sabato, Luglio 4

Estate pesante alle porte (per non dire dell’autunno) Tra crisi economica e crisi delle idee e delle strategie dei politici, c’è chi pensa al Quirinale, posto che si riesca scavallare il problema del voto amministrativo

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Le chiacchiere stanno a zero. A parlare sono i fatti. Tanti comitati, tanti esperti; una quantità di decreti, di circolari; conferenze stampa a iosa, dichiarazioni, annunci di programmi… Le chiacchiere, appunto. Le ‘buone’, anzi: le ‘ottime’ intenzioni. Ogni giorno, più volte al giorno. Accendi un telegiornale e si sprecano Tizio, Caio, Sempronio; e anche Mevio, Filano, Calpurnio, che spiegano con dettagli e passione quello cheoccorre’ e che ‘bisognafare.
Sono una trentina glioccorreutilizzati dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte nella sua ultimalettera’, per chiarire il suo crono-programma.
‘A giorni’ è la fumosa espressione utilizzata da ministri e leader di partiti per annunciare le attese e necessarie riforme, sia della Pubblica Amministrazione che della Giustizia, della Sanità pubblica che della scuola.
C’è sempre un comitato che ‘elabora’ linee guida; un vertice che appronta un urgente intervento; un pool di esperti che fornisce documenti e ipotesi di lavoro. Un labirinto di capi gabinetto, uffici legislativi, esperti in pareri tecnico-giuridici, dai quali non c’è filo di Arianna che tenga per portarti all’uscita.

E’ vero: sulla scena politica si affacciano nuovi potenziali leader: sono i presidenti di Regione vincenti, come l’emiliano Stefano Bonaccini del Partito Democratico, il veneto Luca Zaia della Lega, il sindaco di Milano Beppe Sala, che sornioni e quatti, erodono consenso e visibilità ai leader affermati, che per contrappasso perdono lentamente ma inesorabilmente peso e credibilità.
Gli ultimi sondaggi disponibili, quelli che non vengono utilizzati come strumenti di propaganda ma sono nervosamente compulsati per conoscere i (mal)umori degli elettori, certificano una tendenza consolidata: il vero, grande partito di maggioranza è quello della sfiducia e del ‘siete tutti uguali’: oltre il 43 per cento degli interpellati si dichiara, quando va bene, ‘indeciso’, più spesso deluso e propenso a non volersi scomodare a deporre una scheda nell’urna, convinto che non serve a nulla. Quelpartitoche già un paio d’anni fa, inascoltato, Pierluigi Bersani aveva individuato come referente, con cui si doveva trovare il modo di ‘parlare’. Finora non c’è riuscito neppure lui, che pure il problema lo aveva individuato con lucidità.
Gli altri:
un altro punto lo perde Matteo Salvini. La sua Lega si aggiudica il 24 per cento circa del 57 per cento dei votanti. Il PD oscilla sul 21 per cento (sempre di quel 57 per cento); a seguire il M5S con quasi il 17 per cento, quasi come i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni, che si attesta sul 16 per cento circa. Il ‘volenteroso’ Silvio Berlusconi con la sua Forza Italia racimola un 7,4 per cento. Matteo Renzi e la sua Italia Viva conferma la spietata definizione di Romano Prodi: con quel 3 per cento fisso, è uno yogurt ‘a scadenza’.

Al di là di questo, che tutto sommato appassiona relativamente, quello che pesa è il giudizio severo del Presidente di Confindustria Carlo Bonomi: «Serve una strategia, una visione, un’idea di quale Paese vogliamo costruire. Bisogna smetterla di guardare esclusivamente al dividendo elettorale». Sferzante, nel suo giudizio: «La politica dello struzzo alla lunga non paga, e può fare peggio del Covid. Lo si vedrà quando scopriremo che il PIL è caduto di dieci punti, allora dovremo fare tutti i conti con la realtà».
Dieci punti a essere larghi. Altri centri studi e studiosi ipotizzano che si possa arrivare fino a 14 punti sotto. Carlo Sangalli, Presidente di Confcommercio, ricorda che «quasi l’80 per cento del nostro PIL proviene dalla domanda interna per consumi e investimenti. Se dunque, come stimato dal nostro Ufficio Studi, l’Italia dovesse riaprire totalmente solo ad ottobre, il danno per il Paese sarebbe enorme: 84 miliardi di euro di consumi in meno nel 2020. E questo produrrebbe inevitabili effetti drammatici a cominciare dalla chiusura di tante piccole e piccolissime imprese, e dall’aumento esponenziale della disoccupazione».
Questa fotografia giustifica lo
sconsolato commento di Bonomi, che trova surreale che si stia discutendo «quando e come andare in ferie». Perché ovviamente un conto è aiutare e sostenere il comparto turistico (che dovrebbe poter beneficiare di agevolazioni e sgravi fiscali, regole chiare, e poter accogliere il turismo straniero, che sarà il grande assente dell’estate 2020); altro chiudere per ‘ferie’ un Paese che già in buona misura è stato forzatamente chiuso per due-tre mesi.
E’
all’ombra di questa situazione che si sta già giocando una partita che riguarda le elezioni amministrative, il referendum confermativo sul taglio dei parlamentari, il prossimo inquilino al Quirinale.
Sono partite strettamente collegate.

Il più esplicito è stato Dario Franceschini, democristiano di vecchio pelo, Ministro della Cultura e capo-delegazione del PD al Governo. Da sempre è sostenitore di una sorta di patto organico con il Movimento 5 Stelle. Ha però sentito il bisogno di ribadirlo qualche giorno fa. Una ragione c’è, e non è legata solo alla stabilità di un governo che se cade, porta ad elezioni anticipate, dal momento che altra maggioranza solida non si vede all’orizzonte. Questa ragione si chiama presidenza della Repubblica.

L’Italia è un curioso Paese: a differenza di altri, dove ci si candida esplicitamente, il Presidente della Repubblica, da sempre, è qualcuno di cui non si deve fare il nome se non alla vigilia del voto dei grandi elettori; al massimo lo si può sussurrare, e spesso per ‘bruciarlo’. Ad ogni modo, isussurrati’ con insistenza al momento sono due: Marta Cartabia, Presidente della Corte Costituzionale, una buona rete di amicizie nel potere reale, cattolica, donna; e Mario Draghi, la cui levatura e autorevolezza basta il nome. Ma ‘sognaanche Conte, e con lui, perché no? Dario Franceschini.
Dato per scontato che si voti con questo Parlamento (ecco perché punta sull’alleanza ‘permanente’ con i grillini),
ci sono da superare un paio di grossi problemi: le prossime elezioni amministrative.
Trovare un candidato comune o almeno su cui non si spari che a salve per Liguria, Marche e Campania, si può fare. Ma come metterla con i sindaci uscenti Virginia Raggi a Roma, e Chiara Appendino a Torino? Sono entrambe grilline; entrambe aspirano a un secondo mandato; sono ‘fiori all’occhiello’ del loro partito; amministrativamente parlando entrambe hanno fatto pena; il PD non sembra intenzionato a ingoiare i rospi. Peraltro non dispone, al momento di candidati credibili. Ma con che faccia, il PD può chiedere al suo elettorato di votare Raggi senza fare eutanasia? Stessa cosa a Torino. Tanto più che il segretario Nicola Zingaretti ha già decretato il suo non possumus per quello che riguarda Raggi?
Questo senza contare il ‘fuoco amico’ che quotidianamente viene esploso da Renzi, che per vocazione, carattere e strategia è votato al perenne ruolo di guastatore. Insomma, un percorso irto di laceranti spine.

Quest’anno nessuno che abbia un grammo di sale in zucca potrà dire, come in passato: ‘Agosto moglie (o marito) mia non ti conosco’. In autunno, tutti i nodi verranno al pettine.
L’Unione Europea ci chiederà di saldare tutte le cambiali (riforme, compresa quella della giustizia) che abbiamo firmato in cambio dei sostegni economici; si avrà il problema di assicurare una scuola e un’istruzione con tutte le difficoltà che pone la pandemia; una rete di trasporti efficiente nelle città e tra le città; un’idea nuova e diversa di convivenza; una sanità che sappia fronteggiare le sfide che inevitabilmente ci saranno; il lavoro che mancherà a tanti, e una ripresa che sarà lenta e faticosa.
Sul fronte politico assisteremo a vere e proprie rese dei conti. I voti persi dalla Lega non saranno ‘recuperati’: o ingrosseranno le fila degli astenuti, o finiranno nella giberna di Meloni. C’è già una sorta di ‘antipasto’ di quello che accadrà: basta leggere le reazioni di Salvini e Meloni alle recenti proposte di aiuti dell’UE, annunciati dalla presidente della Commissione Ursula Von der Leyen e dal commissario Paolo Gentiloni: pollice verso da Salvini, positive quelle di Forza Italia, possibiliste quelle di Meloni. Prima o poi entreranno in rotta di collisione.
Nel centrosinistra, il PD con ancora Renzi e Carlo Calenda racimolarono alle elezioni europee il 22,7 per cento dei votanti. Oggi, il PD da solo è sul 21,3 per cento. Calenda 2,2 per cento. Renzi poco sopra il 3, nonostante il suo frenetico agitarsi e apparire.
Centro-sinistra dunque stabile; centro-destra mosso-agitato. Questo il quadro politico; e poi la situazione economica di cui si è parlato. Tutti d’accordo con il governatore di Bankitalia Ignazio Visco: estate, autunno, inverno pesanti. ‘Hic Rhodus’. Quanto a saltare, nessuno sembra essere in grado di farlo.

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