venerdì, Ottobre 18

Ergastolo ostativo: la CEDU dice no Bonafede fuoribondo, Radicali entusiasti

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Piccato, il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, esprime tutto il suo disappunto per la sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo: «Non condividiamo e faremo valere in tutte le sedi le ragioni del governo italiano e le ragioni di una scelta che lo Stato ha fatto, tanto anni fa, stabilendo che una persona può accedere anche ai benefici, a condizione però che collabori con la giustizia».

Per Bonfede «noi abbiamo un ordinamento che rispetta i diritti di tutti le persone ma che di fronte alla criminalità organizzata reagisce con determinazione». Affermazione spericolata, che facilmente può essere smontata e contraddetta. Ma per tornare alla sentenza CEDU, cos’è accaduto che tanto infastidisce il Ministro della Giustizia?

La sentenza della Corte dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo (CEDU), che boccia il cosiddetto ergastolo ostativo ha ‘semplicemente’ ha respinto il ricorso del governo italiano contro la sentenza del 13 giugno scorso. In sintesi estrema la CEDU stabilisce che in linea di principio il detenuto non può essere privato della speranza di un ravvedimento; occorre, per quanto sia orribile il crimine di cui si è macchiato, che gli sia veda riconosciuta la possibilità di un ‘recupero’. Anche se si chiama Toto’ RiinaBernardo ProvenzanoRaffaele Cutolo? Si’. Per quanto possa sembrare improbabile un loro ravvedimento, il principio vale anche per loro. Che poi abbia una traduzione pratica, e’ altro discorso.

La sentenza, comunque, fa scaldalo, e puntuali si elevano le vibrate proteste. Spesso a sproposito. Ci si dimentica, per esempio, che è la stessa Costituzione italiana, all’articolo 27, a prescrivere: «L’imputato non è considerato colpevole sino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Dunque, il ‘fine pena mai’, non è contemplato neppure nella Costituzione. E’ di tutta evidenza che se una persona viene condannata a una pena che non ha fine (l’ergastolo, appunto), e per sopramercato lo si carica delle disposizioni previste dall’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario, si stabilisce a priori che non rientra tra quanti possono un giorno essere ‘redenti’; e lo si sottopone a trattamenti che sono contrari al senso di umanità. Ci saranno certamente ragioni di sicurezza collettiva che valgono e si impongono; ma non a prezzo di quelle della civiltà del diritto.  La CEDU insomma, richiama di fatto l’Italia a rispettare la sua stessa legge fondamentale.

L’Italia, nel ricorso presentato a settembre, ha chiesto che il caso dell’ergastolo ostativo, fosse sottoposto al giudizio della Grand Chambre, l’organo della CEDU che affronta i casi la cui soluzione può riguardare tutti i paesi della Unione Europea. Nel suo argomentare la liceità dell’ergastolo ostativo l’Italia ha cercato di convincere che esiste una specificità criminale, costituita da mafia siciliana, camorra napoletana, ‘ndrangheta calabrese. La ragione di simili norme si spiegherebbe col fatto che riguarderebbero solo alcuni gravi e particolari reati legati a mafia e terrorismo; una legislazione e un trattamento che consentirebbero un efficace contrasto all’azione di quanti, facendo parte di queste organizzazioni criminali, di fatto si pone l’obiettivo di destabilizzare lo Stato.

Pollice verso da parte della CEDU. L’ergastolo ostativo (vale a dire senza benefici di sorta), per la Corte Europea viola l’articolo 3 della Convenzione, che vieta la tortura, le punizioni disumane e degradanti, soprattutto nega la possibilità di un percorso rieducativo. Da qui l’invito a rivedere la legge.

Va detto che la sentenza non ha carattere di perentorietà, non è un obbligo; ma ha comunque una sua indubbia rilevanza politica; e probabilmente un riflesso sulla Corte costituzionale italiana che a breve tratterà il caso di Sebastiano Cannizzaro, detenuto per mafia, che protesta per la mancanza di permessi.

    La questione dell’ergastolo ostativo da sempre divide giuristi e forze politiche; c’e’ chi come i radicali, o l’ex pubblico ministero di Mani Pulite Gherardo Colombo e Luigi Manconi, si batte per un carcere piu’ umano a ogni livello. Altri ritengono che attenuare il 41bis equivalga a distruggere anni di azione di contrasto alle organizzazioni mafiose. E’ quanto sostengono magistrati o ex magistrati come Piero GrassoGian Carlo CaselliNino Di MatteoFederico Cafiero De Raho. Sulla stessa linea d’onda il ministro della Giustizia Bonafede e quello degli Esteri Luigi Di Maio.

Opposta la valutazione dell’associazione ‘Nessuno tocchi Caino’, da sempre impegnata, con il Partito Radicale, per l’abolizione dell’ergastolo ostativo. La decisione della CEDU è salutata come ‘un pronunciamento storico e beneaugurante’, in vista della già citata decisione che la nostra Corte Costituzionale prenderà a fine mese: «Si tratta di una pietra miliare sulla via dell’abolizione del fine pena mai», dicono i dirigenti dell’associane Rita BernardiniSergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. «Si afferma in Italia, oltre che in Europa, il diritto alla speranza come un diritto umano fondamentale, finora negato dall’ergastolo ostativo»BernardiniD’Elia e Zamparutti osservano che la Corte di Strasburgo «fa cadere la collaborazione con la giustizia come unico criterio di valutazione del ravvedimento del detenuto e valutano come falsi gli allarmismi sulla liberazione immediata dal carcere di centinaia di ergastolani perché, più che i condannati a vita, saranno liberi i magistrati di sorveglianza che, nel concedere benefici e misure alternative, oggi hanno le mani legate dal vincolo della collaborazione del condannato con la giustizia».

Grasso e altri negano questa impostazione; argomentano che l’ergastolo ostativo non viene applicato con lo scopo di far ‘collaborare’; ma ammettono che chi ‘collabora’ ha buone possibilità di vederselo revocare. Un po’ lo stesso meccanismo usato durante la stagione di ‘Mani Pulite’: non si arrestava per far confessare: ma se si confessava, non si veniva arrestati.

Cosa accadrà adesso? ‘Semplicemente’ d’ora in poi, i magistrati potranno valutare anche il ravvedimento interiore: quello più autentico e garante della sicurezza rispetto a quello esclusivamente utilitaristico previsto dalla norma considerata dalla CEDU una violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea (divieto di tortura, e di trattamenti e le punizioni inumani e degradanti). Non è un ‘liberi tutti’; è piuttosto un richiamo a essere coerenti con le leggi fondamentali che ci siamo dati.

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