sabato, Maggio 25

Energia, i problemi che permangono

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In alcuni Paesi, il nucleare è considerato un ingrediente importante del futuro mix di generazione elettrica a bassa emissione di CO2 (sono in costruzione nel mondo 70 nuove centrali nucleari, e molte altre sono pianificate); in altri, la disponibilità di fonti rinnovabili (in particolare il potenziale eolico e/o idroelettrico) è sufficiente a disegnare scenari futuri senza nucleare; in altri ancora la costruzione di centrali nucleari è bandita tout court e non si registrano mutamenti di opinione”, queste le parole di Giuseppe Zollino, docente presso l’Università degli studi di Padova e direttore del Centro di Ateneo di Ricerca sulla Fusione.

Le centrali nucleari, attualmente, producono circa un terzo dell’energia elettrica e il 14 % dell’energia consumata nell’Unione Europea, ma dopo i disastri nucleari di Chernobyl e Fukushima, quello dell’energia nucleare è divenuto un tema molto complesso. Il ruolo del Parlamento europeo è, però, limitato, in quanto dispone solo di poteri consultivi, per cui, nonostante le direttive e le disposizioni, secondo le quali i Paesi dell’Unione Europea sono tenuti a promuovere le fonti energetiche rinnovabili, come l’eolico, il solare e la biomassa, per raggiungere gli obiettivi delle quote di energia verde, l’evoluzione e, di conseguenza, anche la percezione del nucleare varia da Paese a Paese.

Le direttive europee sono molto attente”, ci dice Marco Ricotti, docente al Politecnico di Milano e Presidente di Sogin, società che si occupa di smantellamento delle centrali e di impianti nucleari, “c’è una consapevolezza da parte di tutti i Paesi europei a impostare, e supportare, delle scelte strategiche che siano rispettose dell’ambiente e, certamente, l’Europa, negli ultimi anni, è leader in questa spinta politica”.

Gli strumenti, e le direttive, promossi dall’Unione Europea, sono molteplici: si va dalle misure per la promozione degli interventi di efficienza energetica, a quelle per favorire la diffusione delle tecnologie rinnovabili, ci spiega Zollino. “Oggi circa il 55% dell’energia elettrica prodotta in UE è senza emissioni di CO2 (29% nucleare, 26% rinnovabile), mentre il 45% viene da fonti fossili (20% a carbone, 15% a gas ed il 9% a prodotti petroliferi); l’Energy Roadmap al 2050 prevede che per quella data il 95-98% dell’energia elettrica sia carbon free. Gli scenari della roadmap sono numerosi, e, a seconda delle ipotesi, prevedono diversi mix elettrici, in cui rinnovabili e nucleare sono sempre presenti, pur con diverse percentuali”.

Tra le iniziative, il 9-10 Aprile scorso, a Roma, si è tenuto il G7 Energia, sulla sicurezza energetica, durante il quale i Ministri dell’Energia di Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Regno Unito, Stati Uniti d’America, nonché il Commissario Europeo per il Clima e l’Energia, si sono riuniti per discutere circa i progressi sul tema, a partire dalla riunione di Kitakyushu del 2016 e dall’entrata in vigore dello storico accordo di Parigi (UNFCCC). Tuttavia, non si è arrivati ad un accordo comune, poiché “tutti i ministri, tranne quello americano, hanno confermato l’impegno di mettere in atto le politiche necessarie a limitare, ben al di sotto di 2 gradi, l’aumento della temperatura terrestre media globale, attraverso la decarbonizzazione del settore energetico e tutti i ministri, nessuno escluso, hanno ribadito che la transizione energetica deve essere basata sulla diffusione di tecnologie energetiche a bassa emissione di CO2”, ci spiega Zollino.

Il 21 Maggio scorso, la Svizzera ha votato, con una maggioranza del 58,2%, Sì al referendum per l’abbandono graduale dell’energia nucleare, entro il 2050, dopo la chiusura a fine vita di quelle già attualmente in esercizio, e per la promozione di energia rinnovabile.

Quello della Svizzera è l’ultimo caso, ma già anche l’Italia, dopo Chernobyl, e la Germania, dopo Fukushima, avevano deciso di abbandonare il nucleare una volta terminata la vita ultima operativa delle centrali.

La Francia, invece, possiede 58 reattori, i quali soddisfano quasi l’80% del fabbisogno di energia elettrica. Nel panorama europeo, la Francia è quella che utilizza più a fondo il nucleare per la produzione di energia elettrica e, probabilmente, continuerà a usarlo. “Ma, allo stesso tempo sta producendo una intensa campagna di promozione per l’utilizzo di energie alternative, per esempio quelle solari”, ci spiega Giuseppe Vella, docente presso l’Università degli studi di Palermo, “ma non in contraddizione con il nucleare, bensì a concorso con quella parte”, per utilizzare una politica complessiva, un mix energetico, cioè dare e sviluppare le energie rinnovabili, senza abbandonare il gas e, allo stesso modo, senza abbandonare l’energia nucleare. “Io penso che la miglior soluzione sia quella di un mix, di un mix adeguato al Paese e alle sue risorse”, continua Vella.

La Francia, secondo Zollino, è, infatti, il Paese europeo più virtuoso dal punto di vista delle emissioni di CO2, almeno per quel che riguarda la generazione elettrica; “le emissioni specifiche sono infatti pari ad appena 40 grammi di CO2 per ogni chilovattora prodotto, mentre la media europea è 340, in Germania 510, in Italia 360, in Spagna 255. Questo grazie ad un mix di generazione inusuale, in cui la quota nucleare è predominante (77% nucleare, 12% idroelettrico, 4% eolico, 1% fotovoltaico, 5% a gas e 1% a carbone)”.

Il nuovo Presidente Emmanuel Macron, continua Zollino, ha assicurato l’abbandono del carbone entro il 2023, “obiettivo piuttosto simbolico, visto il modestissimo contributo attuale, e la riduzione della quota nucleare a partire dal 2025, rinunciando alla sostituzione di una parte delle centrali oggi in esercizio, mano a mano che arriveranno a fine vita. C’è da augurarsi che, se la promessa sarà mantenuta, la sostituzione avvenga con impianti a fonte rinnovabile; altrimenti la transizione francese, che tanti auspicano per partito preso, aumenterebbe le emissioni di CO2 anziché diminuirle”.

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