domenica, Settembre 27

Elon Musk ha mandato su Marte la sua Tesla Un progetto dI dimensioni colossali sta trasportando tutta la sua tecnologia, ma anche un carico assai bizzarro, verso le mete del futuro

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Con un fisiologico ritardo dovuto ai venti tropicali che stanno flagellando le coste meridionali degli Stati Uniti, il Falcon Heavy realizzato dagli ingegneri di Elon Musk è partito stanotte (15:45 ora locale della Florida) per un viaggio entusiasmante verso Marte, con i 27 motori che potenziano l’intero sistema e il boato dei suoi costruttori che hanno seguito con ansia tutte le fasi dalla fabbrica della California. Nei prossimi giorni, come nostra abitudine, cercheremo di approfondire il significato di questa missione e comprendere, assieme ai nostri lettori, quanto sta realmente accadendo nel mondo delle tecnologie spaziali.

Oggi però dobbiamo restare a guardare incantati un colosso che si maestosamente dal Pad 39A della base di lancio di Cape Kennedy, il sito utilizzato per le missioni che portarono i primi astronauti sulla Luna e da cui sono state realizzate le partenze degli Space Shuttle. Occorre immaginare che oltre quel soffitto di stelle che guardiamo ogni notte serena dai balconi delle nostre case, un progetto dalle dimensioni colossali sta trasportando tutta la sua tecnologia, ma anche un carico assai bizzarro, verso le mete del futuro. Là dove forse i nostri pronipoti stabiliranno una nuova comunità di umani, diversi fisicamente da noi, ma come noi determinati a espandere le nostre frontiere e tutte le ambizioni del genere che ci appartiene.

Prima di entrare nell’argomento, però, ci preme restare in una curiosa realtà, sull’isola di Merritt al bordo dell’oceano Atlantico, con le sue spiagge a 45 minuti di macchina da Cocoa Beach, località di mare molto frequentata da giovani che la sera si ritrovano sorseggiare cocktail, scolarsi pinte e pinte di birra e mangiare aragoste e insalate ammirando il tramonto che da quelle parti è veramente unico. Sembra quasi uno spettacolo italiano…

Da quella base l’Aeronautica degli Stati Uniti lanciò il primo razzo sub-orbitale, nel 1957, e là furono testati i Redstone, gli Jupiter, i Pershing, i Polaris, ovvero armi micidiali, ma anche gli Atlas ,i Thor e i Titan. E poi i grandi programmi lunari; Mercury, Gemini, Apollo. Ovvero il sunto di una storia straordinaria e irripetibile. E ora Falcon Heavy, che a parere di qualcuno rappresenta un nuovo libro della ricerca spaziale americana, passata in un mezzo secolo dalle prime incisioni su pietra alla scrittura digitale. La Luna. Marte.

Il Falcon Heavy è un lanciatore in grado di trasportare oltre 54 tonnellate di carico utile in orbita bassa. Il vettore, però, è stato progettato per portare astronauti per raggiungere la Luna e Marte, con sollecitazioni molto basse. Il carico trasportabile dal lanciatore è più o meno lo stesso del Saturn C-3, progettato nel 1960 per lo scenario di rendezvous in orbita terrestre. Ieri, dopo il lancio, i booster laterali derivati dal primo stadio del Falcon 9 Full Thrust, sono stati recuperati alle landing zone, dove sono atterrati come da programma, rilasciando il pezzo forte. Il patron della Space Exploration Technologies (SpaceX) aveva annunciato per la prima volta i piani per il Falcon Heavy nel 2011, dicendo che in un paio di anni il grande razzo sarebbe stato pronto. Una fanfaronata, assolutamente coerente al personaggio che rappresenta l’azienda, ma alla fine il successo fino ad ora è stato completo. Ora il razzo vettore è in viaggio verso Marte con una stiva piena.

Siamo abituati che queste missioni portino strumenti di estrema delicatezza, necessari per indagare le condizioni per il transito o la navigazione oppure per effettuare rilievi necessari all’atterraggio di sonde o esseri viventi. Ma questa volta il Falcon di Musk ha imbarcato una vettura, un’automobile Tesla Roadster, ancora poco nota in Italia, che sarà il primo veicolo della storia ad andare nello spazio.

Una esibizione bizzarra di tecnologia dell’altro mondo?
È facile svirgolare tutte le battute, e a noi europei appare veramente incredibile finanziare una missione così imponente per una dimostrazione di potenza. La mentalità americana dà questi presupposti quasi per scontati, e del resto l’allunaggio di tutti gli equipaggi di Apollo servì principalmente a dimostrare che l’America poteva fare quello che gli altri popoli non erano nemmeno riusciti a pensare.
Dare giudizi affrettati ora è superfluo. Una riflessione molto interessante su questo tema è quella di Alice Gorman  della Flinders University di Adelaide.

Così, quando il diaframma dello stadio centrale si è aperto, mostrando alle telecamere opportunamente piazzate una macchina rossa con tanto di manichino in tuta spaziale, l’americanata è stata confermata, ma anche il programma, veramente ambizioso, che prevede la separazione dall’ultimo stadio e l’ingresso in un’orbita molto ampia intorno al Sole che darà la spinta necessaria per posizionarsi in quella di Marte. Una rotta lunga per miliardi di chilometri.

La vettura, immaginiamo priva di un inutile motore elettrico e di tanti altri appesantimenti  -ma forse un semplice simulacro in materiali leggeri- resterà in orbita a lungo e in un futuro piuttosto lontano dovrebbe polverizzarsi entrando in atmosfera, altrimenti rischierebbe di essere la prima macchina a deturbare il ferroso territorio marziano.

Non ce ne voglia, il signor Musk a cui va tutta la nostra ammirazione: la sua missione sarà un successo e già SpaceX ha un contratto per portare in orbita entro quest’anno un pesante satellite dell’Arabia Saudita, utilizzando proprio un Falcon Heavy. Molti altri produttori potrebbero scegliere SpaceX per i loro satelliti più ingombranti o per trasportarne un maggior numero per volta in orbita e la stessa NASA potrebbe iniziare a valutare piani alternativi anche per missioni a lunga distanza con sonde automatiche, per esempio verso Marte.

A breve cercheremo di esporre le nostre considerazioni proprio su questo tema, che ha su di sé forti problematiche sia di natura etica che strategica.

 

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