domenica, Maggio 26

Élite nascoste, politicanti al Governo senza politica e un Calenda insipido La ‘chiamata a raccolta’ di chiunque lo voglia ad una sorta di raduno pasticciato e indistinto contro un nemico comune di Calenda spiana davanti a Salvini e Di Maio un’autostrada, su cui non sanno guidare

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Si dice spesso, da qualche tempo, che le élite hanno mancato il loro compito di guida della società politica moderna. Può darsi che sia anche vero, a me sembra che in realtà le élite hanno finito per doversi in qualche misura nascondere, attaccate, magari non coscientemente, da un lato, da strutture politiche, partiti, sempre più esclusivamente strutture di potere, finalizzate solo al potere e incapaci di cogliere le trasformazioni della società, ma anche di fornire alla società gli strumenti per la coscienza del proprio ruolo e della propria storia -il crollo della spesa pubblica nell’istruzione e nelle cultura e la burocratizzazione della scuola, ne sono un esempio plateale-; dall’altro, da una società civile sempre più insicura e trascurata e quindi arrabbiata e incapace di comprendere la propria storia, anche grazie al fallimento della scuola, che è stata facile preda dei richiami populisti e superficiali, del ‘vaffa’ generico e universale, di una richiesta di ordine, del proprio interesse immediato, senza prospettiva. Quella visione miope e in realtà solipsista, isolata, della propria esistenza, che permette di chiamare il diverso ‘frocio’, ‘finocchio’ o ‘negro’, alla ricerca di unordine’, appunto, rassicurante perchétradizionalee semplificato -specialmente semplificato- tutto racchiuso in un tweet o in unadiretta Facebook’! O peggio del peggio la volgarità di quel tweet di Boschi «Dice Di Maio che col reddito di cittadinanza da oggi cambia lo Stato Sociale. La colonna sonora infatti diventa ‘Una vita in vacanza’», cui risponde l’ancora più orrendo «Tutti la odiano», per non parlare del commento sprezzante alla morte per affogamento, oggi quando nessuno li soccorre, di centinaia e centinaia di persone: questa è la nostrapolitica’. Perdonatemi: che schifo!

Il resto lo ha fatto un ceto politico sempre più distante dalla realtà, sempre più affaristico in senso deteriore, sempre più falso e privilegiato, sempre più cattivo che, bene che vada, ‘parla d’altro’ piuttosto che dei problemi di ogni giorno, e che, nel migliore dei casi, afferma assurdamente che: «Non esiste un’equa distribuzione della ricchezza senza un’equa distribuzione della conoscenza», come è scritto nel documento di cui più avanti, affermando cioè che c’è chi ‘distribuisce’ la conoscenza; forse solo uno ‘svarione’ espressivo, ma micidialmente rivelatore della mentalità che sottende.
Ha finto, quel ceto politico, di porsi problemi generali, magari promuovendo a rappresentare un vagobene’, personaggi essi stessi privilegiati e corteggiati ma staccati dalla realtà quotidiana. Il grido, per quanto organizzato, della gente ad Afragola contro Roberto Saviano ne è un esempio emblematico; nel bene o nel male, a torto o a ragione, Saviano è visto per quello che, in realtà finisce per essere, di fatto, uno chevive di anticamorra’ … non era Leonardo Sciascia a suo tempo che parlava di professionisti dell’antimafia’, non per dire che rubavano, ma per dire del loro distacco dalla realtà quotidiana; non per dire che erano mafiosi, ma che non ne comprendevano la realtà sociale. Eh sì, perché combattere la camorra è buono e giusto e doveroso, ma la camorra si combatte sì parlandone e denunciandola, ma molto meglio e più combattendola sul terreno con la Polizia, riconquistando il territorio, come si dice, ma anche (e forse principalmente, anzi, senza forse) respingendo il lavoro nero, pretendendo le ricevute fiscali, e poi fornendo alternative di vita concreta, quotidiana e dignitosa, a chi ne è vittima diretta, se subisce attentati, o indiretta (ed è la stragrande maggioranza) perché ne subisce la povertà indotta. Perché mafia, camorra, eccetera, significano povertà e miseria ed esercizio del potere verso i miseribeneficati’, che talvolta baciano la mano.
Il messaggio, molto brutto, di chi urlava contro Saviano, baciando le mani a Matteo Salvini, era, in gran parte, proprio questo. In parte, caro Salvini, in parte. Lo dico senza volontà critica, ma, anzi, collaborativa: sono pronto perfino a credere alla buona fede di Salvini. Chi gli baciava le mani era, certo, lieto dei cinquanta poliziotti in più, ma forse (nascostamente?) anche più lieto che tutto si risolvesse in cinquanta poliziotti o anche mille in più. Perché la camorra o la mafia, si combattono con la politica, non solo con i poliziotti: se la politica non c’è, i poliziotti non servono, o sono una buona scusa (‘non bastano nemmeno loro’!) quando non siano addirittura una fonte di guadagno!

In questo senso, la cosa evidente e chiarissima agli occhi di chi voglia guardare la realtà per come è, è che la politica di questo Governo, 5S e Lega, non c’è. Distribuire soldi a pioggia e mandare qualcuno in pensione prima, forse allevia i problemi di qualcuno, forse permette a qualcun altro di aggiungere qualcosa al suo magro reddito in nero, ma irrita chi vede che la relazione con il lavoro non c’è (è ridicolo pensare che da qui a un anno o due, si possano dare tre o quattro milioni di posti di lavoro, no?) e chi potrebbe vedere in ciò solo un modo per confermarli nella situazione in cui sono.
I nobili di un tempo passavano tra la folla stracciata gettando monete dalle carrozze, ma non ne miglioravano la povertà! Non è un caso che, con quella sua sensibilità ‘animalesca’ per la politica, Salvini abbia platealmente rifiutato di impugnare il ridicolo cartello autocelebrativo (ma ve lo immaginate Macron o la signora Merkel, o anche, che so, Togliatti, De Gasperi fare una sceneggiata simile?) per ‘limitarlo’ a ‘quota 100’. Dopo di che è andato ad Afragola ad essere applaudito. O è scemo, o ha intuito politico da vendere.

Non è chiaro a cosa possa portare il corteggiamento perfino ingenuo di certe riunioni dell’establishment ‘che conta’ con questa ‘nuova politica’, o meglio, con la sua parte più retriva, ma meno parolaia di essa. È solo la resa a mani alzate al nuovo potere, in cambio di una partecipazione alla divisione delle spoglie, se ce ne saranno, una resa senza nemmeno l’onore delle armi, solo del buon Prosecco!
Ma nemmeno, francamente, lachiamata a raccoltadi chiunque lo voglia ad una sorta di raduno pasticciato e indistinto, organizzato da chi, pur magari di valore -parlo di Carlo Calenda e dei suoi supporter- è l’esatto opposto dei ceti popolari che si spellano le mani ad applaudire Salvini e, ancora per poco, Di Maio.
Certo, meglio della resa senza condizioni, ma come e chi può colpire il solito stanco e rituale riferimento, con frase finto-moderna, al ‘welfare quattro punto zero’? Basterebbe questa banalità, questa frase fatta, cretina e priva di senso e specialmente di contenuto, per squalificare, ahimè, l’intero progetto. Che si riduce dichiaratamente ad una sorta di squallido cartello elettorale tanto che: «all’indomani delle elezioni, la scelta degli eletti di aderire … a gruppi parlamentari europei diversi, lungi dal costituire un problema, rappresenterà l’anticipazione di una rifondazione delle grandi famiglie politiche europee che dovrà necessariamente avvenire lungo una nuova linea di frattura: quella che separa i sovranisti illiberali dagli europeisti democratici». Come dire, troviamo anche noi un nemico comune e poi ognuno per sé. E la politica, il progetto?

Ah, certo: «Le prossime elezioni europee saranno il momento decisivo per dimostrare che vogliamo rimanere saldamente in Europa e in Occidente», perché «Per rimanere in Europa non bastano dichiarazioni di intenti, servono politiche per la crescita e lo sviluppo sociale capaci di ridurre il divario, significativamente aumentato negli ultimi trent’anni, con gli altri grandi Paesi dell’Unione»: chi scrive ciò è stato al Governo negli ultimi trent’anni, o sbaglio?
Di nuovo, tutti insieme contro qualcuno o qualcosa, per restareumilmentein Europa. Eh sì, ‘umilmente’, perché in quel lungo documento -cui (certe volte uno si domanda se sanno quello che fanno) si può aderire, ma restando sconosciuti … conteranno solo i big!- si afferma che siamo noi italiani ad avere fatto male (il che è indubbio), ma l’Europa no? Così si riproduce esattamente quella dicotomia perniciosa (della quale ho spesso parlato) che in tanti anni -durante i quali si ripeteva ‘lo vuole l’Europa’, ‘lo dice l’Europa’, ‘le regole dell’Europa’- ha allontanato il popolo dall’Europa e ha permesso lo sviluppo di una mentalità ‘anti’-Europa, salvo a godere, magari inconsciamente, dei vantaggi … esattamente ciò che in quello stesso documento viene rimproverato ai Paesi dell’Europa orientale.

Poi, certo, qualche proposta c’è (non molto più della difesa comune, uffa!!), ma deboli, generiche (la ‘leadership scientifica europea’), approssimative (‘meno deficit e più bilancio europeo’). Certo, per ‘scaldare gli animi’ dei futuri votanti, si afferma senza ridere: «Una dura lezione che molti governi occidentali hanno imparato negli ultimi anni è che una robusta crescita economica non si accompagna necessariamente a un’equa distribuzione della ricchezza, delle opportunità e del progresso complessivo della società» … ma tu guarda, nessuno ci aveva mai pensato! Ma non è esattamente questo che dovrebbe fare la politica, non è esattamente quello che diceva un paio di secoli fa un certo Carlo? Ah no, noi siamo moderni (anzi post-moderni, se solo sapessi che diamine significa!), queste cose non sono nel nostro DNA … tanto per restare nelle solite frasi fatte.

Vedremo cosa ne accadrà di questo progetto, ma se resta così, un grosso cesto in cui c’è tutto e il suo contrario, Salvini e Di Maio hanno un’autostrada davanti, un’autostrada su cui, però, è evidente a tutti che non sanno guidare.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.