martedì, Ottobre 20

Equilibrio di potenza in Medioriente?

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Il Medioriente dall’inizio del nuovo millennio è stato condizionato da una evoluzione di destabilizzazione di equilibrio, evoluzione che ha visto il suo culmine all’interno del fenomeno rivoluzionario chiamato Primavera Araba, il quale ha generato degli effetti che ancora oggi condizionano pesantemente il quadro regionale mediorentale. Uno degli effetti maggiori che produsse quel fenomeno fu la dipartita o la caduta di dittatori decennali, i quali, realisticamente parlando, avevano garantito agli attori occidentali una stabilità atta allo sviluppo di interessi diversi, sia politici che economici. La caduta di Mubarak in Egitto per gli Stati Uniti e quella di Gheddafi in Libia per gli attori europei, significò la perdita almeno momentanea di referenti regionali importanti che fino a quel momento avevano garantito influenza e collaborazione, sia riguardo a singoli interessi, sia la stabilità per alleati diversi.

Al di là dei fiumi di inchiostro per descrivere le cause, nonché la non proprio infondata teoria che i movimenti giovanili rivoluzionari dei Paesi coinvolti siano stati indotti, in particolare dagli Stati Uniti, a tecniche rivoluzionarie, riconducibili a una specifica teoria di movimenti non violenti, attualmente quello che interessa principalmente gli attori globali e regionali sono piuttosto le conseguenze che questo fenomeno ha generato e come questa situazione possa essere gestita, se non inquadrata all’interno di un equilibrio costruito volto al contenimento delle derive attuali.  Le conseguenza maturate dal fenomeno della Primavera Araba sono l’aumento della destabilizzazione e precarietà dell’area mediorentale determinate maggiormente dai teatri di crisi della guerra civile libica e quella siriano – irachena all’interno della quale è nato lo Stato Islamico.

Elemento determinante nell’evoluzione della  destabilizzazione mediorentale è soprattutto la mutazione degli equilibri globali dove gli Stati Uniti non sono più, ad eccezione del piano militare, la superpotenza mondiale in grado di gestire e modificare gli assetti interni ad un area specifica. La mutazione degli equilibri globali da un sistema di unilateralismo a quello di multilateralismo determina una minore dipendenza e una difficoltà di risoluzione dei conflitti maggiore. Come risposta a questa situazione la politica estera di Obama è stata costretta, anche a causa delle macerie lasciate dal suo predecessore, a riformulare le zone di intervento e la metodologia degli stessi, non a caso è stata caratterizzata dall’uso del soft power, rispetto all’hard power.

Se si osservano le recenti mosse tattiche degli Stati Uniti nell’area mediorentale, si può fortemente ipotizzare che stiano cercando di creare un equilibrio di potenza tra i vari attori coinvolti, dove nessun attore può in assoluto prevaricare sull’altro, ossia un equilibrio strutturato su zone e settori di influenza specifici e più o meno paritarie degli attori regionali, al fine di ridisegnare il quadro mediorentale.

Questo schema in sostanza è la riproposizione delle condizioni vigenti durante la Guerra Fredda, dove sia gli Stati Uniti che l’Unione Sovietica non intervenivano al di fuori della propria area di influenza, in quanto l’alterazione dell’equilibrio vigente dato dall’interventismo di uno dei due attori avrebbe significato una reazione dell’altro non controllabile con il rischio del reciproco annientamento. Per questa ragione Stati Uniti e Unione Sovietica mantenevano un equiparato livello di potenza e allerta senza però prevaricare le reciproche zone di influenza, evitando una possibile reazione che non solo avrebbe messo in discussione l’equilibrio vigente, ma avrebbe creato la reale possibilità di una reciproca distruzione.

Questa prospettiva è stata perseguita, almeno parzialmente, già durante il fenomeno della Primavera Araba e nei suoi sviluppi successivi. Esempio ne è la caduta del governo Morsi in favore di un governo a conduzione militare, effetto che gli Stati Uniti hanno visto favorevolmente non tanto riguardo alle questioni interne, ma quanto più per quelle esterne. Palese era l’alleanza tra il Morsi e Erdogan, in una fase in cui la Turchia poteva aumentare il suo speso specifico nell’area, eliminare il suo maggiore alleato ha permesso di mantenere questo attore “controllabile”.

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