mercoledì, Novembre 25

ENI: cosa succede realmente in Africa?

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Ieri, davanti alla Commissione per le Attività Produttive della Camera dei Deputati, si è avuta l’audizione informale dell’Amministratore Delegato dell’ENI, Claudio DescalziNella sua relazione, l’AD di ENI ha fatto il punto sulla situazione economica dell’azienda: nonostante la difficoltà di fare previsioni sull’andamento futuro del prezzo del petrolio, che rendono difficile fare piani a lungo termine, le prospettive per il colosso italiano dell’energia non sarebbero negative. L’attenzione dell’ENI, infatti, si sta rivolgendo sempre più al mercato del gas naturale, definito da Descalzi «il mercato del futuro», e punta a passare dai tre milioni e mezzo di tonnellate attualmente commercializzate a dieci milioni di tonnellate entro il 2020.

Parole positive sono state espresse da Descalzi anche riguardo l’occupazione e la sicurezza del personale. In particolare, l’AD ha espresso apprezzamento per i risultati ottenuti da Versalis, la sezione chimica dell’azienda che, fino a poco tempo fa, era in crisi e in odore di dismissione: non solo Versalis non verrà dismessa, ma, dopo anni di perdita, è tornata in attivo. L’ENI sarebbe l’unica azienda europea del settore energetico a non aver tagliato il personale durante gli anni di crisi (si parla addirittura di oltre cinquemila nuove assunzioni nel settore chimico); inoltre, due terzi del suo personale lavora in Italia.

È da notare anche il risultato positivo ottenuto sul dato della sicurezza sul lavoro: si parla di 0,3 incidenti per milione di ore di lavoro contro la media di 1,0 della concorrenza. A questo proposito, Descalzi sostiene che l’ENI è «da tre anni la prima società energetica petrolifera per la sicurezza sul lavoro», e questo nonostante operi in diversi scenari di crisi, come Libia o Nigeria.

Insomma, secondo l’Amministratore Delegato, dopo i sacrifici («due anni e mezzo di grandissimi lavori in apnea»), l’ENI sarebbe tornata a crescere ed avrebbe, per il futuro, importanti piani di investimento, soprattutto nei settori gas e luce.

Ci sono anche questioni critiche, però. Tanto per cominciare, Descalzi auspica che la Russia possa ampliare la sua collaborazione con gli Stati dell’OPEC e che gli Stati Uniti aumentino la produzione di petrolio. Poi c’è la questione del Qatar che, posto sotto embargo da tutti i suoi vicini (Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Bahrein), ad eccezione dell’Iran, ha grosse difficoltà nell’esportare il proprio gas. Il Qatar, infatti, è un grande produttore ed esportatore di gas naturale (in pratica la sua unica risorsa economica) ed è uno dei fornitori dell’Italia (in particolare dell’impianto di Rovigo): in quest’ottica, si capisce come la chiusura delle sue frontiere a causa dell’embargo imposto dai suoi vicini, possa costituire un danno per il nostro Paese.

Inoltre, la crisi del Qatar ha effetti collaterali anche sulla Libia, Paese che vede un forte impegno dell’ENI ma che è strettamente legato all’Egitto e che, di conseguenza, ha anch’esso chiuso i rapporti con Doha: in questo modo, gli investimenti del Qatar in Libia, che non erano trascurabili, sono venuti a mancare.

La situazione libica d’altronde, presenta diversi problemi. In primo luogo, c’è lo scontro tra le autorità di Tripoli, rappresentate dal Presidente Fāyez al-Serrāj, quelle di Bengasi, che fanno capo al Generale Khalīfa Haftar, e le varie tribù presenti nella zona del Fezzan (nel sud del Paese). Fino ad ora, ogni tentativo di trovare un’intesa è fallito a causa dell’incapacità dei mediatori di tener conto di tutte le parti in causa. In secondo luogo, ci sono gli interessi internazionali presenti in zona: se l‘Italia ha interessi soprattutto in Tripolitania, la Cirenaica è più allettante per gli interessi di Francia e Gran Bretagna.

Un altro aspetto trattato dalla relazione di Descalzi è quello che riguarda la politica ambientale dell’azienda. Innanzitutto, l’AD ha rivendicato l’impegno di ENI nella direzione dell’abbandono dei sistemi più inquinanti di estrazione, come il cosiddetto gas flaring (consiste nel bruciare le perdite dei gas che vengono provocate dalle procedure di estrazione del petrolio): attualmente, la gran parte del gas viene utilizzato per produrre l’energia necessaria all’estrazione stessa. In ogni caso, però, Descalzi ha fatto notare che la gran parte dell’inquinamento è attualmente causata dalle perdite che si verificano durante il trasporto del gas attraverso i condotti che, purtroppo, in molti casi presentano falle di varia natura. Anche in questo caso, i gasdotti gestiti direttamente da ENI sarebbero tra i migliori sotto questo punto di vista.

In ogni caso, per produrre l’energia necessaria all’estrazione, l’ENI starebbe puntando sempre più alle energie rinnovabili (soprattutto la solare) tramite accordi con Egitto, Tunisia, Algeria, Ghana e, in un prossimo futuro, Mozambico ed Angola.

Lo scenario esposto da Descalzi è in contraddizione con alcune informazioni che vedrebbero l’ENI coinvolta in estrazioni di petrolio dalle sabbie bituminose (pratica estremamente inquinante soprattutto a livello delle falde acquifere) in Nigeria e Congo Brazzaville.

Secondo fonti dell’associazione cristiana Africa Europe Faith and Justice Network (AEFJN) e dal Presidente dell’anti-corruzione nigeriana, Ibrahim Magu, l’ENI praticherebbe l’estrazione dalle sabbie bituminose in queste aree anche grazie ad accordi poco chiari con la politica locale e, in particolare, con il Presidente (dittatore) del Congo Brazzaville, Denis Sassou Nguesso.

A queste accuse, Descalzi ha risposto seccamente che si tratta di semplice calunnia: non esiste alcun documento delle autorità locali a supporto di queste accuse; inoltre, le attività svolte dall’ENI non riguardano in nessun modo le risorse idriche dei Paesi interessati. Resta comunque aperta la questione dei contatti tra l’ENI e le autorità di Paesi in cui la gestione della cosa pubblica è spesso soggetta a corruzione o i cui Governi si macchiamo di azioni criminali.

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