giovedì, Dicembre 12

Erdogan e il suo problema: diritti umani e curdi

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Oggi a Washington, alla Casa Bianca, l’incontro tra il Presidente americano Donald Trump e il suo omologo turco Recep Tayyip Erdogan. Uno dei temi al centro del dibattito è la Siria, o per essere più precisi, i curdi, le Unità di protezione del popolo curdo (Ypg) che gli Stati Uniti hanno deciso di armare per combattere il sedicente Stato Islamico (Is). La Turchia ritiene che l’Ypg sia un’organizzazione terroristica legata al Pkk.

Un anno fa, il 17 maggio 2016, due mesi prima del tentato golpe, a seguito del quale il regime di Erdogan ha dato il via libera alle purghe, ‘L’Indro’ pubblicava, a firma di Catherine ShakdamLa Turchia di Erdogan: diritti e curdi il problema’.
Riproponiamo di seguito il servizio la cui attualità è fuori discussione e che, alla luce di quanto accaduto in questi 12 mesi, assume ancora maggiore chiarezza.

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La Turchia di Recep Erdogan è protagonista delle preoccupazioni europee e non solo, «dal supporto incondizionato ai gruppi terroristici, fino alla brutale soppressione dell’opposizione curda e la continua e spietata repressione degli organi di informazione libera nel Paese, per l’Unione Europea la Turchia si è rivelata una spina nel fianco, e, insieme, fonte di imbarazzo e vulnerabilità politica», ha dichiarato Alejandro Lopez, analista spagnolo specializzato nelle dinamiche della regione MENA (Medio Oriente e Nord Africa).
Se le capitali europee hanno assecondato Ankara, in nome del pragmatismo geopolitico, in materia di migranti -e Selahattin Dermitas, leader curdo del Partito Democratico del Popolo (HDP), ha affermato che «La leva turca sull’Unione Europea per la questione dei rifugiati ha dato a Erdogan la libertà di usare l’Esercito nel Paese contro i suoi avversari»-, per quanto riguarda la Siria, i diritti umani e politici, e i curdi, la propensione all’autoritarismo del Presidente turco Recep Erdogan è fonte di serie preoccupazioni. «Tenendo conto le ambizioni del Presidente Erdogan di diventare a pieno titolo un membro della UE, la sua recente repressione contro la stampa e l’opposizione, senza poi contare la campagna politica contro i curdi, ha turbato numerosi capi di Stato», sottolinea Lopez.
Per quanto le politiche del Presidente Erdogan non siano mai state esattamente ‘liberali’ (non è mai stato un campione di diritti umani, autogoverno e giustizia sociale), il suo rinvigorito gusto per l’autoritarismo ha colto di sorpresa molti esperti. Lopez sostiene che, di fatto, i segnali c’erano già. «La discesa di Erdogan verso il dispotismo è stata resa possibile dall’eccezionalismo americano e dal fallimento, da parte delle capitali europee, nel comprendere come la violazione dei propri diritti avrebbe costituito un pericoloso precedente. Con la creazione di uno spazio fuori dal diritto internazionale, è stato concesso all’illegalità di prosperare… o meglio deteriorare», afferma Lopez.

Giocando l’asso nella manica del terrore, Ankara ha impugnato il terrorismo come una potente arma politica, etichettando come terroristi tutti gli avversari al regime, per meglio razionalizzare la sua violenza e la sua repressione sistematica. Da quando l’APK (il partito del Presidente) è salito al potere nel 2002, Erdogan si è gradualmente trasformato da cosiddetto democratico a Presidente autoritario.
In questo lasso di tempo, abbiamo assistito a un forte deterioramento dei diritti individuali nel Paese, tra cui la libertà di espressione e di stampa. Secondo Reporters Sans Frontières, su 180 Paesi la Turchia occupa il 149° posto nel ranking 2015 del World Press Freedom Index. Siamo di fronte a un miglioramento rispetto ai tre anni precedenti, quando si era classificata al 154° posto, ma ciò si deve anche al rilascio condizionale di 40 giornalisti imprigionati, che comunque continuano ad affrontare un processo. Se si considera il bavaglio contro i giornalisti indipendenti, le campagne di intimidazione e diffamazione contro giornalisti, politici e blogger, la Turchia ha tutta l’aria di una brutale autocrazia.
Secondo il Committee to Protect Journalists (CPJ), il comitato per la protezione dei giornalisti con sede a New York, «il numero di giornalisti incarcerati in Turchia è drammaticamente salito nel 2015». La Turchia, con decine di giornalisti dietro le sbarre, si è classificata come il quinto Paese a livello mondiale per numero di giornalisti in carcere nel 2015. Oltre 100 mila siti web sono stati censurati  dalle elezioni politiche dello scorso giugno, secondo un rapporto di Press for Freedom.
La trasformazione della Turchia in uno Stato clientelare e vendicativo ha avuto inizio proprio nel bel mezzo delle elezioni politiche. Secondo quanto riportato da alcune fonti, nel settembre 2015 un folto gruppo presumibilmente collegato con la sezione giovanile dell’APK, avrebbe attaccato gli uffici della Doğan Media Group a Instanbul, sede di due dei più diffusi quotidiani nel Paese, ‘Hürriyet’ e ‘Radikal’. Da allora sono successe molte cose.

Dall’inizio di marzo, cancellando qualsiasi somiglianza a un Paese che goda di libertà di stampa, Ankara ha di fatto preso il controllo su due dei principali organi di stampa della Turchia: l’agenzia ‘Cihan News’ e il giornale ‘Zaman’. Pare che entrambi siano affiliati al religioso musulmano Fethullah Gülen, residente in Usa, ex alleato politico di Erdogan, ora diventato suo aperto critico. La spaccatura tra Erdogan e Gülen ebbe inizio nel 2013, quando quest’ultimo avrebbe fatto delle pressioni sulla giustizia per aprire un’inchiesta sulla famiglia Erdogan. Se le indagini per corruzione furono fermate dallo stesso Presidente, la cosa ebbe comunque una risonanza socio-politica enorme. La Turchia non sarebbe più stata la stessa, com’è poi successo. «Erdogan era stato smascherato: un politico arraffone con ambizioni stravaganti. La luna di miele tra Erdogan e la Turchia, o almeno la volontà di lui di trascurare le accuse di corruzione, ebbe fine nel 2013. Da quel momento, tutto divenne sempre più chiaro», afferma l’analista Lopez. «In cima a un colosso politico come l’APK, Erdogan vuole ora incorniciare la Turchia dentro a una presidenza esecutiva e abolire il sistema parlamentare corrente. Questo è il comportamento di un aspirante despota», ha aggiunto.

L’altro problema di Erdogan sono i curdi.

Il separatismo  curdo è un problema di lunga data per la Turchia, risalente alla caduta dell’Impero Ottomano al volgere del ventesimo secolo e alla successiva riconfigurazione del Medio Oriente con l’accordo Sykes-Picot.

Emily Whitman, esperta in risoluzione di conflitti, ha affermato: «‘È spesso nella Storia che troviamo le cause delle piaghe del presente. Nel caso della Turchia e della questione curda, Ankara può dire di aver causato un gigantesco movimento rivoluzionario che avrebbe invece potuto essere sostituito da integrazione, cooperazione e rappresentanza politica».
Dall’estate 2015 la Turchia sud-orientale è un campo di battaglia (‘una piccola Syria’, dice Whitman) a causa della minaccia alla pubblica sicurezza rappresentata dalla leadership curda  -come dice Ankara.

L’analista Andrew Korybko su ‘Sputnik’, testata notoriamente filo-Putin, afferma: «Erdogan teme a tal punto il separatismo curdo da aver ordinato ai militari di distruggere brutalmente e ciecamente l’intera comunità, sia in patria che all’estero. Questo spiega la violenza di stampo ottomano [ …]. Il leader turco sta combattendo contro i curdi in tre diversi teatri e la fine del conflitto non è ancora in vista».

Bisogna considerare cosa i curdi hanno rappresentato, sia in Siria sia in Iraq, contro l’avanzata dell’esercito della Bandiera Nera (l’ISIS, o Daesh). Alleati potenti contro il terrore, i curdi si sono dimostrati più che capaci di far fronte alla forza di Daesh.  Non fosse per i peshmerga, probabilmente gli estremisti di Daesh avrebbero già annesso gran parte dell’Iraq nord-orientale. Questo ha portato ai curdi non poche alleanze e una buona volontà politica, soprattutto laddove i sentimenti anti-turchi sono particolarmente accesi, come in Siria.
Per quanto riguarda Damasco, i curdi fanno parte della spinta globale siriana contro l’interventismo straniero e il terrore. E, sebbene il Presidente siriano Bashar al-Assad sia, di fatto, assediato nella sua stessa terra, ha amici potenti, e questi amici guardano i curdi con simpatia crescente.
Anche Washington ha, negli anni, espresso apprezzamenti verso i curdi, addirittura ringraziando le forze peshmerga per la loro resilienza contro il terrore di Daesh in Iraq. Nel dicembre del 2015 il Segretario della Difesa Ash Carter ha detto: «I curdi peshmerga sono i combattenti indigeni necessaria ad accelerare la sconfitta dello Stato Islamico», sottolineando il supporto di Washington ai curdi.

È questo rispetto politico e militare che la comunità internazionale nutre per i curdi che preoccupa più di tutto Erdogan, poiché potrebbe, a lungo termine, sostenere l’emancipazione curda. Il ‘Sultano’, vicino alla NATO, ma con evidenti ambizioni imperialistiche, sta cercando un modo per neutralizzare quella che percepisce come una minaccia ai suoi piani egemonici.

Andrew Korybko ha brillantemente riassunto il dilemma turco spiegando che Erdogan «ha cercato di ottenere il voto MHP nazionalista dopo l’inaspettata sconfitta elettorale al primo round del suo Partito AK; ciò gli ha garantito la Presidenza, ma potrebbe anche avergli fatto perdere il Paese, quantomeno in termini dell’attuale Amministrazione». Erdogan potrebbe, infatti, aver fatto un passo falso nella sua ossessione per il controllo geopolitico, ovvero un patto con il demonio del momento, il terrore. Sebbene Ankara si rifiuti di ammettere qualunque connessione con Daesh, non ci sono dubbi riguardo gli interessi finanziari di Erdogan nel mercato della Bandiera Nera, dall’acquisto di petrolio e gas e al traffico umano e di artefatti preziosi, la Turchia è divenuta un grande facilitatore.

Torniamo alle manie di grandezza della Turchia.
La politica attuale della Turchia è una manifestazione delle ambizioni geopolitiche e delle paure di Erdogan.
Questo è il punto della paranoia politica del Presidente: lui, ambizioso uomo politico, vuole far risorgere l’Impero Ottomano e, in funzione di questo scopo, non ci può essere posto per autogoverni e autonomia -né per i curdi, né per alcuna minoranza etnica. Se i curdi iracheni sono considerati da Erdogan una minaccia minore, poiché relativi perlopiù al Kurdistan semi-autonomo, i curdi siriani rappresentano tutt’altra faccenda. Non stupisce che il Presidente Masoud Barzani sieda al fianco di Erdogan.

Potenza crescente, probabilmente i curdi otterranno grande autonomia nel dopoguerra siriano. Sebbene il Presidente Bashar al-Assad difficilmente permetterà una frammentazione della Siria, egli potrebbe accettare una formazione federale che garantisca grande rappresentanza e autonomia ai gruppi etnici, seppur mantenendo un’unità sotto il Governo centrale.
Questa prevedibile emancipazione politica porterà probabilmente i curdi in Turchia a reclamare la loro indipendenza, sebbene Erdogan abbia ampiamente chiarito che ciò non accadrà mai sotto la sua Presidenza (da qui la violenza preventiva a cui abbiamo assistito nella Turchia sud-orientale).

Se Erdogan, tuttavia, considerasse intelligentemente le sue mosse, si renderebbe conto che la sua belligeranza e indiscriminata violenza contro i curdi stanno, in realtà, accendendo scintille rivoluzionarie tra le varie minoranze etniche in tutta la Turchia  -minoranze stanche di essere calpestate. Nonostante la Turchia continui a divulgare un senso di unità, la sua composizione demografica è ben più complessa e intessuta di tensioni di quanto molti esperti ammettano.

 

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