giovedì, Luglio 2

Esplorazione spaziale, ma limitando i rischi per gli astronauti ‘Esplorazione dello spazio: storia, scienza e tecnologie’ Ora la nuova frontiera: Marte, l’intuizione accantonata di Wernher von Brau

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Si è appena concluso il Convegno ‘Esplorazione dello spazio: storia, scienza e tecnologie’, organizzato dalla Commissione Aerospazio dell’Ordine degli Ingegneri della Provincia di Roma, con la collaborazione della Scuola di Ingegneria Aerospaziale dell’Università La Sapienza di Roma.
Le misure restrittive per arginare il contagio da coronavirus hanno imposto lunghezze alternative a quelle della consueta presenza in aula. Ma il Presidente della Commissione, Giovanni Nicolai, ha organizzato l’incontro in maniera virtuale, consentendo così agli ingegneri romani la continuità dell’aggiornamento professionale e l’opportunità di uno scambio di informazioni tra professionisti, sia pur per via telematica.

Chi scrive ha avuto l’incarico dalla Commissione di tenere un segmento del corso e di seguito ne saranno riportati i tratti principali.

Si è parlato spesso del piccolo passo di Neil Armstrong, definito da lui stesso un salto in avanti per l’umanità. La frase così enfatica fu pronunciata al momento di lasciare il modulo lunare e addentrarsi nella distesa basaltica del Mare della Tranquillità, nel nord est dell’emisfero visibile della Luna. I primi passi umani sul nostro satellite naturale.

Il tema però è quello di domandarsi che cosa ha comportato aver fatto arrivare 12 astronauti su una superficie extraterrestre, probabilmente priva di aspettative per il nostro pianeta. Sono cinquant’anni -anzi, quasi cinquantuno- che questo arcano ha ancora interrogativi senza risposte. E dunque proviamo a trovare un filo conduttore diverso da quelli fin qui utilizzati.

È ormai storia che l’operazione nacque da un obiettivo del Presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald Kennedy che, come i suoi cittadini, era ossessionato dal fatto che negli anni Sessanta il suo Paese fosse in posizione tecnologicamente più arretrata dell’Unione Sovietica, il principale competitore di allora, e che questo gap non solo metteva a rischio l’immagine di una grande tradizione storica, ma inficiava anche la sicurezza nazionale e probabilmente gli interi equilibri mondiali.
Il 4 ottobre 1957, dalla base sovietica di Bajkonur, era stato lanciato lo Sputnik, e di lì a breve dell’insediamento del 35° inquilino della Casa Bianca sarebbe stato inviato nello spazio il primo essere umano, Yuri Gagarin.
I nemici dell’Occidente probabilmente avrebbero prima o poi sferrato un attacco dal di fuori dell’atmosfera, se non avessero avuto un bilanciamento dei know how e delle risorse impiegate sulla Terra.

Il gran merito di Kennedy e del suo staff fu quello di comprendere che fino a che l’impero comunista avesse avuto un maggior numero di ingegneri e di personale di alto livello professionale rispetto ai perimetri americani, ogni competizione sarebbe stata perdente.

Ma per rendere efficace il salto tecnologico che Kennedy aveva in mente, sarebbe stato indispensabile anche un programma in grado di dare la massima visibilità al Nuovo Continente. Ad altro il calpestio della Luna, ne erano tutti persuasi, non sarebbe servito.

Non la pensava così, però, uno dei massimi protagonisti del programma Apollo, Wernher von Braun, lo scienziato arruolato nelle truppe naziste e trafugato nel 1945 dalla Germania nell’operazione Paperclip. Lui voleva raggiungere la Luna perché sarebbe stata la più semplice piattaforma per un lancio su Marte.
Un piano intelligente che nessuno comprese a Washington, e infatti la missione lunare, finito l’interesse mediatico, fu stroncata senza curarsi che così sarebbe stata solo una spesa esorbitante da non recuperare in nessun modo. Un costo della politica, dopo tutto; così come sono le guerre, ma fortunatamente meno cruento.

La storia è andata su questa traiettoria e si è perso oltre mezzo secolo di quello che avrebbe potuto essere un patrimonio di tutti, piuttosto che un insieme di ricerche di gran pregio ma separate, in competizione, e troppo dispendiose per essere affrontate da un singolo Stato.

I russi non sono mai sbarcati sulla Luna. Hanno depositato materiali, hanno rivendicato proprietà che non competevano a nessun governo. Ma alla gara non sono arrivati mai ai risultati degli americani. Nessun uomo o donna dell’Armata Rossa ha infilato il vessillo comunista su alcuna parte della piattaforma lunare.

Ora, c’è da domandarsi quale fosse concretamente il senso dell’accanirsi ad un obiettivo così evanescente. E riteniamo che ogni risposta può avere semplicemente una valenza soggettiva, senza per altro inficiare il valore della storia. Lanciare un razzo alto quanto un medio grattacielo, dal peso di 3.000 tonnellate, è stato uno degli eventi più indescrivibili della ricerca industriale di tutti i tempi. Ma anche far tornare vivi una dozzina di astronauti che sbarcavano su un corpo celeste privo di atmosfera, e con una gravità nettamente inferiore a quella della Terra non è stato da meno.

Allora, ci domandiamo: ha senso continuare l’esplorazione umana?

Forse sì. Marte ha molte delle caratteristiche del nostro pianeta e probabilmente, in un tempo sia pur estremamente lungo, potrà ospitare una razza umana modificata, insostenibile sulla Terra. E fino ad allora converrà studiare e analizzare tutte le modalità di accesso.
Per adesso, però, la tecnologia impone ancora la massima cautela. Il lancio umano, infatti, implica molte precauzioni e condizioni di moto che non confliggano con la sopportabilità fisica degli elementi imbarcati su un vettore di lungo raggio.
Affrontare i grandi temi della conoscenza è entusiasmante per tutti, ma più di questo è fondamentale la tutela della vita umana. Perdere questo punto di vista significa rinunciare al rispetto della vita. Mostrare esclusivamente coraggio umano, sacrificio, sprezzo per il rischio, può far parte di alcune culture, ma onestamente resta pur sempre un metodo limitativo.

L’impiego di macchine automatiche per l’esplorazione dell’universo dovrebbe, invece, essere predominante e più fattivo di una serie di platealità che impongono un severo addestramento, un costo molto alto per i lanciatori e la necessità di dover recuperare il prezioso carico, una volta completata la missione, con tutti i rischi e le complicazioni dovute alla lunghezza del viaggio e alle quarantene che ne devono derivare dopo averli fatti soggiornare in ambienti sconosciuti nei quali può avvenire il contatto anche con elementi ostili alla vita terrestre.

Si tratta in ogni caso di mediare un progresso che non può essere fermato, ma che merita la sua amministrazione con la necessaria oculatezza, perchè non si sprechino risorse e non si sacrifichino vite umane. La strada è aperta. Tocca a tecnici e statisti far in modo che la coniugazione sia favorevole alla razza umana del pianeta Terra. 

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