sabato, Agosto 24

Esercito italiano a Mosul, tra critiche e difesa del territorio

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Mosul, da anni, è sotto il controllo dei terroristi dell’IS. È nel 2014 che Abu Bakr al Baghdadi proclama nella città la nascita del califfato e da allora niente è stato più lo stesso. Una buona notizia arriva in questi giorni: dopo la morte del Califfo, la moschea di al-Nuri, luogo simbolo dell’autoproclamazione dello Stato Islamico, è stata strappata all’Isis e torna ad essere a disposizione del popolo iracheno.

Mosul è la seconda città più importante dell’Iraq, dopo la capitale, Baghdad; è la più grande città a maggioranza sunnita di tutto il Paese ma, per la sua storia, da sempre, è stata considerata l’emblema del multiculturalismo (non a caso fino a qualche anno fa vi era una grande comunità di cristiani assiri). Non solo. A Mosul è presente una enorme ricchezza, una diga, precedentemente conosciuta come ‘diga di Saddam Hussein’, dal nome del suo creatore, che è la più grande dell’Iraq e la quarta in tutto il Medio Oriente. Essa ha un’importanza strategica, sia dal punto di vista politico che economico, per l’intero Stato, in quanto, sfruttando le acque del Tigri, consente il controllo delle inondazioni, il sostentamento della popolazione e la produzione di energia idroelettrica. I generatori della diga di Mosul possono produrre 1010 megawatt di elettricità e, non a caso, questo motivo bastò all’Isis, nel 2014, per assumerne il suo controllo, minacciando di farla esplodere. Infatti, questa diga ha un grosso ‘difetto’, ovvero poggia su un complesso geologico che comprende gessi, anidriti, dolomiti e calcari, tutte rocce particolarmente suscettibili all’erosione. Un solo incidente, infatti, potrebbe provocare, in un’ora e mezza, l’inondazione della stessa Mosul; un’inondazione che non si arresterebbe perché, in poco più di tre giorni, arriverebbe anche a Baghdad.

Un rapporto, pubblicato in Aprile, da The Alpha Institute of Geopolitics and Intelligence e firmato da Elisa Fabretto, intitolato ‘Esercito italiano a Mosul: i Pro e i Contro di una Missione contestata’, intende, come si evince già dal titolo stesso, analizzare i motivi che hanno portato l’esercito italiano a difesa della diga e le ragioni per le quali questa azione è stata più volte contestata dalla società civile italiana.

L’Italia, infatti, non si chiama di certo fuori da questi affari. Già, dopo qualche mese dalla presa di Mosul da parte dell’Is, il nostro Paese approva la missione ‘Prima Parthica’ che nella cornice della missione internazionale ‘Ineherent Resolve’ «ha l’obiettivo di fornire personale di Staff ai Comandi multinazionali siti in Kuwait, e Iraq (Baghdad ed Erbil) nonché assetti e capacità di Training ed Assisting rivolti alle Forze Armate e di polizia irachene».

«L’Italia è impegnata in Iraq con un contingente di circa 1.400 uomini appartenenti a tutte le forze armate e impiegati in fasi successive nella missione Prima Parthica», si legge, inoltre, sul sito del Ministero della difesa italiano.

Nel 2016, l’azienda italiana Trevi Spa, specializzata in fondazioni speciali e consolidamento dei terreni, ha vinto la gara d’appalto e firmato, in Marzo dello stesso anno, il contratto per i lavori di manutenzione della diga di Mosul, per un valore complessivo di 273 milioni di Euro. Per cui, lo Stato italiano ha deciso di creare una nuova task force, ‘Praesidium’, formata da 400-500 militari, con il compito di garantire la sicurezza all’area della diga e al personale della Trevi durante i lavori.

I Bersaglieri del 6° Reggimento di Trapani sono, quindi, schierati da più di un anno in difesa di una delle dighe più importanti dell’Iraq e, nonostante più volte sia stato ribadito che l’unico obiettivo della task force è quello di tenere in sicurezza la diga e il personale che vi opera, non sono mancate le critiche da parte dell’opinione pubblica italiana sulla decisione di impiegare le forze armate per la sicurezza dei lavoratori di un’azienda privata.  Le polemiche, inizialmente, sono state mosse anche dal Governo iracheno, sostenendo che sarebbero state sufficienti le proprie truppe per mettere in sicurezza l’area della diga.

Il focus principale del rapporto Alpha è quello, dunque, di esaminare le critiche, giuste o sbagliate che siano, all’utilizzo di risorse pubbliche.

La prima critica si basa sulla supposizione che i militari italiani non saranno impegnati solo in compiti passivi, cioè di difesa e sicurezza della diga, ma anche nei combattimenti per la ripresa della città di Mosul. L’impiego di artiglierie e mezzi corazzati per la sola difesa dell’area appariva un po’ eccessiva, a maggior ragione se si tiene conto che la distruzione della diga sarebbe insensato, da un punto di vista, prima di tutto, tattico, per tutte le forze in campo, comprese quelle dell’IS.

L’affermazione sembra essere stata, tuttavia, smentita più volte dal Ministero della Difesa, come si legge nel Report, ma anche dai fatti, in quanto, nelle operazioni militari per la liberazione della città, non hanno preso parte le forze armate italiane.

Le critiche maggiori hanno, invece, riguardato il fatto che lo schieramento di uomini e mezzi per difendere una azienda privata, che da questi lavori ricaverà, naturalmente, dei profitti, richieda un’ingente spesa pubblica. «Molti si sono infatti chiesti perché i contribuenti dovrebbero sostenere l’esborso per la sicurezza di un’azienda privata. Infondo, in altri casi simili, uno su tutti quello di ENI in Siria, le aziende si sono dovute affidare a contractors privati a proprie spese».

I guadagni dell’azienda, però, per la messa in sicurezza della diga di Mosul (che inizialmente sembravano essere di 2 miliardi) non sembrano essere abbastanza alti da giustificare la spesa per un intero dispositivo di sicurezza privata che garantisca la protezione di un punto tanto strategico, quale la diga, per l’Iraq.

Allo stesso tempo, si legge nel report, bisogna anche notare che, nonostante Trevi sia una grande azienda privata a conduzione famigliare, questa presenta al suo interno un azionista pubblico. Nel 2014, il Fondo strategico italiano e Fsi Investimenti sono entrate nel capitale sociale di Trevi acquisendo circa il 16% delle azioni; questo spiegherebbe, secondo l’analista, perché, in questo e unico caso, il Governo italiano abbia pensato di impiegare le risorse della difesa pubblica per proteggere un privato.

Allo stesso tempo, però, Trevi ricaverà dei profitti dai lavori svolti a Mosul senza dover rendere conto allo Stato italiano.

Secondo quanto si legge, si sarebbe, però, potuto optare per un dispositivo misto, ‘ibrido’, con una componete privata, stipendiata dall’azienda e con compiti operativi, e una pubblica, rappresentata dalle nostre forze dell’arma, che si occupasse, invece, della pianificazione e del comando e del controllo. Alla luce di questa possibilità, che, comunque, non è stata presa in considerazione e, nonostante le critiche mosse dall’opinione pubblica, «la bilancia sembra comunque pendere a favore della scelta del Governo italiano di schierare più di 400 uomini a difesa dell’infrastruttura irachena», specie se si tiene conto dell’importanza tattica e strategica di questa infrastruttura sia sul breve che sul lungo periodo.

Tuttavia, prima o poi gli attori che si occupano di sicurezza in Italia, pubblica o privata che sia, dovranno affrontare questa nuova possibilità, fermo restando che l’obiettivo primario è rendere sicuro il territorio.

Un mese fa circa, è stato a Roma il leader civile della coalizione anti-Isis, Brett McGurck, il quale ha richiesto di estendere le attività addestrative dei carabinieri nella zona di Mosul, dopo la sconfitta dell’Isis. Bene, con la liberazione di Mosul, e considerando, anche, che il contratto per la diga scade a fine anno, quasi sicuramente il contributo italiano continuerà. “Quello che ci dice la politologia è che quando un gruppo, in questo caso terroristico, perde il controllo del territorio, aumenta il livello di attacchi, anche nelle aree circostanti”, così ci risponde Fabrizio Coticchia, docente presso l’Università degli studi di Genova con un grande interesse per le strategie militari e le politiche difensive. “I carabinieri rappresentano una risposta immediata. Se l’impegno continuerà, è altamente probabile che questo impegno prenda la forma di azioni di addestramento da parte dei carabinieri”. Sono due gli elementi che verranno presi in considerazione, secondo Coticchia: da una parte, escludere le operazioni più ‘combat’ sul terreno e, dall’altra, un aspetto chiave, in questa fase, è l’approccio politico inclusivo nelle aree riconquistate che erano in mano ad Isil. “Quello che possono fare le forze terze, come quelle italiane, è favorire forme di capacità e di gestione maggiore nel territorio quindi attività essenzialmente di addestramento”.

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