunitarismo bianco. «Questa idea ci deprime» riconoscono Delrieux e Larti.

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