lunedì, Gennaio 27

Emilia Romagna: Governo sull’orlo di una crisi di nervi? Emilia Romagna, quella sorta di Italia concentrata, se cede, ‘tutti a casa’, intanto i problemi a breve, dalla giustizia alla legge elettorale

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Chi lo sa se Bologna, la «vecchia signora dai fianchi un po’ molli» per dirla con Francesco Guccini, ancora una volta saprà «quel che conta e che vale…dov’ è il sugo del sale…». Chi lo sa che sarà capace di combinare, nel segreto di un’urna elettorale «…questa specie d’uomo vero, aperto, finto, strano, chiuso, anarchico, verdiano. Brutta razza, l’emiliano!», come cantano Lucio Dalla, Guccini e Gianni Morandi.

Si deve alla sapida penna di Edmondo Berselli la ‘descrizione’ di questa regione: «Una sorta di Italia concentrata, di super-Italia». Con micidiale ironia Berselli parlava dell’Emilia come «dell’unico luogo al mondo dove il socialismo reale era riuscito a funzionare». Aveva una straordinaria capacità rabdomantica, Berselli, e con molto anticipo coglieva umori e tic della società in cui era immerso; ma se n’è andato vent’anni fa. Vent’anni sono tanti, cambia il mondo, cambia l’Emilia-Romagna. Il rosso delle bandiere in piazza è un pallido ricordo. Vent’anni fa l’Emilia-Romagna (che già presentava qualche segno di sfaldamento) era «una terra dai confini indefiniti che è il Sud del Nord e il Nord del Sud: qualcuno la chiama Emilia. Due passi più in là prende i colori della Romagna e dell’Adriatico fino a Pesaro. Di là il crinale appenninico. Guarda con curiosità Milano. Passa il Po ed è di casa a Mantova. È una terra di nichilisti ed empirici, balzani e creativi, cordiali e collerici come i pittori lunatici e naif che narrano la pianura. Questa regione è una sorta di Italia concentrata, di super-Italia. Gli emiliani sono un popolo di iper-italiani».

L’Emilia-Romagna è la quarta, decisiva tappa, di un grande slam che comincia il 12 gennaio: quel giorno scade il termine per presentare la richiesta di referendum sulla riforma costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari. Le firme necessarie (un quinto dei senatori) pare proprio sia stato raggiunto; per cui gli italiani saranno probabilmente chiamati a decidere se vogliono questa riforma pasticciata, o come altre volte hanno fatto, la respingeranno al mittente.

Il secondo importante step è quello del 15 gennaio: quel giorno si riunisce la Corte Costituzionale, chiamata a decidere se sia ammissibile o meno il referendum abrogativodel metodo proporzionale nell’attribuire dei seggi in collegi plurinominali nel sistema elettorale della Camera e del Senato’. Un quesito proposito dalla Lega; se la Consulta darà l’OK si verrà chiamati a decidere se eliminare o meno dal Rosatellum la quota proporzionale con le liste bloccate. In caso affermativo, i parlamentari verranno eletti in un collegio uninominale.

Terzo appuntamento: la giunta per le immunità del Senato è chiamata a decidere l’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini per la vicenda del blocco della nave Gregoretti. In ogni caso il leader della Lega ne uscirà bene: o gli si darà ragione, oppure gli si regaleranno i panni della vittima perseguitata.

Si arriva così alle elezioni in Calabria e in Emilia-Romagna, il 26 gennaio. Altro che voto regionale!

Quella ‘brutta razza d’emiliano’ sa cosa lascia: nel 2018, secondo uno studio di Unioncamere, tra le prime dieci province italiane per valore aggiunto pro-capite, ben quattro sono in Emilia-Romagna. Dopo Milano e Bolzano, ecco Bologna. Nel triennio 2014-2017 il PIL è balzato dall’1,68 all’1,98. Se questa è l’economia, la tasca, la ‘roba’, come spiegare che c’è la non remota possibilità che si scelga quello che è ignoto, una via ‘nuova’ e certamente diversa da quella da anni collaudata? Come si spiega questa insofferenza di molti, e l’indifferenza di tanti?

Si dice che il movimento delle ‘sardine’ ha saputo conquistare il cuore di molti, e fatto ritrovare il gusto di manifestare, scendere in piazza pacificamente, tornare a briciole di impegno. Ma se c’è stato bisogno di un movimento come quello delle ‘sardine’ per questo recupero, è un ennesimo segnale di debolezza dei partiti e dei movimenti che dovrebbero davvero e seriamente interrogarsi su quello che sono (e quello che non sono).

E’ tempo, per il Governo e non solo, di verifica. Ineludibile. Lunga. Complessa. La instabile e friabile maggioranza che si è raggiunta in Parlamento ha il fiato corto, dilaniata da una quantità di veti incrociati, e interessati distinguo.
Non è ancora molto chiaro in che cosa consiste l’evocato ‘nuovo cronoprogramma’ di Giuseppe Conte. Il Paese è inchiodato nellacrescita zero’, seduto, impantanato. E’ uno spettro che si aggira e si finge di non vedere, ma abbiamo un debito pubblico altissimo, ogni anno chiede ai mercati di finanziarlo per 400 miliardi di euro. Conte aveva scommesso sul reddito di cittadinanza e pensioni con Quota 100, provvedimenti grazie ai quali si sarebbe usciti dalla stagnazione. Non è arbitrario parlare di sostanziale flop. Il precedente Ministro dell’Economia e delle Finanze Giovanni Tria aveva assicurato una crescita che nessuno ancora vede. Si sostiene ancora che grazie al reddito di cittadinanza è stato abbattuto ben il 60 per cento della povertà. Di quale Paese si sta parlando? Non certo dell’Italia. Vogliamo parlare dell’IVA? Le clausole da 23 miliardi per il 2020 sono state disinnescate; e questo pericolo evitato lo si è spacciato come una riduzione delle tasse. Più propriamente, non se ne pagano altre. Ma per il 2021 e 2022?

Bussano alla porta clausole per ben 47 miliardi. Che si pensa di fare?
Nel suo messaggio di fine anno il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha esortato alla ‘cultura della responsabilità’. I destinatari sono i tanti inquilini disseminati tra palazzo Chigi e gli altri centri del potere, quello istituzionale e quello reale.

Il segretario del Partito Democratico, Nicola Zingaretti, gioca una partita molto delicata: punta le sue fiches su Conte, che sempre meno può fare affidamento sul Movimento 5 Stelle, quanto mai ‘liquido’ e incontrollabile.

La sospirata e annunciata verifica avrà luogo alla fine di gennaio. Nel frattempo, il vertice sulla giustizia: le divergenze tra PD e M5S sono profonde. I grillini fermi nell’intenzione di non toccare il blocco della prescrizione sine die dopo il primo grado di giudizio, entrato in vigore il primo gennaio. Il PD che chiede «tempi certi per i processi. Quello che non può andare è un processo che dura tutta la vita: non è giusto per gli imputati ma anche per le vittime dei reati». Un solco, quello che divide Zingaretti, Alfredo Orlando, Walter Verini da Luigi Di Maio e Alfonso Bonafede, difficile da colmare.
Matteo Renzi con la sua Italia Viva soffia sulle braci
: ha tutto da guadagnare se si andrà avanti con la proposta di legge che il PD ha presentato a fine dicembre, e che in commissione potrebbe essere accorpata con quella analoga di Forza Italia, elaborata da Enrico Costa. In quei testi si prevede che la sospensione della prescrizione non possa superare i tre anni e mezzo; e in Parlamento potrebbe trovare facilmente una maggioranza trasversale.

Ci sono poi altri nodi’; per dire: la concessione ai Benetton per Autostrade, e la riforma della legge elettorale; la maggioranza promette di presentare un testo condiviso tra l’8 e il 9 gennaio, prima del pronunciamento della Consulta. Due le ipotesi di proporzionale ‘corretto’: il primo con soglie che variano dal 3 all’8 per cento, a seconda della grandezza delle circoscrizioni; e un proporzionale classico con soglia di sbarramento nazionale al 5 per cento. Di Maio e Renzi puntano su quest’ultimo. Zingaretti si limita a dire: «Purché la soglia resti al 5 per cento».

Come sia, il significato del faccia-a-faccia tra Di Maio e Zingaretti ha un chiaro significato politico, e lo si indovina dal comunicato a fine incontro, «sul percorso da avviare per definire i prossimi obiettivi di Governo». In sostanza dicono: siamo noi che decidiamo la road map della verifica. A Conte non resta che far buon viso al gioco altrui: «E’ giusto ed è un bene che gli alleati si parlino e si confrontino. Ciò renderà più facile trovare una sintesi e scrivere insieme l’agenda 2023».

Per il 13 e 14 gennaio Zingaretti riunisce nell’abbazia San Pastore di Greccio, vicino Rieti, ministri, parlamentari, sindaci, la spina dorsale del Partito; ma è evidente che i conti veri si faranno dopo il voto Emilia-Romagna. Se la regionerossacede, sarà un tutti a casa’.

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