sabato, Dicembre 14

Erdogan, tiranno equivalente field_506ffbaa4a8d4

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La notizia è uscita, quasi in una concomitanza temporale da guardia svizzera (anzi da guardia del Sultano…) con il 25 novembre, la giornata internazionale contro la violenza sulle donne: il Presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ‘ad capocchiam’ durante il convegno ‘Donne e giustizia’ (non ha un che di beffardo, tutto ciò?) ha affermato che le donne non sono eguali agli uomini -ed in questo Recep è stato churchilliano… ve la ricordate la storia dello scontro con le suffragette, quando l’ex premier inglese se ne uscì con un ‘Et alors, vive la differénce’ all’affermazione di una leader che sosteneva che, in fondo, uomini e donne sono eguali, tranne una piccola differenza? -, ma equivalenti.
Poi, per glassare il boccone amaro e farlo inghiottire a ‘l’altra metà del Cielo’, si è arrampicato sugli specchi, aggrappandosi alla liana della religione e affermando  -giù a cuccia, femmine… pussate via, con le vostre pretese di parità!-  che «La natura tra uomini e donne è differente, giacché l’Islam attribuisce alle donne uno status speciale in quanto madri».
A parte che mi chiedo quale status l’Islam, secondo Erdogan, attribuisca alle donne che, per pura disgrazia, sono sterili, questo signore appartiene ad uno Stato che sta piuttosto tenacemente bussando alle porte dell’Europa per entrarne a far parte. Con queste sortite, invece, fa emergere tutta la sua inadeguatezza a partecipare alla UE.
Inoltre, proprio nei giorni scorsi, durante le manifestazioni dedicate al 25 novembre, abbiamo sentito richiamare in tutte le salse la cosiddetta Convenzione del Consiglio d’Europa di Istanbul, luogo topico dove 32 Stati (primo firmatario la Turchia, sic!) hanno sottoscritto un atto solenne e impegnativo per prevenire e estirpare la violenza contro le donne, in particolare quella domestica.
Certo, una cosa è intervenire sui diritti umani di tutela del corpo e dello spirito delle donne; un’altra è riconoscere loro eguaglianza di diritti sul lavoro, sullo status sociale.
Eppure, una simile affermazione rappresenta un vistoso strappo al tessuto di armonia della convivenza fra generi, nell’ottica dell’unità nella diversità.

Affermando che l’uomo prevale sulla donna, secondo la logica dei suoi antenati tenutari di harem (espliciti: noi donne, da vittime o da coinvolte/complici, lo sappiamo che anche ai giorni nostri, nell’imprinting maschile, occidentale o mediorientale che sia, c’è questa propensione all’harem, sia pure parcellizzato in molte relazioni parallele. Emerge forte e chiara una sorta di ingordigia di possesso che oggettivizza la figura della compagna di vita/compagne di strada…), il signor Erdogan, in modo grossolano svilisce la figura femminile.
E’ la stessa logica che angelica la donna che si tiene in casa  -ma non sia mai che metta la testa fuori dal sacco e si confronti con te a tu per tu!-  e dà una visione predatoria delle altre, ridotte ad essere selvaggina.
Insomma, ai giorni nostri, dopo lotte, testarde rivendicazioni, conquiste col contagocce, ricominciamo da capo… peggio che nel gioco dell’oca con un tiro sfortunato. Siamo equivalenti come una medicina a costo tagliato, perché mancano gli aggravi di confezione, marchio e pubblicità.
E se ci fa piacere risparmiare in farmacia, certo siamo molto indignate di essere in saldi sul palcoscenico sociale.

L’affermazione da ducetto turco, in realtà, offre il via libera a tante aberrazioni che rinfocolano i fondamentalismi: alle lapidazioni delle adultere (o presunte tali), ree di un vulnus ad una religione dell’odio e non dell’amore per i suoi fedeli; ma anche alle pene capitali contro le donne che hanno reagito alle violenze sessuali; alla caccia alle donne per il divertimento del branco; alle escissioni e alle mutilazioni genitali femminili per una ritualità tribale purtroppo ancora viva nel XXI secolo. Ai matrimoni di bimbe impuberi con uomini adulti. E alle violenze, compresa quella domestica; ovvero quella che proprio ad Istanbul molti Stati hanno dichiarato quella, sì, contro natura; altro che la rivendicazione di paritàa metà fra uomo e donna come la dipinge Erdogan!
Qui è in ballo il diritto umano in sé di essere rispettato nella tua dignità pari, senza hit parade, uomo o donna… che tu sia!
Anche nell’ultimo articolo, ho ricordato che solo nel 2013, 179 donne hanno trovato la morte per mano assassina, in maggioranza trucidate da un uomo che diceva o aveva detto di amarle… di volerle proteggere… in salute e in malattia… in ricchezza o in povertà.
L’ultima aggiunta, però, ossia ‘finché morte non vi separi’, oltre a essere ormai anacronistica, ora che dovremmo avere persino il divorzio breve e persino la Sacra Rota, secondo le indicazioni papali, potrebbe diventare accessibile a tutti, è anche vagamente iettatoria. In apparenza intrisa di romanticismo alla Romeo e Giulietta, a ben guardare e riflettere, sembra quasi un consigliori che suggerisce la scorciatoia per risparmiare persino sulle marche da bollo che il divorzio, per quanto istantaneo, sicuramente richiederà.
Perché lo Stato, che drena risorse ovunque il guardo volge, potrà pure far risparmiare sulle spese dell’avvocato (però ci perde, perché le parcelle dei legali ne costituiscono la base imponibile…), ma la sua libbra di carne  -alias, le entrate fiscali-, da qualche parte dovrà pure prenderla. Pertanto… marche da bollo a volontà, come se piovesse!
Certo è che solo a me riesce di unire Erdogan al divorzio breve e alle marche da bollo.

Ieri sera, una lezione a distanza a quel fondamentalista di Presidente turco è venuta, nel corso del conferimento dei Premi Minerva – Annamaria Mammoliti, in Campidoglio, per bocca di una donna speciale che, apparentemente fragile, ha saputo fare politica in un Paese dove molte cose non sono così scontate come da noi: l’Iran.
La straordinaria spilla d’oro disegnata da Renato Guttuso è stata assegnata, per la sezione ‘Impegno politico’ ad una donna di grande spessore, Masoumeh Ebtekar, la prima donna  – insieme con Zahra Shojaei–   a ricoprire un incarico governativo in Iran.
Ebbene, Masoumeh, nel ringraziare per il Premio, destinato, da 25 anni a questa parte, a segnalare donne eccellenti, ha affermato chiaramente che uomini e donne sono uguali nella diversità.
Un messaggio che vola alto, sopra le religioni troppo umanizzate nella loro meschinità maschilista e vendicative, e fa sognare in un mondo migliore, con Erdogan e i suoi cloni, ovunque sul pianeta, messi in condizione di non nuocere e una rivoluzione culturale autentica, che segua questo leitmotiv, piuttosto che fomentare l’aggressività maschile contro compagne inermi.
Una rivoluzione culturale che non riguardi solo gli uomini o solo le donne, ma un sintonico cambiamento e si traduca nello smussamento di un primordiale istinto aggressivo che non ha saputo crearsi una calotta imperforabile di dialogo e rispetto.

 

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