giovedì, Novembre 14

Ergastolo ostativo: la parola alla Corte Costituzionale In arrivo altre condanne dalla Corte europea

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Il suo destino è quello di diventare un numero, il nome scritto frettolosamente in un registro, per essere presto dimenticato. Se c’è una moglie, una compagna, dei figli, loro piangeranno (oppure no? Chissa’); e presto il corpo verrà tumulato, una cerimonia frettolosa, in ‘solitaria’. Finisce cosi, la presenza in terra di Roberto L., detenuto italiano, anni 52 anni. E’ evaso definitivamente l’altro giorno: ha preso una corda, ne ha fatto una specie di cintura, mentre gli altri compagni di cella dormivano, si è ritirato nel locale utilizzato come bagno, e lì si è impiccato,

Nessuno si è accorto di nulla. Solo all’alba, quando non c’era piu’ nulla che si potesse fare, qualcuno ha dato l’allarme. «Quella notteo a vigilare su un centinaio di detenuti c’era un unico agente della Penitenziaria», spiega Daniele Nicastrini, segretario generale Uspp, uno dei sindacati della polizia penitenziaria. «Pur salvandone a decine da tentativi di suicidio, diventa difficile intervenire in tutti i casi che di solito avvengono nelle ore notturne, quando il numero per la vigilanza diminuisce per le note carenze e dove anche i compagni di detenzione stanno dormendo. Chiudersi nel bagno della cella agganciare una striscia qualsiasi simile ad una corda e lasciarsi andare diventa un rumore sordo avvolte totalmente non percepibile in sezioni detentive con corridoi lunghi anche 100 metri e altrettante celle e mura».

Dal 2000 ad oggi sono oltre mille i suicidi nelle carceri italiane (35 nel 2019). Numeri a cui si aggiungono i suicidi e gli omicidi degli stessi poliziotti. Nel 2017 sono state 1.380 le persone decedute durante la loro detenzione in carcere. Di queste, ben un terzo sono morte suicide. Il tasso di suicidi in detenzione per 10.000 detenuti (su dati 2017) è di 6,32, mentre in libertà il tasso è di 1,41. In carcere ci si uccide quattro volte di più che all’esterno. I maggiori tassi di suicidi in carcere sono quelli di Francia (12,6%), Austria (12,3%), Germania (11,8%), Portogallo (11,2%), Danimarca (10,9%). Il 5,9% dei suicidi sono commessi da donne.

Ci siamo, è questione di ore. Il prossimo 22 ottobre la Corte Costituzionale decide sulla legittimità dell’ergastolo ostativo. Lo scorso 7 ottobre dalla Grande Camera della Corte europea ha respinto il ricorso del governo italiano contro la decisione del 13 giugno. Quel giorno la CEDU aveva accertato che l’ergastolo ostativo viola la dignità umana: «Limita eccessivamente la prospettiva di rilascio dell’interessato e la possibilità di riesame della pena. Pertanto, questa pena perpetua non può essere qualificata come comprimibile ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione».

Ora tocca alla Corte Costituzionale. Nel nostro ordinamento l’ergastolo è sanzione detentiva perpetua, anche se non mancano disposizioni premiali che consentono al condannato meritevole di usufruire di benefici: dopo dieci anni si può essere ammessi ai permessi premio; dopo venti alla semilibertà; dopo ventisei alla libertà condizionale. Termini che possono essere diminuiti di 45 giorni ogni semestre se il detenuto partecipa positivamente al trattamento penitenziario. In questo modo i ventisei anni per la libertà condizionale possono ridursi a ventuno.

La ragion d’essere di questi benefici sta nel fatto che l’articolo 27 della Costituzione sancisce che tutte le pene «devono tendere alla rieducazione del condannato». Quando però la condanna all’ergastolo riguarda reati di criminalità organizzata o terrorismo, i benefici non si applicano più, a meno che il condannato collabori con la giustizia, oppure dimostri di non poterlo fare, perché impossibilitato a farlo.

Di questa problematica non si è occupata solo la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ci sono gia’ state parecchie pronunce della Corte Costituzionale. Per esempio, si è stabilito che la limitazione ai benefici è legittima solo in presenza di una collaborazione possibile, che viene liberamente rifiutata. Non può quindi essere escluso chi fornirebbe una collaborazione inutile, impossibile e irrilevante.

Il prossimo 22 ottobre la Corte Costituzionale deciderà di nuovo sulla legittimità dell’istituto. In sostanza dovrà giudicare se la scelta del legislatore di perseguire con tale istituto un interesse di indubbio rilievo costituzionale quale la lotta al crimine associativo, sia compatibile con i principi di individualizzazione e di progressività del trattamento (articolo 27 della Costituzione).

La più generale situazione delle carceri italiane: con 60mila detenuti per 47mila posti disponibili, l’Italia non trova una risposta credibile alla questione. La conferma viene dal 15esimo rapporto di ‘Antigone‘ (‘Il carcere secondo la Costituzione’). Il numero dei detenuti negli ultimi due anni ha ricominciato a crescere: un tasso di sovraffollamento del 120 per cento. L’Italia non è riuscita dal 2013 – quando la Corte europea dei diritti umani di Strasburgo ha emesso una condanna per trattamento inumano e degradante al pagamento di migliaia di euro di risarcimento per danni morali nei confronti di alcuni detenuti – a intervenire in modo incisivo su un problema che secondo il comitato dei ministri del Consiglio europeo, è strutturale.

Tra i 60mila detenuti più di un terzo sono stranieri, uno su tre è affetto da disturbi psichiatrici, due su tre è tossicodipendente o alcoldipendente. Le celle disponibili, secondo il ministero di Giustizia, sono circa 50mila; cifre che non tengono conto delle numerose sezioni chiuse: Alba, Nuoro, Camerino (vuota dal terremoto che ha colpito l’Umbria nel 2016), Como, Brescia, Taranto, per dirne di alcune: per un totale di almeno 3mila posti non agibili. In alcuni istituti penitenziari, denuncia ‘Antigone’, ci sono situazioni limite, con celle che non rispettano il parametro minimo dei tre metri quadrati di spazio per detenuto. Situazioni che lasciano margini per la Corte di Strasburgo per nuove condanne.

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