giovedì, Ottobre 1

ENI in Nigeria, OPL-245: si vuole colpire ENI, e l’uomo al timone “Sono più le strette di mani che i giacimenti”, parola di Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia. Quel che sta dietro al processo in corso, la questione morale che non emerge, un sistema che deve cambiare

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Un Paese seduto sul petrolio, primo produttore di petrolio in Africa e sesto esportatore al mondo, prima economia del continente, settima popolazione al mondo per abitanti e terza per popolazione giovane, e un livello di corruzione tra i più alti al mondo. Questa è la Nigeria. Il Paese al centro dello scandalo del Blocco Esplorativo petrolifero noto come OPL-245.
Un blocco in mare aperto, al limite meridionale del delta del fiume Niger, le cui riserve stimate ammontano a 9,23 miliardi di barili di greggio, il più grande giacimento conosciuto dell’Africa.
Questo giacimento è ora al centro di uno dei più grandi processi per corruzione dell’industria petrolifera, che vede alla sbarra le majors petrolifere ENI e Shell. Una sorta di mega-Tangentopoli del petrolio.

Il giacimento -ricostruiscono le cronache- è stato assegnato, dal Governo nigeriano, nel 1998, per 20 milioni di dollari -cifra giudicata insignificante anche per il tempo- alla Malabu Oil & Gas, una società di proprietà dell’allora Ministro del Petrolio nigeriano, Dan Etete, e del figlio del dittatore del tempo, Sani Abacha, Di fatto quella di Etete è stata una sorta di auto-assegnazione: in veste di Ministro del Petrolio assegna alla società della quale fa parte la concessione.
Nel
2010come ricostruisce il Cane a Sei ZampeEni, «che era già titolare del blocco limitrofo 244, ha avviato negoziazioni con gli advisor finanziari internazionali di Malabu per l’acquisto di una possibile partecipazione nel Blocco OPL 245 dalla società Malabu».
Acquisto che va in porto nel 2011, quando ENI e Shell acquistano la concessione di tutto il blocco per 1,3 miliardi di dollari. 1,1 miliardi, secondo le ricostruzioni di una delle ONG all’origine dell’inchiesta, sono stati trasferiti alla Malabu -non allo Stato nigeriano, che avrebbe agito solo da tramite per Malabu-, allo Stato nigeriano sarebbero stati versati solo un miliardo e 92 milioni di dollari, quella che poi sarà considerata la tangente. Nel percorso di questi fondi, infatti, che hanno viaggiato per una moltitudine di conti e di banche, ci starebbe la vicenda, intricatissima, della più grande tangente petrolifera della storia.

L’accusa rivolta a ENI e Shell è di aver pagato questa tangente per ottenere l’assegnazione di OPL-245.
Le due società, ovviamente, negano, sostenendo che il prezzo dell’acquisto fu versato su un conto ufficiale del Governo nigeriano, e che il trasferimento di tale denaro su altri conti, in particolare su quello di Malabu, era al di fuori della sfera d’influenza delle società acquirenti.

Nel 2014 parte l’inchiesta italiana presso la Procura di Milano. In Nigeria, intanto, il Parlamento si occupa di Opl-245, e chiede al Governo di revocare la concessione, in quanto frutto di un accordo scarsamente trasparente e «non coerente con le migliori pratiche internazionali di business».
Nel frattempo le inchieste giornalistiche si sprecano nel tentativo di provare a ricostruire la vicenda.

Due anni dopo, nel 2016, la Procura chiude le indagini e a processo finiscono ENI, Shell, i vertici Eni, l’AD Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni, e altre 11 persone.
Il miliardo e 92 milioni di dollari formalmente versati allo Stato nigeriano sarebbero l’ammontare della tangente suddivisa tra politici, manager, faccendieri, mediatori italiani e nigeriani.
Nel 2018 parte il processo, che oggi sta attirando l’attenzione internazionale, visto che di mezzo c’è il colosso petrolifero tricolore in cui lo Stato italiano è il maggior azionista, e la preoccupazione degli operatori dell’indotto Oil & Gas è massima, come denuncia in un comunicato stampa di oggi Michele Marsiglia, Presidente di FederPetroli Italia.
Marsiglia parla di una vicenda che «verte su nomi di rilievo ma anche su piccoli e insignificanti nomi di pseudo faccendieri che per pura pubblicità si improvvisano super consulenti e mediatori del petrolio mondiale, a mio avviso l’obiettivo finale è quello poi di scrivere qualche libro. Viviamo la stessa situazione di altri mega scandali petroliferi che alla fine si sono conclusi senza sussistenza del fatto».
In effetti, questo
scandalo è stato proposto all’opinione pubblica come la più o meno solita storia di tangenti che vede implicati grandi imprese pubbliche -sempre più nel mirino dello sfascismo di moda e sempre meno oggetto di interesse nazionale percepito-, politici corrotti, faccendieri -non manca neanche tra i protagonisti il solito Luigi Bisignani. Quel che non è emerso, e che probabilmente neanche il processo riuscirà portare all’attenzione dell’opinione pubblica, è il ruolo della politica -non quella dei soliti ‘politicanti di serie B corrotti’, delle istituzioni, delle varieragion di Stato in quel Paese dove operano multinazionali petrolifere di svariati Paesi, si scontrano, qualche volta si intrecciano, il più delle volte agiscono in nome e per conto di governi.

La vicenda al centro dello scandalo si inserisce negli anni a cavallo tra la fine del regime guidato dal Presidente Sani Abacha, morto nel giugno del 1998 -poco prima vi era stata la riassegnazione del blocco OPL-245e l’avvicendamento di una serie di governi fino all’entrata in scena, nel 2010, del Presidente Jonathan Goodluck.
Alla fine del mandato di Goodluck, nel 2015, la Nigeria era un Paese con notevoli disequilibri, un gigante a due velocità, con situazioni del primo e quarto mondo insieme -un PIL in crescita, ma, causa la politica etnica del Presidente, che ha dirottato gran parte del surplus economico e del benessere verso la sua regione ed etnia di origine, con forti disuguaglianze tra i 36 Stati che la compongono-, disequilibrio che aveva una chiara connotazione geografica, etnica e religiosa. Il sud del Paese, a maggioranza cristiano, al centro di uno sviluppo economico senza precedenti, disoccupazione ai minimi termini, educazione di alta qualità accessibile alla maggioranza della popolazione, benessere diffuso. Situazione diametralmente opposta quella vissuta dal nord, a maggioranza mussulmano, dove sottosviluppo, analfabetismo, disoccupazione e mancanza di sevizi sanitari e sociali erano una drammatica realtà. A ciò si aggiungeva un clima di guerra al nord, con Boko Haram impegnato a dare vita a uno Stato Islamico, e lo scontro religioso ed etnico ben visibile nella gestione del potere. In questo scenario, Goodluck si muoveva nel tentativo di gestire le interferenze delle potenze occidentali (in primo luogo Stati Uniti, Francia e Inghilterra) che avevano come obiettivo proprio il petrolio. L’Italia era uno dei soggetti che con Eni era interessata all’oro nero.

Si consideri che nelle carte processuali vi sono tracce che chiamano in causa proprio i due Presidenti dell’inizio e della fine di questa vicenda, Sani Abacha e Jonathan Goodluck.
Abacha attraverso la famiglia era socio nella Malabu.
Circa
Goodluck, nei documenti processuali si annota che nel dicembre 2010 (Goodluck era in carica da maggio) il Ministro della Giustizia nigeriano,Mohammed Adoke Bello  «trova la via d’uscita per sbloccare la situazione, proponendoa Eni quella che sarà poi la soluzione finale adottata nel successivomese di aprile (2011): il governo nigeriano revocherà la licenza a Malabu e l’assegnerà ex novo a Eni (o meglio alla sua controllata Nae) e a Shell; Nae pagherà il prezzo concordato direttamente al Governo nigeriano, il quale lo gireràa Malabu, che rinuncerà a ogni pretesa sul blocco».
Altresì, si sostiene che da interrogatori risulterebbe che anche il Presidente Goodluck e il Ministro del Petrolio, Alison Diezani Madueke, sarebbero stati beneficiari di questa tangente, ma «gli esiti investigativi non hanno consentito di accertare pagamenti a questi due pubblici ufficiali nigeriani».

L’affare OPL-245 avrebbe, così, ‘attraversato’ ben 16 anni e 5 Presidenti.
I Tribunali definiranno le responsabilità, quel che non potranno affrontare, perché non è loro compito, e quanto sta dietro ai fatti, e la ‘questione morale’ insita in quella che viene spesso dipinta come l’opaca industria del petrolio.

Con Michele Marsiglia, uno che molto conosce, poco dice, molto fa, uno che le mani nel petrolio ce le mette tutti i santi giorni da oltre 20 anni, buon conoscitore del mondo che ruota attorno all’oro nero, proviamo andare al di là dell’inchiesta.

Presidente, quale idea si è fatto della vicenda OPL245?
A mio avviso ritengo che il tutto possa essere una bolla gonfiata ad arte che, purtroppo, in alcuni casi fa anche produrre costi allo Stato, mettendo la Magistratura in condizioni che investa allargando e continuando le indagini. Il Blocco petrolifero OPL245 in Nigeria è, si, grande, ma è spropositato un giro così esorbitante di denaro per ottenerlo. E’ come pagare un bene 60 volte il suo rendimento. La cosa non sta in piedi. Sono coinvolte nella vicenda sia ENI che SHELL. Sicuramente qualcun dentro e fuori dall’ENI si sarà fatto una vacanza premio ed è qui che la Magistratura deve, a mio avviso, scovare i furbetti. Ma viene da chiedersi, ENI ha bisogno di questi piccoli faccendieri di provincia per aggiudicarsi un giacimento? Nasco in ENI, conosco ENI da oltre 20 anni, è ridicolo.

Qualcuno negli ambienti romani e milanesi la definisce come ‘il fidanzato di Claudio Descalzi’ per diverse manifestazioni di vicinanza più volte esternate…
Preciso che ho una moglie da 25 anni, anche se, qualche settimana fa mi ha detto che se dovesse vedere la foto di Descalzi sul mio comodino, ormai è rassegnata! Mi fa sorridere e con Descalzi ne abbiamo riso davvero. Il tutto nasce da un rapporto di immensa riconoscenza umana e stima…….e di conseguenza anche aziendale. Devo a Descalzi un mio raggiungimento importante in una delicata vicenda in Medio Oriente, in particolare in Libia che, non è cosa da poco sia per me che per tutta la FederPetroli Italia. Ho un’educazione familiare che mi porta alla riconoscenza per chi mi ha aiutato personalmente e professionalmente, Descalzi è uno di questi. Poi ho un cuore democristiano, vuol dire che le persone in un momento di difficoltà non si abbandonano, né si prendono le distanze. E in questo momento mi sento ancor più forte di manifestargli la mia immensa vicinanza, come fatto più volte. Intendo sia a lui che a tutta la sua Famiglia. Non sono momenti belli, che per i ruoli che si ricoprono, purtroppo tutti noi conosciamo.

Qualcuno potrebbe pensare che si voglia colpire l’Italia, il suo sistema petrolifero. Cosa ne pensa? E soprattutto: chi è oggi interessato a colpire l’Eni per colpire l’Italia?
Si vuole colpire l’ENI, questo sicuramente, e di conseguenza l’uomo al timone di questa struttura. L’ENI è l’Italia, e più volte l’Italia è l’ENI, almeno nel nostro settore.
Consideri che con la nomina di Descalzi, l’Eni in pochi anni ha subito una trasformazione diventando un delle prime Compagnie Petrolifere mondiali. E’ stato attivato un processo di ristrutturazione radicale, sia in termini di sostenibilità ambientale che nella conversione di poli di raffinazione per carburanti Bio. Descalzi ha dato vita a un nuovo ciclo di energia pulito ed ecologico proveniente dalla lavorazione dei rifiuti, questo è stato giudicato il futuro dell’Africa, insieme all’Oil & Gas. Per non parlare del titolo azionario che viaggia a ritmi esponenziali per le nuove scoperte di giacimenti nel mondo. Tutto questo disturba e non poco. Già da anni viviamo con l’ENI una sorta di invidia petrolifera simile all’invidia dell’era Mattei, in Libia la cosa è evidente.

Lei nel comunicato di oggi parla delle nomine in vista nelle partecipate. Ci spiega cosa sta accadendo attorno alle nomine nel sottobosco della politica italiana?
Sta accadendo che non ci sono nomi per la successione, o meglio, il campo è ristretto, anzi ristrettissimo. Quando ho incontri romani spesso mi viene riferito, specialmente negli ultimi mesi, che qualcuno da San Donato continua a proporre il proprio curricula per una possibile successione. La cosa fa un po’ ridere. Si rischia una sostituzione con qualche manager indicato in velocità, ma che del settore non sa niente.
Per guidare l’ENI ci vuole un soggetto che sappia di Petrolio e di Energia e, che sappia fare ‘Relazioni’.
Sono più le strette di mani che i giacimenti.

Ecco, ‘strette di mani’. E’ quasi scontato che attorno al mondo del petrolio, come di qualsiasi altro grande business, si muova una quantità di faccendieri e similari. Ma non crede che esista una responsabilità di questo mondo nel non fare terreno bruciato a ‘figuri’ di questo genere?
Sicuramente in Paesi terzi esistono mediatori diversi, parlo principalmente dell’Africa, dove non esistono strutture Governative o Sistemi istituzionali come i nostri. Quindi è necessario parlare, discutere ed ovviamente dare peso a terzi che poi, alla fine, sono portatori di interesse. Ma esistono anche tanti buffoni che si improvvisano cercatori e mediatori di petrolio. Purtroppo la difficoltà non sta tanto nel riconoscerli, ma nel non credere alle loro parole e pesarle. Molte volte, però, è troppo tardi, e le mine vaganti sono già in azione.
Capisco anche la Magistratura, che il più delle volte si trova dinanzi a dichiarazione che per forza di cose inducono ad approfondimenti. Il più delle volte sono bufale.
Parlavo di Africa per fare un esempio, ma in Italia ce ne una lista infinita. La cosa positiva è che questi soggetti hanno vita corta, professionalmente e mediaticamente parlando.

Non è vero che lavorare in certi Paesi, e non soltanto in Africa, c’è necessità qualche volta, magari spesso, di venire incontro alle esigenze espresse da quelle realtà e dai suoi leader? E se è vero quel che dico, allora come si può stabilire un confine netto tra la benevolenza del ‘favore’ e quella che la magistratura definirebbe ‘tangente’? Insomma: bando all’ipocrisia, non serve una sincera, pacata riflessione su questo? E’ una questione morale, se vogliamo continuare a fare affari in giro per il mondo da porsi o no?
Antonio Di Pietro disse, durante Mani Pulite, che una consulenza il più delle volte è una tangente. Pensi quanto sia offensivo per me e per tanti che fanno il mio lavoro, sapere che un ex profilo istituzionale, e che all’epoca ha rappresentato un’alta schiera della Magistratura, pensi questo.
Io pago l’Iva, pago le tasse, lo faccio in Italia e qualche volta mi arriva anche qualche cartella esattoriale. Questa la giudica tangente? Certamente alcune zone sottosviluppate, come tante presenti in Africa, necessitano di scuole, strutture ospedaliere anche un semplice campo di calcio. In Libia i bambini di alcuni quartieri giocano con le granate. Se sponsorizzare attività extra come queste vuol dire essere un delinquente, sono fiero di esserlo. 
Le faccio un esempio: la Basilicata è la Regione in Italia con il più alto potenziale di idrocarburi sfruttati, dopo l’epoca di Enrico Mattei in Pianura Padana. La Basilicata è anche una delle Regioni in Italia dove per fare una mammografia o un esame specialistico si aspettano anni. Se una Compagnia Petrolifera finanzia la costruzione di un ospedale diventa corruzione? Allora è il ‘sistema’ che deve essere completamente riformato altrimenti fra poco finiamo tutti tangentisti.

E le responsabilità della politica estera del Paese, in questo caso dell’Italia, nel creare il clima perchè il ‘favore’ non diventi ‘tangente’, ne vogliamo parlare?
La tangente è italiana. All’estero esistono dei sistemi legislativi e che controllano la corruzione che sono ben regolamentati. Dove i fatti si dimostrano e si ravvedono nella loro illegalità, se ce ne sono. In Italia, invece, il più delle volte esisteste la ‘Giustizia’ astratta, che vive di organi giudicanti che vengono condizionati da altro.
Ho sempre detto che io non ho rispetto per la Magistratura, frase banale che tutti ripetono. Io ho rispetto per i Magistrati che fanno il loro dovere egregiamente, è una cosa ben diversa. E ne conosco tanti.
Poi il caso Finmeccanica in India di qualche anno fa è l’esempio più imbarazzante della nostra Nazione all’estero.

Quale l’idea che si è fatto dell’uomo Descalzi?
Una persona con grande moralità, dignità ed umiltà nonostante il ruolo che ricopre. Claudio Descalzi conosce la stima che ho in lui, e penso sia reciproca. Sicuramente ci accomuna la passione per il Petrolio, oltre a quella per il gioco del golf, ed una sorta di umiltà che prevale spesso confrontandoci.
Di mani potenti negli anni ne ho stretto tante, ma penso che con Descalzi sia diverso, ci sono delle cose che si avvertono, ma che è difficile spiegare, nei rapporti umani.
Sono convinto in una sua innocenza in questa vicenda, ma si sa che molte volte, se si è in una determinata posizione e alle dipendenze di qualcuno (parlo del passato di Descalzi), bisogna eseguire gli ordini dei superiori, previo possibile licenziamento.

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