venerdì, Settembre 18

ESA: l’attacco di paglia Mentre si stanno finalizzando tutte le manovre per rinnovare la massima carica dell’Agenzia Spaziale Europea, c’è chi lancia sassate contro uno stagno irreale, che soffocano le promozioni spaziali italiane senza curarsi dei danni che ne conseguono

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Quindi siamo alle solite. L’Italia pone la candidatura di un ente di peso internazionale e subito si scatenano le abituali polemiche, come un trogolo entro cui sversare ogni liquame perchè il resto d’Europa faccia di tutto per approfittarsi di debolezze, poca chiarezza e indecisioni del Bel Paese. Adesso è il giro della politica spaziale, mentre si stanno finalizzando tutte le manovre per rinnovare la massima carica dell’Agenzia Spaziale Europea.

In questa situazione disorganica -diciamocelo- in cui nei palazzi nostrani i conflitti di competenze vengono sommersi dalle onde lunghe delle croniche indeterminazioni governative e le poco serene manovre di accaparramento di poltrone di forte parcellizzazione, ci disgustano profondamente le sassate appena lanciate da alcuni nostalgici senza tempo contro uno stagno irreale, mirate ad acquisire il nerbo delle calunnie e delle insinuazioni, che in momenti di fragili negoziati servono solo a bastonare il Paese che tanto si reclama di amare e rispettare.

Di più, ci smarrisce e ci preoccupa lo sbilanciamento delle attenzioni mostrate a favore di una certa difesa strategica voluta dai membri ambiziosi di governo, che soffocano le promozioni spaziali italiane senza curarsi dei danni che ne conseguono; esempio di un potere troppo frammentato e poco connesso per poter pretendere concretamente gli interessi e le opportunità del Paese.
E nel particolare, non spicca una sostanziale attenzione dell’Esecutivo all’intera vicenda dell’alternanza spaziale; non ci sembra che il personale di governo stia usando col dovuto vigore tutte le sue leve con la diplomazia, le forze parlamentari e le istituzioni europee per agganciare un’occasione che per il nostro Paese può rappresentare il più importante dei passaggi del settore da compiere in ambito continentale.

Come più volte abbiamo ricordato in queste colonne, entro fine anno potrebbero definirsi i nomi della lista ristretta dei candidati per la investitura del Direttore Generale dell’Esa.

L’Esa è -val la pena ricordarlo- un’organizzazione di 22 Stati membri, terzo dei quali in ordine di contribuzione è l’Italia. Solo per uno spunto di riflessione, l’ente dimensiona il suo budget annuale tra i cinque e i sei miliardi di euro sulla base di criteri di ripartizione geografica, ovvero investe in ciascuno Stato mediante i contratti industriali, con un importo pressoché equivalente al contributo di quel Paese, costando a ogni cittadino europeo un quarto di quanto viene addebitato al contribuente degli Stati Uniti d’America.

Ricordiamo pure che ciascuna delle Nazioni dell’Esa è rappresentata nel Consiglio e ha diritto ad un voto, a prescindere dalle sue dimensioni o dal suo effettivo contributo finanziario, e la massima carica viene eletta dal Consiglio ogni quattro anni.

Per quanto non vi siano comunicazioni ufficiali da parte di Palazzo Chigi, l’Italia, secondo la stampa specializzata internazionale, ha presentato la sua candidatura, anche se -ci risulta- siano circa 200 i contendenti in tutta Europa; ma i nomi da scremare potrebbero essere contati sulle dita di una sola mano. Tutto il resto serve a fare una zavorra inutile e sicuramente una massa fuorviante.

Rispetto alle informazioni raccolte negli ambienti europei ci sono notizie contrastanti; si danno per certe candidature improbabili -oltre che di una decina di italiani- di cittadini tedeschi, francesi e inglesi.
Poco veritiere le prime, perché Jan Wörner, il direttore generale uscente, è nato nell’Assia settentrionale, dunque una nuova designazione della Germania è inimmaginabile. Secondo, la Francia ha dato all’Europa Thierry Breton, come commissario al Mercato Interno dell’Unione Europea con deleghe all’industria della Difesa e allo Spazio. Dunque poco accettabile uno strapotere assoluto da parte dei cittadini della Ville Lumière, che pur ritenendosi i reggenti d’Europa, sostanzialmente non lo sono. Quanto a una direzione del Regno Unito, la recente uscita dall’Unione della corona britannica non meriterebbe un premio a un’istituzione così importante. Ci sono ovviamente anche candidature di Nazioni che non incidono significativamente sulle sorti dell’Esa. Non sarebbe da escludere una scelta in quel bouquet, dovuta a possibili alleanze trasversali.

L’Agenzia ha fatto sapere che non intende rendere note le decisioni che si prenderanno fino alla fine. Un atteggiamento comprensibile per far lavorare in serenità la complessa architettura di valutazione necessaria. E tuttavia non va trascurato che molte notizie circolano, vere o false che siano, per comprendere o squilibrare l’intera operazione.

L’Italia potrebbe essere favorita, sia per il peso finanziario che riveste in Esa, che per la consistenza industriale dei propri prodotti. E anche perché l’ultimo Direttore Generale italiano ha completato il suo mandato nell’ormai 2003, per lasciar posto a posizioni apicali di Francia e Germania.

La designazione della direzione italiana servirebbe a salvaguardare l’imponente espressione costruttiva e progettuale in campo spaziale e il suo patrimonio culturale e professionale costruito nel tempo. Un apparato che dà continuità lavorativa a lavoratori di alte professioni e che dilata o concentra ricchezza a seconda delle decisioni prese.

Pertanto, in una logica così competitiva le invettive lanciate da incompetenti e delatori servono solo a destabilizzare un sistema che continua a mostrare minor attenzione ai meccanismi importanti della macchina statale e più alle apparenze di facciata.

Si tratta, infatti, come è scontato affermare, di precise decisioni politiche che necessitano di tutto il sostegno diplomatico e di ogni componente della vita istituzionale nazionale per stabilire chi dovrà essere il successore di Wörner. In questo frangente è comprensibile che ogni Paese si muova compatto senza disperdersi in rivoli pretestuosi, e preferendo lo spessore della professionalità al colore della propria schedatura politica o elettorale.

La partita che si sta giocando è seria e non è uno scontro di agonismo. Anzi, una volta tanto sarebbe opportuno ricordare a chi si diverte a calunniare chi lavora una amara definizione che Wiston Churchill diede delle nostre genti: «Gli italiani perdono le partite di calcio come se fossero guerre e perdono le guerre come se fossero partite di calcio. Darsi all’ippica in questo caso sarebbe la miglior soluzione!».

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