martedì, Novembre 12

Eritrea: Governo contro Chiesa Cattolica Immigrazione, investimenti e cooperazione: l’Eritrea rischia di diventare per l’Italia un altro dossier sporco

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Quindici giorni fa il regime stalinista del  Fronte Popolare per la Democrazia e la Giustizia guidato dal dittatore Isaias Afewerki, ha ordinato la chiusura di 22 centri sanitari gestiti dalla Chiesa Cattolica. L’ordine è stato eseguito con i classici metodi brutali che il regime di Amsara conosce: invio di soldati, sigilli alle porte, pazienti sbattuti fuori dai centri. Oltre alla triste sorte riservata senza pietà agli ammalati  ricoverati nei centri sanitari, la loro chiusura ha privato le cure a migliaia di donne e bambini delle zone rurali beneficiarie dell’assistenza

La Chiesa Cattolica Metropolitana dell’Eritrea ha inviato al Ministero della Sanità una lettera ufficiale di protesta, chiedendo sia di spiegare i motivi di questo gesto, sia di annullare la procedura. Nessuna risposta è stata fornita dal regime. In mancanza di spiegazioni ufficiali le testimonianze degli amministratori delle strutture sanitarie coinvolte sono le uniche fonti di informazione disponibili per comprendere la situazione. 

Secondo la loro versione fornita i funzionari governativi, nei giorni precedenti alla chiusura dei centri sanitari, i governativi avevano intimato di firmare dei passaggi di proprietà delle strutture dalla Chiesa Cattolica Metropolitana al Governo. Passaggi di proprietà regolati da una legge del 1995 che prevede la gestione statale di tutte le strutture sanitarie private presenti nel Paese. Una legge mai entrata in vigore fino ad ora. Al rifiuto degli amministratori di firmare i passaggi di proprietà sono scattati i blitz militari.

«Potrebbe essere una sorta di ritorsione nei confronti della chiesa cattolica»,  ipotizza la rivista ‘Africa’ gestita dai Padri Bianchi, congregazione religiosa fondata nel 1825 a Bayonne, Francia da Carlo Marziale Allemand Lavigerie.
La rivista cattolica ha colpito nel segno. Nella ‘Corea del Nord africana’ le istituzioni religiose di fatto sono proibite, anche se tollerate. Inoltre, non possono essere collegate a strutture internazionali. 

Per questo motivo, nel gennaio 2015 Papa Francesco, con la bolla Multum Fructum, ha creato la Chiesa Cattolica Metropolitana sui Iruis secondo i canoni 155-173 del Codice dei canoni delle Chiese orientali. La nuova struttura prevede l’arcidiocesi di Asmara (la capitale eritrea) e tre diocesi: Barentù, Cheren e Saganèiti. Prima delle riforma la Chiesa cattolica eritrea sottostava all’Arcidiocesi di Addis Ababa. In Eritrea opera sotto stretta sorveglianza anche la congregazione dei Salesiani.
Tutto il clero non eritreo è stato deportato decenni fa

La Chiesa Cattolica, come altre istituzioni religiose presenti nel Paese, comprese quelle mussulmane, sono considerate delle ‘associazioni’,  mentre tutti gli istituti scolastici cattolici e mussulmani sono stati chiusi nel 1995. Ogni ‘associazione’ religiosa ha l’obbligo di rispettare l’esplicito divieto di non interferire nella vita politica nazionale o di diffondere notizie che possono recare danno all’immagine della Nazione.  Questo divieto è stato trasgredito dalla Chiesa Cattolica lo scorso aprile, quando il clero eritreo si è pubblicamente espresso contro la leva obbligatoria imposta dal regime nel 1998 allo scoppio del conflitto con l’Etiopia. 

La leva obbligatoria prevede che tutti i cittadini eritrei (donne e uomini), raggiunti i 17 anni, devono prestare servizio di lega obbligatorio per un tempo indeteriminato, in virtù dello stato di emergenza decretato allo scoppio del conflitto con l’Etiopia. Il conflitto è formalmente durato fino al luglio 2018, con la pace siglata tra i due Paesi gemelli grazie alla mediazione, e, soprattutto, alla valanga di milioni di dollari elargiti dall’Arabia Saudita. Il conflitto realmente combattuto è durato due anni, fino al 2000, quando i due belligeranti firmarono un cessate al fuoco noto come l’Accordo di Algeri

Fu una guerra brutale, combattuta lunga il confine. Una guerra di trincea, come la Prima Guerra Mondiale, nel corso della quale morirono centinaia di migliaia di soldati. Entrambi i regimi approfittarono della guerra per rafforzare la repressione del dissenso interno e per spedire al fronte le ‘teste calde’. In Eritrea tutti i giovani sospettati di non essere ferventi sostenitori del regime. In Etiopia le truppe di trincea erano principalmente composte da Amhara e Orom,o con il chiaro intento del Governo tigrino di ‘sfoltire’ il più possibile questi due gruppi etnici considerati antagonisti ai tigrini. Nessuno dei due Paesi ha mai fornito cifre ufficiali delle vittime. 

La pace, siglata nel luglio 2018, è di fatto una capitolazione da parte etiope delle rivendicazioni territoriali sulla città di Badme e della circostante piana. Il Primo Ministro etiope, Abyi Hamed Ali, ha accettato la demarcazione dei confini fatta dalla Commissione Internazionale nel 2003. La pace è stato frutto di una aspra conflittualità all’interno della coalizione di Governo etiope e ha provocato una insanabile frattura tra il Primo Ministro amhara-oromo e il potere tigrino. 

Con la firma della pace ci si aspettava che il dittatore Afewerki revocasse lo stato di emergenza e la leva obbligatoria a tempo indeterminato. Al contrario, entrambi i provvedimenti sono tutt’ora in vigore. Per quale ragione? Con lo stato di emergenza e la leva obbligatoria il regime dispone di mano d’opera gratuita, necessaria per la sopravvivenza economica del Paese, sotto embargo internazionale fino al novembre del 2018. Senza esagerare si può affermare che la leva obbligatoria sia in realtà un meccanismo di schiavitù, ideato dal regime stalinista. 

Per queste ragioni la leva obbligatoria è il motore principale della immigrazione clandestina di centinaia di migliaia di eritrei. Le autorità concedono il passaporto ai cittadini quando raggiungono i 60 anni, cioè quando sono fisicamente inabili a lavorare e quindi non più sfruttabili nel sistema di schiavitù instaurato. Chi vuole immigrare per forza si pone in una situazione di clandestinità, in quanto deve fuggire dal Paese. Chi viene sorpreso, nei migliori dei casi, sparisce nei vari gulag creati nelle zone più remote dell’Eritrea. Nei peggiori dei casi viene fucilato, in quanto considerato disertore dell’Esercito. Per queste ragioni le Nazioni Unite e il diritto internazionale considerano tutti gli immigrati eritrei automaticamente rifugiati politici, aventi diritto di asilo. 

Lo scorso aprile la Chiesa Cattolica Metropolitana Eritrea varò una campagna di sensibilizzazione internazionale, in accordo con il Vaticano, con l’obiettivo di ridurre l’emigrazione strettamente legata allo stato di emergenza e al servizio di leva obbligatoria. La Chiesa Metropolitana, in virtù della pace siglata con l’Etiopia, avanzò al regime una proposta di riforma che prevedeva la fine dello stato di emergenza e la riforma del sevizio militare che da durata illimitata doveva passare a 18 mesi

Una proposta inaccettabile per il dittatore Afewerki, in quanto mette a repentaglio le basi del sistema economico eritreo, fondato sulla schiavitù di tutti i suoi cittadini. I militari vengono utilizzati per la realizzazione di opere pubbliche, nella pubblica amministrazione, nel settori educazione e sanitario, e in tutti gli altri settori economici controllati dallo Stato. Addirittura i giovani militari sono fonte di mano d’opera per le rare aziende straniere che hanno il permesso di operare nel Paese. Ovviamente non tutto il loro personale di queste aziende è composto da schiavi. Vi sono anche molti eritrei che hanno regolare contratto di lavoro, ma il Governo ha stabilito il salario da elargire: 10 dollari al mese…

La proposta di riforma del servizio militare e la campagna di sensibilizzazione promossa dalla Chiesa Metropolitana Eritrea, mette a repentaglio anche la strategia del regime di incoraggiare il rimpatrio degli emigrati eritrei per avere maggior disponibilità di schiavi.  Un piano varato nell’agosto del 2018, dal Ministro degli Esteri Osman Saleh, e supportato da una intensa campagna informativa sui media occidentali rivolta agli emigrati eritrei in Europa. 

In una esclusiva intervista con il quotidiano tedesco ‘Deutsche Welle’, il Ministro Saleh ha invitato tutti i connazionali in Europa a rientrare in patria, affermando che il Governo avrebbe automaticamente cancellato le accuse di diserzione. Qualunque eritreo che fugge dal paese viene automaticamente considerato un disertore dell’Esercito e quindi sottoposto al codice penale militare.
Nell’intervista, il Ministro etiope ha negato che la massiccia emigrazione fosse legata allo stato di emergenza e alla leva obbligatoria perpetua, arrivando ad affermare che l’immigrazione eritrea era in forte diminuzione e continuava solo nei Paesi europei che si ostinavano a garantire il diritto di asilo, riconoscendoli come rifugiati politici, invogliando così i suoi concittadini a ‘fare la bella vita in Europa’. 

I dati presentati dal Ministro Saleh corrispondevano alla realà. Ovviamente, Saleh ha accuratamente omesso di spiegare le ragioni della diminuzione dei flussi migratori dall’Eritrea all’Europa. Le ragioni sono principalmente due. Rafforzamento del controllo militare eritreo alle frontiere e collaborazione con il regime islamico sudanese, in virtù del Processo di Khartoum, una ‘geniale trovata’ della diplomazia italiana per controllare i flussi migratori. 

In base al Processo di Khartoum l’Unione Europea ha donato al regime sudanese quasi 400 milioni di euro destinati per la maggior parte alle unità di elite del regime, Rapid Support Force RSF e NISS National Intelligence Security Service, comandate da due criminali di guerra: il generale Mohamed Hamdan Daglo ‘Hemetti’ e il generale Salah Gosh

Entrambi i generali sono accusati di genocidio in Darfur e sono gli attori principali della attuale crisi politica in Sudan. Purtroppo fino al dicembre 2018 erano considerati dalle diplomazie europee validi collaboratori nella lotta contro il terrorismo islamico e flussi migratori clandestini del Corno d’Africa. 

Il riferimento all’asilo politico come principale motore per l’emigrazione eritrea fatto dal Ministro degli Esteri eritreo durante l’intervista al quotidiano tedesco non è casuale. Alcuni Stati europei, dal 2018, hanno iniziato a rifiutare le domande di asilo politico avanzate dagli immigrati eritrei che fuggono dalla leva obbligatoria, rifiutando di considerarli rifugiati politici nonostante le evidenze.
Tra questi Paesi vi è l’Italia. Nel 2017 sulle coste italiane sono sbarcati 7.000 rifugiati politici eritrei. Un terzo rispetto a quelli registrati nel 2016 (20.700). Nel 2018 il numero di rifugiati politici eritrei è diminuito ulteriormente: 3.300. Solo 800 di essi hanno ottenuto asilo in Italia, quando la domanda dovrebbe essere automaticamente accettata secondo le disposizioni delle Nazioni Unite correttamente applicate da Francia, Germania, Gran Bretagna e Svizzera. La drastica diminuzione dei flussi migratori eritrei in Italia è legata al rafforzamento della repressione in Eritrea, ai crimini contro l’umanità commessi dai generali sudanesi, grazie ai finanziamenti europei e alla ‘improvvisa’ difficoltà di questi rifugiati politici di ottenere l’asilo dalle autorità italiane…

Assieme alla Libia e al Sudan, l’Eritrea rappresenta un altro dossier oscuro per la politica estera italiana, nonostante il ferreo controllo sulla società imposto dal regime ‘nord corearno in Eritrea’. A questo controllo si associano le sistematiche violazioni dei diritti umani,  utilizzate come arma repressiva per mantenere il potere ed impedire ogni dissenso o rivolta popolare. Eppure le ditte italiane sono sempre state presenti nel Paese, anche se ridotte di numero dalla creazione dello Stato dopo l’indipendenza ottenuta dall’Etiopia. 

Si conoscono 5 ditte italiane che hanno mantenuto la loro presenza nello ‘Paese gulag’ africano. Enertronica settore energia elettrica, gas, e aria condizionata. ETA (Eritrean Trade Agency) del Gruppo Piccini costruzioni. Italfish srl della Martinsicuro Teramo prodotti dell’agricoltura, pesca e silvicoltura. Sider Piombino prodotti della metallurgia. Za.Er Slr del gruppo Zambaiti prodotti tessili. 

Si conosce ben poco delle loro attività nel Paese. Escluse scarne notizie riguardanti la Enertronica, che si è aggiudicata negli scorsi anni due importanti commesse statali per la costruzione di impianti fotovoltaici in diverse aeree dell’Eritrea. 

Come queste aziende italiane abbiano potuto operare in Eritrea, nonostante le sanzioni economiche delle Nazioni Unite, rimane un mistero ben custodito. Un unico dato è certo. Tutte queste imprese italiane rimaste in Eritrea hanno regolarmente goduto di commesse governative per forniture e servizi erogati oltre che a vincere la maggior parte  dei tender europei emessi a favore dell’Eritrea. 

Questa informazione proviene non dalle classiche denunce delle associazioni internazionali in difesa dei diritti umani, ma da un ente che è totalmente estraneo alla tematica: Info Mercati Esteri. It. La stessa fonte rivela che la Za.Er Slr del gruppo Zambaiti ha rilevato gli ex stabilimenti Barattolo in Eritrea, assieme ai 500 operai che vi lavoravano per la cifra simbolica di un dollaro. Accordo siglato con l’approvazione del regime eritreo… 

Non si conoscono gli accordi stipulati tra il ‘padre padrone’ Isaias Afewerki e queste ditte italiane, nè si conoscono le condizioni di lavoro e le paghe dei dipendenti eritrei. Si conosce solo che il regime fa largo uso di schiavitù, tramite il servizio militare, anche nella realizzazione di infrastrutture finanziate dalla Unione Europea, come ha recentemente denunciato la Fondation Human Rigthst for Eritreans. Questa denuncia è stata ampiamente ignorata dalla maggioranza dei media italiani.
Stessa sorte i blitz militari contro i centri sanitari della Chiesa Cattolica. La notizia è stata riportata solo dal quotidiano nazionale ‘L’Avvenire’. Una chiara autocensura, pare, o ‘distrazione’.

Nel novembre 2018, le Nazioni Unite hanno posto fine all’embargo economico contro l’Eritrea nel quadro di normalizzazione dei rapporti e a seguito della pace stipulata con l’Etiopia. La fine delle sanzioni ha scatenato una vera e propria febbre al Ministero degli Esteri Italiano, che sta promuovendo con tutti i mezzi possibili la presenza imprenditoriale italiana nel Paese. Oltre a rafforzare le ditte già presenti, si incoraggiano altre aziende a investire in Eritrea. Tra esse la Dalla Guido Rota, specializzata in impianti per la zootecnia, biogas e biomentano.  La Italprogetti  impiantistica per concerie. La Henarux di Lucca specializzata nell’estrazione e lavorazione del marmo, abbondante e a buon mercato in Eritrea. La Grifo Latte e la Goretti, aziende del settore alimentare. I futuri investimenti di queste imprese verranno garantiti dal Governo Italiano (compresi i rischi di azienda e di investimento in Paesi instabili) in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Lo scorso dicembre è stato siglato un protocollo d’intesa tra il Centro di formazione internazionale dell’Università La Sapienza di Roma e l’Università di Asmara per la nascita di un polo ingegneristico in Eritrea, il primo nella regione del Corno d’Africa. 

Secondo quanto dichiarato dal Governo italiano, la cooperazione economica in Eritrea sarebbe destinata  a contribuire alla ricostruzione dell’economia locale in fase di rilancio, attraverso investimenti e crescita indispensabili per dare lavoro e futuro ai giovani diminuendo così l’emigrazione verso l’Italia e l’Europa. Giovane che abbiamo visto sono costretti a lavorare gratis in quanto militari… 

Il progetto di espansione economica in Eritrea viene associato a quello in atto in Etiopia, visto la vicinanza geografica e le varie affinità storiche, culturali ed etniche dei due Paesi del Corno d’Africa. Parte di questa iniziativa regionale fa parte il finanziamento dello studio di fattibilità per la tratta ferroviaria Addis Ababa – Macallé – Asmara. 

Il Ministero Esteri è convinto che in Etiopia l’imprenditoria italiana riuscirà a superare gli investimenti della Cina. Gli investitori italiani sono favoriti di più in Eritrea che in Etiopia. Comunque in entrambi i Paesi per Governo e aziende italiane è una corsa contro il tempo, sopratutto dopo aver perduto vari mercati africani tra cui Libia, Uganda, Congo, Kenya, per citarne alcuni. 

In Eritrea la corsa contro il tempo è drammatica, e la concorrenza di Arabia Saudita, Emirati Arabi e Cina spietata. Questi Paesi hanno una serie di vantaggi sull’Italia. Hanno sorretto finanziariamente la disastrosa economia eritrea per tutto il periodo della sanzioni internazionali. Hanno assicurato costanti rifornimento di armi e munizioni. Hanno stretto rapporti di sudditanza politica ed economica con il regime eritreo che garantisce loro esclusività nelle commesse statali e facilitazioni per gli investimenti. Non hanno nessun vincolo di rispetto dei diritti umani. Le loro aziende sono supportate da politiche governative a lungo respiro e possiedono ingenti fondi da investire. Inoltre, le tre Nazioni usano il ricatto del debito accumulato in questi anni di isolamento internazionale per garantirsi una posizione avvantaggiata rispetto agli altri investitori, italiani compresi. 

Gli investitori  italiani in Eritrea partono, quindi, svantaggiati, e vi è il forte rischio che per recuperare il gap Governo e aziende italiane pongano i diritti umani e il sistema di schiavitù creato dal regime tramite la leva obbligatoria in secondo se non terzo piano. Anche i crimini contro l’umanità, che tutt’ora continuano ad essere spietatamente attuati dal regime eritreo, rischiano di diventare volgare merce di scambio. Un altro fattore da valutare è l’aggressiva corruzione del regime, che pretende soldi per ogni iniziativa economica. Questo sarà un altro costo per le nostre aziende che intendono avventurarsi nel Eldorato eritreo. 

Quello che è peggio è la posizione di varie ONG italiane già disponibili in linea di principio a partecipare alla ripresa della Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Esteri e della Agenzia italiana per la cooperazione allo sviluppo – AICS. Una ripresa degli aiuti umanitari che già da ora si comprende che sarà un specchietto per le allodole al fine di favorire gli investimenti italiani nel Paese. Una cooperazione ovviamente legata alla famosa e fallimentare politica del contenimento dei flussi migratori dall’Africa.

Attualmente gli aiuti umanitari italiani nel Paese ammontano a circa 1.580.000 Euro. Il Ministero degli Esteri sta inserendo l’Eritrea nei Paesi prioritari dell’intervento umanitario italiano senza prendere in seria considerazione le gravi violazioni dei diritti umani, la continuità della schiavitù tramite il servizio militare e il persistere del brutale regime di Afewerki. Si pensa inizialmente di gestire gli interventi di cooperzione dall’Etiopia e successivamente di creare un centro di coordinamento ad Asmara. Alcune ONG italiane si sono dichiarate in linea di principio pronte a collaborare al fine di poter assicurarsi i fondi che verranno stanziati. 

L’Eritrea rischia di diventare per l’Italia un altro dossier sporco, dopo la Etiopia, Libia e Sudan. Vi è l’assurda presunzione di poter controllare il regime eritreo e di provocare al suo interno aperture democratiche tramite gli investimenti e gli aiuti umanitari. Governo, Aziende e ONG italiane sembrano immemori di come il regime sfrutta a suo vantaggio queste opportunità, e come da un giorno all’altro sbatte fuori i partner stranieri non più confacenti. 

Nessuno sembra ricordarsi di come è stato ‘sbattuto fuori’ l’Ambasciatore Italiano Antonio Baldini nel 2001, e Ludovico Serra nel 2006, assieme alle ONG italiane. Tutte queste espulsioni furono eseguite senza preavviso in 24 ore, accompagnando i nostri diplomatici e gli operatori umanitari all’aereoporto. Tutti accusati di intrusione e violazione della legislazione locale che tradotto in italiano corrente significa ‘non interessarsi delle violazioni dei diritti umani e dei crimini che il regime commette ogni santo giorno’.

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