lunedì, Settembre 23

Espulsioni per terrorismo: tra necessità e abuso Con il penalista Luca Masera facciamo luce su uno strumento utile ma controverso

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«Le espulsioni sono strumenti preziosi di prevenzione perché colpiscono chi si radicalizza»; questo dichiarava lo scorso aprile il ministro dell’Interno Marco Minniti, alla vigilia dell’approvazione alla Camera del decreto a tema sicurezza ed immigrazione. Un testo di legge che, tra le altre cose, voleva rendere più rapido l’excursus per espellere lo straniero residente sul nostro territorio che mostri segni di radicalizzazione, o peggio, di affiliazione con gruppi a finalità terroristica di matrice fondamentalista islamica.

Detto così il concetto sembrerebbe chiaro e lineare, ma in realtà alla domanda sui criteri con cui si sceglie il trattamento riservato ad un soggetto radicalizzato “non c’è una risposta chiara“, sostiene Luca Masera, professore di diritto penale presso l’Università di Brescia, e già autore di studi sul tema.

Da un lato abbiamo le valutazioni dell’autorità giudiziaria, che se ritiene gli elementi emersi nei confronti di uno straniero come tali da configurare un reato di associazione terroristica e/o affini, a questo punto deve avviare il procedimento penale; e con esso la possibilità, qualora sussistano gli estremi, di sottoporre il soggetto ad una misura di custodia cautelare. Fin qui nulla di diverso da quanto avviene per una qualsiasi ipotesi di reato e per qualsiasi cittadino o straniero.
Se il processo perviene ad una sentenza di condanna, dopo che il soggetto ha scontato la pena e qualora risulti ancora socialmente pericoloso, in base ad una valutazione fatta a posteriori, ecco che l’espulsione può essere stabilità in qualità di misura di sicurezza. In caso contrario, per esempio con un condannato che abbia portato a termine un percorso di reinserimento sociale, questo ovviamente non avviene.

Quando però gli estremi per una misura di custodia cautelare non sussistono, così come quando non ci sono prove sufficienti a carico dell’accusato di associazione con finalità terroristiche, ecco che “a questo punto subentra il potere del governo tramite l’autorità amministrativa”, spiega Masera, “che può decidere anche sulla base di quegli stessi elementi non considerati sufficienti in sede penale, che questi lo siano per espellere lo straniero, in quanto il soggetto rappresenta un pericolo per la sicurezza nazionale”.

L’espulsione può avvenire quindi senza che sussistano ipotesi di reato previste dal Codice Penale, sulla base dello “sganciamento tra i presupposti della responsabilità penale e quelli dell’espulsione amministrativa”. Espulsione amministrativa che in base a questo sganciamento dei presupposti può essere disposta, dal Ministero dell’Interno, anche senza che la macchina della giustizia penale abbia iniziato a muoversi nei confronti di un sospettato.
Una misura precauzionale il cui utilizzo e l’attenzione mediatica di cui gode è giustificato dal contesto storico in cui viviamo. I numeri in questo senso sono significativi, con l’allora ministro dell’Interno Alfano che un anno fa parlava di 102 espulsioni tra il 2015 e la prima metà del 2016, una quantità elevata di persone considerate potenziali terroristi. Ma forse in questi numeri si potrebbe nascondere il sintomo di una patologia del sistema, quella discrezionalità principale nemica di ogni sistema giurisdizionale proprio di un paese democratico.

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