giovedì, Agosto 13

Essere giornalista oggi

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Le analogie e le differenze, a livello di sistema dell’informazione e di contenuto delle notizie, tra due Paesi ‘cugini’ come Italia e Spagna: di questo e molto altro abbiamo discusso con Eusebio Val, corrispondente da Roma e Città del Vaticano per ‘La Vanguardia‘, uno dei quotidiani più diffusi in Spagna, il più importante e storico della città di Barcellona.

Val (Barcellona, 1961) è un attento osservatore della realtà italiana, su cui scrive dal Settembre 2009. Prima è stato corrispondente – sempre per ‘La Vanguardia‘, giornale per cui lavora dal 1986 – in Germania dal 1993 al 2002, documentando gli ultimi anni di Kohl e le riforme di Schroeder, e negli Stati Uniti dal 2002 al 2009, durante i quali ha seguito l’Amministrazione Bush e l’avvento del potere di Obama. Ha avuto anche l’incarico di inviato speciale in Croazia, Grecia, Tunisia, Israele e molti altri Paesi.

Con ‘L’Indro‘ ha parlato a tutto tondo di una serie di questioni che riguardano da vicino il ruolo del giornalista oggi, i condizionamenti della professione, la bellezza di questo mestiere, con una conclusione sulla complicata ma avvincente situazione politica in cui si trova oggi la Spagna e sul ruolo della Chiesa di Madrid a 40 anni dall’avvento della democrazia.

Eusebio, quali sono le differenze tra il sistema dell’informazione italiano e quello spagnolo?

In Spagna non esiste un fenomeno come Silvio Berlusconi. Forse è questa la differenza principale. Non c’è un gruppo editoriale riconducibile in modo tanto chiaro a una sola persona – che è stata anche primo ministro per molti anni – e a un orientamento politico. Anche i media spagnoli sono condizionati politicamente, ma in modo differente. Nel nostro caso, la loro debolezza finanziaria è un’ipoteca sulla loro indipendenza politica. Questo è un fatto grave, ancora di più in un’epoca come quella attuale, di crisi economica. Italia e Spagna hanno invece un’importante analogia per quanto riguarda il modello di televisione pubblica che, sfortunatamente, è troppo dipendente del potere politico. Né la Rai né Tve (la tv pubblica spagnola, ndr) né le emittenti pubbliche regionali (iniziando da Tv3, quella catalana) hanno niente a che vedere con la Bbc o con i canali pubblici tedeschi, Ard e Zdf, che costituiscono un modello di equilibrio e professionalità. Certo, l’informazione internazionale sia della Rai (soprattutto di Rai News 24) che di Tve è molto degna, a volte persino di grande qualità.

Come credi che i media italiani trattino le questioni spagnole? Pensi che i giornalisti italiani siano sufficientemente competenti per informare il pubblico italiano in modo corretto sul suo Paese?

Io direi che i grandi media italiani spiegano con grande obiettività e professionalità la realtà spagnola. Il problema catalano è un buon esempio. La Repubblica, il Corriere della Sera e La Stampa hanno fatto buoni reportage e interviste, così come la Rai. È vero che a volte tuttavia i media italiani sono caduti un po’ nel sensazionalismo. È stato il caso delle notizie sugli scandali della famiglia reale. Una volta fui invitato a un dibattito su SkyTg24 e la presentatrice insisteva nel dirmi che Juan Carlos aveva figli segreti, e che questa era una “vox populi”. Io dovetti dirle che erano pettegolezzi mai confermati. In generale, la Spagna ha sempre goduto di buona stampa in Italia. È un Paese ammirato in Italia per il suo progresso, a cui si guarda con simpatia. Per questo, ha sorpreso che la sua crisi economica sia stata tanto acuta. La Spagna è scesa dal piedistallo sul quale era stata per lungo tempo.

La politica italiana è piuttosto barocca e ha una certa tendenza al racconto: i giornalisti italiani hanno inventato un genere particolare, il retroscena, nel quale si racconta la politica come fosse un romanzo a episodi. Esiste qualcosa di simile nell’informazione spagnola?

Direi di no. Non esistono, che io sappia, cronache di ‘retroscena’, ed è un peccato. È un’invenzione italiana molto bella. Non è una ‘news analysis’ nel senso anglosassone. È qualcosa di molto particolare. In Spagna ci sono molti articoli di opinione, forse troppi, ma non il ‘retroscena’.

L’informazione politica in Spagna non mi piace. Si basa soprattutto su dichiarazioni dei leader, sul dare una parte di articolo o una quota di tempo in radio e tv a ogni partito, ai sindacati, agli imprenditori. Nella tv pubblica è terribile, specialmente in campagna elettorale. Però questo succede anche nella carta stampata. Potrebbe essere qualcosa di simile alla ‘lottizzazione’ italiana, una “lottizzazione” del contenuto giornalistico. È una pratica molto negativa che svaluta l’informazione. In Spagna nelle pagine politiche si fanno poche inchieste e pochi reportage di ‘strada’, per i condizionamenti politici.

La corruzione è senza dubbio una delle maggiori preoccupazioni dei cittadini dei due Paesi: negli ultimi anni ci sono stati molti casi, che sono arrivati anche ai livelli più alti del potere. C’è differenza tra i media italiani e quelli spagnoli in relazione al modo di informare i lettori su quest’argomento?

I media sono stati fondamentali nel denunciare i casi di corruzione. Io credo, senza dubbio, che non si siano basati su inchieste giornalistiche serie ma sula politica dei dossier; cioè, i media sono stati utilizzati, strumentalizzati, da terzi, che hanno filtrato loro documenti con l’obiettivo di danneggiare i nemici politici. Mi sembra che, in questo terreno, il modus operandi sia stato piuttosto simile in Italia e Spagna. Nel vostro Paese, infine, molti di questi scandali hanno avuto origine da intercettazioni telefoniche ordinate dai giudici e il cui contenuto arriva alla carta stampata. In Spagna questo non è molto comune.

I suoi anni a Roma sono stati ricchi di notizie importanti: la caduta di Berlusconi nel 2011; il naufragio della Costa Concordia nel 2012; la rinuncia di Benedetto XVI e l’elezione di Papa Francesco nel 2013; nello stesso anno, il risultato tanto incerto delle elezioni politiche e la rielezione di Napolitiano; nel 2014 la salita al potere del giovane leader Matteo Renzi; ora la salita al Colle più del nuovo Capo dello Stato, Sergio Mattarella. Su quali di queste – o di altre, se ce ne sono – notizie è stato più interessante informare i lettori de ‘La Vanguardia‘?

Senza alcun dubbio, la rinuncia di Benedetto XVI, il conclave e l’inizio del pontificato di Francesco. È stata la notizia globale di maggiore rilievo. Aveva tutti gli ingredienti: la rilevanza storica, la suspence, la durata della notizia, il ‘colore’, i dettagli, lo sfondo culturale, le implicazioni politiche, l’interesse planetario. ‘La Vanguardia‘ arrivò ad avere quattro persona a Roma per coprire questa notizia. Purtroppo, questa vicenda vaticana ha coinciso con le elezioni italiane. Queste furono abbastanza eclissate, nonostante l’irruzione dei ‘grillini’. La seconda grande storia fu la caduta di Berlusconi e la nomina di Mario Monti, nell’autunno del 2011, un grande esempio di ingegneria politica italiana, su sfondo internazionale.

In questi suoi 5 anni da corrispondente de ‘La Vanguardia‘ a Roma ha seguito 4 primi ministri. Come parlano i media spagnoli di Matteo Renzi? C’è qualche differenza rispetto al modo in cui trattavano – per esempio – Silvio Berlusconi o Mario Monti?

Monti e Renzi godono di buona stampa in Spagna, al contrario di Berlusconi.  Quest’ultimo è stato ritratto senza misericordia, come un personaggio corrotto, poco serio, come un clown. Io credo che abbiamo esagerato. Berlusconi può avere molti difetti ma non è un clown e ha dimostrato una capacità straordinaria di arrivare a un settore importante del popolo italiano. Lo ha dimostrato anche alle ultime politiche.

Sei corrispondente per ‘La Vanguardia‘ anche per quanto riguarda il Vaticano. L’influenza della Chiesa sulla politica italiana è piuttosto notevole, anche se meno rispetto ad alcuni anni fa. Si può dire lo stesso della Spagna?

Secondo me la perdita d’influenza della Chiesa cattolica in Spagna è molto maggiore che in Italia. Il processo di secolarizzazione spagnolo è stato profondo e rapido. Ciò si deve probabilmente alla nostra storia, ai 40 anni di dittatura franchista, al vincolo della Chiesa con quel regime, al cambiamento tanto drastico, sociale, politico e di costumi che c’è stato durante la Transizione democratica, alla fine degli anni 70 dello scorso secolo. La metamorfosi spagnola è stata spettacolare. Pochi Paesi nel mondo sono cambiati in così poco tempo. La Chiesa ha ancora un certo peso, soprattutto nei partiti conservatori, come il Pp, ma niente è più come prima. E Papa Francesco non persegue un’influenza politica diretta, non vuole scendere direttamente nell’arena politica per combattere. È un Papa pastore ed evangelizzatore; non vuole una Chiesa che stia nella trincea politica quotidiana.

Concludiamo la nostra conversazione parlando di politica interna del tuo Paese. Nei nostri articoli degli ultimi mesi su ‘L’Indro‘ abbiamo descritto una certa ‘italianizzazione’ della politica spagnola: fine del bipartitismo,  frammentazione del quadro istituzionale, elevato tasso di conflittualità all’interno dei partiti. Il risultato delle prossime elezioni politiche sembra essere all’insegna dell’incertezza, ma secondo molti opinionisti si formerà probabilmente un governo di coalizione. Come credi che reagiranno il quadro istituzionale e la società spagnola a questa possibile novità?

Lo scenario político, effettivamente, si presenta molto incerto. In Spagna non c’è una cultura di grande coalizione. Si sperimentò solo nel Paese Basco, per un tempo limitato, per ragioni specifiche come quelle della pressione terroristica sulle forze non nazionaliste. L’irruzione di Podemos cambia gli equilibri e i calcoli. Ma possono succedere ancora molte cose. L’evoluzione della Grecia nei prossimi mesi influirà sulle prospettive elettorali di Podemos. Non c’è niente di chiaro, a livello spagnolo. Neanche in Catalogna, dove la situazione è ancora più complicata e tossica. Il paradosso è che l’ascesa di Podemos può scombinare i piani dei secessionisti, privandoli della maggioranza nel Parlamento catalano. È vero, in un certo senso, che la Spagna si sta italianizzando, con la significativa differenza del fatto che in Italia sapete vivere in questa situazione di frammentazione e instabilità. Per noi tutto questo presuppone invece una sfida grave, più pericolosa.

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