martedì, Luglio 16

Eritrea: ecco la denuncia contro la UE per i finanziamenti dei lavori forzati L’avvocato della Foundation Human Rights for Eritreans, Emiel Jurjens, chiede l’immediato fermo del progetto e minaccia azioni legali se entro fine aprile non ci sarà una negoziazione

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Il primo aprile l’associazione olandese  in difesa dei diritti umani, Foundation Human Rights for Eritreans   FHRE), ha accusato l’Unione Europea di finanziare in Eritrea lavori forzati per la costruzione di un tratto stradale, attraverso finanziamenti del Fondo di Fiducia ed Emergenza per l’Africa (Emergency Trust Fund for Africa – ETFA).

La denuncia è stata ufficializzata, lo stesso giorno, da una missiva indirizzata al ETFA, EuropeAId e al Parlamento europeo, da parte di Emiel Jurjens, avvocato esperto in diritti umani presso lo studio di avvocati di Amsterdam Kennedy Van Der Laan. Precede la richiesta del Vice Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite, Kate Gilmore, di abolire la leva obbligatoria oltre i 18 mesi (16 marzo 2019) e le raccomandazioni del Comitato Diritti Umani fatte, sempre al Governo eritreo, di rivedere la leva obbligatoria.

Riproduciamo di seguito il testo integrale tradotto in italiano.

 

«Oggetto: Missiva da Foundation Human Rights for Eritreans to European Union.  
Gentili Signore, Signori,

A nome e per conto del mio cliente, la Foundation Human Rights for Eritreans,  sottopongo alla vostra attenzione questa mia richiesta di fermare immediatamente il finanziamento di progetti in Eritrea in quanto per la loro realizzazione si sta utilizzando il lavoro forzato. Una attività illecita di cui a UE è informata da tempo. Questo rappresenta una violazione delle leggi internazionali ed europee in difesa dei diritti umani, quindi il finanziamento diventa illecito.

La FHRE in questa lettera richiede la possibilità di esaminare tutta la documentazione di progetto, secondo quanto prevede il regolamento europeo per la trasparenza. Si specifica che FHRE, con sede in Olanda, agisce per nome e per conto del popolo eritreo che soffre direttamente o indirettamente delle violazioni dei diritti umani compiuti dal regime eritreo.

Vi sono prove inconfutabili che il regime eritreo è promotore di una intensa campagna di violazione dei diritti umani contro i suoi cittadini. Inoltre l’Eritrea non ha una legislatura o un corpo giudiziario indipendenti, libertà di stampa, espressione e libera professione di idee politiche contrarie al regime. Gli eritrei sono costretti ad un periodo indefinitivo di servizio militare, una pratica che le Nazioni Unite hanno condannato come pratica di schiavismo e crimine contro l’umanità. Gli eritrei durante il servizio militare sono costretti ad offrire quasi gratuitamente la loro mano d’opera per progetti comuni compresi quelli finanziati dalla UE. I lavori forzati avvengono spesso in terribili condizioni di igiene, con pochi  turni di riposo e scarsa sicurezza sui cantieri. I soldati ricevono solo una ridicola paga mensile che ora, grazie ai finanziamenti UE, il Governo non deve più farsi carico direttamente. Essendo costretti ai lavori forzati gli eritrei si espongono a rischi di maltrattamenti o torture.

Il servizio militare obbligatorio è la principale ragione della fuga degli eritrei dal loro Paese. In molti casi questi rifugiati finiscono nelle mani dei trafficanti di esseri umani. Vi sono, inoltre, prove che il regime eritreo giochi un ruolo di primo d’ordine nel network regionale della tratta degli esseri umani e ne beneficia direttamente. La UE ha imposto sanzioni individuali per due eritrei coinvolti nel traffico di esseri umani in Libia.

Il Parlamento Europeo ha denunciato le violazioni dei diritti umani in Eritrea, arrivando alla conclusione che il regime di Amara si è macchiato dei peggiori crimini, e considerando l’attuale leva militare un servizio di lavori forzati molto prossimo alla schiavitù. Il Parlamento europeo ha anche richiesto alla Commissione Europea di assicurarsi che i fondi allocati per l’Eritrea non beneficino il Governo ma che siano strettamente utilizzati per promuovere democrazia, diritti umani, amministrazione trasparente, libertà di pensiero e assemblea.

Non vi sono evidenze che il recente trattato di pace tra Eritrea ed Etiopia abbia migliorato la situazione dei diritti umani nel Paese. Il 16 marzo 2019 il Vice Alto Commissario per i Diritti Umani delle Nazioni Unite Kate Gilmore ha richiesto la fine della leva obbligatoria, che va oltre ai 18 mesi regolati dalla legge e crea condizioni di sfruttamento, tortura, violenze sessuali e lavoro forzato. Il 28 marzo 2019 Il Comitato dei Diritti Umani ha raccomandato all’Eritrea di rivedere la leva obbligatoria, esprimendo le proprie preoccupazioni su accuse che i soldati di leva vengano impiegati come mano d’opera gratuita in varie realizzazioni di infrastrutture pubbliche e private ricevendo un magro salario.

Uno dei principali canali di finanziamento utilizzati dal regime eritreo passa attraverso la Red Sea Trading Corporation  (RSTC), che è in mano al Eritrean People’s Liberation Front, pilastro del regime. Oltre alla RSTC, il regime eritreo controlla anche altre compagnie private e pubbliche impegnate nella costruzioni di opere pubbliche, inclusa la strada finanziata dalla UE. Tutte le compagnie controllate dal partito utilizzano i lavori forzati dei soldati per abbassare i costi di produzione e aumentare i profitti. Il tutto grazie al servizio di leva obbligatoria che sta beneficiando il regime.

Secondo il Gruppo di Monitoraggio ONU per Somalia ed Eritrea i lavori forzati sono tra le principali fonti di reddito del partito al potere. Il Gruppo di Monitoraggio ha inoltre concluso che l’esecuzione dei lavori pubblici della RSTC e altre ditte del partito è parziale, e molto opaca soprattutto nel sistema finanziario, che si sospetta sia utilizzato per generare altri profitti ai quadri politici e miliari del EPLF.  La RSTC è anche sospettata di essere ai vertici di un network regionale di traffici illeciti, mentre dal 2000 il Governo eritreo non pubblica il budget annuale e le finanze del Paese sono totalmente controllate da individui strettamente collegati al regime, senza alcuna possibilità di monitoraggio pubblico e senza alcuna regola di trasparenza.

Il Emergency Trust Fund for Africa ha stanziato 20 milioni di euro destinati alla Eritrea, redigendo un vademecum di come questi soldi devono essere spesi. Vademecum non reso pubblico. La RSTC oltre ad essere coinvolta nei lavori stradali è incaricata di acquistare materiali e attrezzature per la realizzazione delle opere finanziate dalla UE.

I lavori sono svolti da tre compagnie edili, tra cui la Segen Construction. In questo contesto il Fondo di Fiducia ed Emergenza per l’Africa ammette che parte della mano d’opera utilizzata provenga dai soldati di leva. In altre parole, i lavori forzati sono una norma nei progetti finanziati dalla UE che incredibilmente accetta questa situazione.  

Il  Fondo di Fiducia ed Emergenza per l’Africa accetta passivamente le dichiarazioni governative che non prevedono a medio termine una riforma della leva militare, che è di fatto una fonte preziosa di reddito. Il  Fondo di Fiducia ed Emergenza per l’Africa non dimostra di essere preoccupato sull’utilizzo di mano d’opera forzata nei suoi progetti. Si limita solo a sottolineare che la mando d’opera impiegata non è qualificata… Questi atteggiamenti e considerazioni rivelano un disinteresse per la situazione dei diritti umani in Eritrea e la sorte dei cittadini costretti ai lavori forzati.

Per questo il Fondo di Fiducia ed Emergenza per l’Africa deve immediatamente interrompere ogni supporto al regime eritreo in quanto non è possibile che l’Unione Europea supporti un regime che è stato accusato dalla Nazioni Unite di continuare a perpetuare una sistematica violazione dei diritti umani contro la propria popolazione inclusi i lavori forzati. Queste violazioni costituiscono un crimine contro l’umanità.

In passato e fino a questo progetto stradale, la UE ha evitato diretti finanziamenti al regime eritreo e il Parlamento Europeo ha esplicitamente richiesto alla Commissione di evitare ogni finanziamento diretto. Ancora peggio il coinvolgimento di ditte private controllate dal regime. In Canada la Nevsun è stata tradotta davanti alla giustizia  per fare largo uso di lavori forzati assicurati dalla Segen Corporation nella costruzione di una miniera in Eritrea. Durante i lavori i soldati sono stati costretti a condizioni disumane e vi sono stati molti incidenti sul cantiere. La RSTC è sospettata di essere coinvolta nel traffico illegale di armi in violazione delle sanzioni internazionali.

Il fatto che la UE finanzi  un regime e ditte private ad esso collegate, è una violazione delle obbligazioni legale e della difesa dei diritti umani. L’Unione Europea e le sue istituzioni devono rispettare i diritti umani come regola l’articolo 51(1) della Carta dei Diritti Fondamentali della UE e l’articolo 52(3) della Convenzione Europea sui Diritti Umani dove si sancisce che nessun essere umano deve essere costretto ai lavori forzati.

L’Unione Europea di fatto sta finanziando i lavori forzati gestiti dal regime eritreo. Questa è di conseguenza un atto criminale nei confronti dei cittadini eritrei che sono le prime vittime dei lavori forzati e sono rappresentati dalla Fondazione. L’Unione Europea deve interrompere immediatamente i fondi e cancellare il progetto descritto Action Fiche T-05-EUTF-HOA-ER-56.  

La UE deve ripristinare le norme violate nel finanziare questo progetto stradale e deve rispettare gli impegni presi nella difesa dei diritti umani, interrompendo i finanziamenti ad un regime noto per aver commesso vari crimini contro l’umanità, che promuove il traffico di esseri umani e dove alti esponenti del regime sono direttamente coinvolti in questo crimine. Questo significa violare anche i Principi e Guide UE sui Diritti Umani e Traffico di Esseri Umani, direttiva 20111361EU che obbliga ogni Stato membro UE a prevenire e combattere il traffico di esseri umani e di proteggere le vittime.

Il prossimo passo del mio cliente Foundation Human Rights for Eritreans sarà aprire una azione legale contro la Unione Europea se non dovesse prima aprirsi un dialogo che porti all’intesa del rispetto dei diritti umani da parte della UE nei suoi interventi in Eritrea. La fondazione invita i rappresentanti UE ad una riunione preliminare a Bruxelles che potrebbe essere organizzata tra il 15 e il 30 aprile 2019. In caso di rifiuto da parte della UE o di fallimento delle negoziazioni, la Fondazione aprirà un contenzioso legale.

In referenza al diritto del pubblico di accedere ai trattati politici ed economici siglati dall’Unione Europea, si  chiede a quest’ultima di permettere alla Fondazione il libero accesso alla documentazione dei finanziamenti in Eritrea e in special modo del progetto stradale Action Fiche T-05-EUTF-HOA-ER-56. Questi documenti possono essere inviati in forma digitale a: emiel.iuriens@kvdl.com o fisicamente spediti per posta all’indirizzo dello Studio indicato nella carta intestata».

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