lunedì, Novembre 11

Elezioni in India: Modi ed il suo nazionalismo religioso verso la riconferma? Ecco come arrivano al voto Narendra Modi (BJP) e Rahul Gandhi (INC), ne parliamo con Ugo Tramballi

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Dal prossimo 11 aprile fino al 19 maggio si terranno le elezioni parlamentari in India. Circa 900 milioni di elettori, che fanno dell’India la più grande democrazia del mondo, saranno chiamati ad esprimere le loro preferenze per il rinnovo della Lok Sabha, il Parlamento indiano.  

552 è il numero massimo dei seggi disponibili di cui è composto il Parlamento, così suddivisi: fino a 530 per i rappresentanti degli Stati; fino a 20 per rappresentanti dei sette Territori dell’Unione; non più di due per quelli della Comunità anglo-indiana, i quali vengono nominati direttamente dal Presidente se, a suo avviso, tale comunità non è adeguatamente rappresentata in aula. Ovviamente, ognuno dei 29 Stati che formano la Repubblica indiana sarà rappresentato in Parlamento da un numero proporzionale di deputati in base alla dimensione della popolazione.

Data la composizione del Paese, dunque, per garantire ad ogni cittadino la sicurezza e la possibilità di esprimere il proprio voto, la votazione durerà oltre un mese e la fine dello spoglio delle schede è prevista per il 23 maggio, quattro giorni dopo la chiusura delle cabine elettorali.

Contemporaneamente, si terranno le elezioni statali in Arunachal Pradesh, Andhra Pradesh, Sikkim e Odisha.

Saranno circa 8.000 i candidati  alle elezioni parlamentari, ma a contendersi la scena saranno solamente in due: l’attuale Primo Ministro, Narendra Modi, leader del BJP (Bahratiya Janata Party – Partito del Popolo Indiano) e Rahul Gandhi, Presidente dell’INC (Indian National Congress).

Modi arriva dal trionfo elettorale del 2014, quando è riuscito a conquistare 282 seggi (31% dei consensi). Il premier indiano, però, non ha rispetto a fondo le promesse di industrializzazione fatte durante la campagna elettorale che lo ha poi condotto ad una vittoria schiacciante. Infatti, sebbene abbia avviato un processo di riforme economiche importanti e abbia provato ad incoraggiare le iniziative imprenditoriali attraverso progetti come Make in India, si è dovuto scontrare con una forte disoccupazione giovanile, a cui non è riuscito a porre rimedio, e con la rabbia degli agricoltori che più volte sono scesi in piazza per chiedere l’eliminazione dei debiti agricoli e maggiori profitti per i loro prodotti.

Modi ed il suo partito si contraddistinguono per una retorica ultranazionalista che, se da una parte permette al capo del Governo di accrescere i propri consensi, dall’altra, sta creando profonde divisioni ideologiche in un Paese che è la patria per eccellenza del multiculturalismo.

Sull’altro fronte, invece, Rahul Gandhi, raccogliendo il testimone dalla madre Sonia, ha provato a ristrutturare e rinnovare un partito, l’INC, completamente annientato dopo le parlamentari di cinque anni fa, quando è riuscito ad ottenere solo 44 seggi con il 19,31% dei voti. Una sconfitta senza precedenti per il partito che ha condotto l’India all’indipendenza e l’ha portata verso la contemporaneità. Alle elezioni statali svoltesi in Chhattisgarh, Madhya Pradesh, Mizoram, Rajasthan e Telengana tra il novembre ed il dicembre scorsi, il rampollo della dinastia Gandhi ha rilanciato l’INC attraverso alleanze con i partiti regionali: strategia che ha portato dei frutti dato che il BJP non è riuscito ad aggiudicarsi nessuno dei cinque Stati.

La natura socialdemocratica dell’INC – il quale si sta impegnando a garantire misure a favore delle fasce povere e più deboli della popolazione indiana – fa sì che questo sia un partito più inclusivo del BJP, nonostante ciò, è Modi ad essere dato da molti come il vero favorito, anche se non con le stesse percentuali del 2014.

Per comprendere meglio il clima politico indiano e quali sono i temi caldi che faranno da cornice allo scontro elettorale, abbiamo intervistato Ugo Tramballi, editorialista de ‘IlSole24Ore’ e responsabile del Desk India presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale).

 

Modi viene da una vittoria schiacciante, quella del 2014, ma ha eroso i consensi col tempo e ha dovuto fare i conti con una batosta alle recenti elezioni statali di novembre. Nonostante ciò è dato da molti come il favorito. È veramente così? Si va verso una replica del 2014?

Da circa la metà degli anni ’70, quando con la sconfitta di Indira Gandhi alle elezioni finì il monopolio del National Congress, c’è una notevole alternanza all’interno della democrazia e del sistema politico indiano. Non dimentichiamo che votano circa 900 milioni di persone, non esiste al mondo qualcosa di paragonabile. Dalla metà degli anni ’70  ad oggi, due volte su tre il partito di Governo che si candida per un nuovo mandato perde le elezioni: secondo questa statistica, Modi, in qualche modo, è a rischio. Indubbiamente, fino ad un anno e mezzo fa, la vittoria di Modi sembrava un dato scontato. Ricordiamo che nel 2014, per la prima volta dagli anni ’70, Modi ha conquistato la maggioranza assoluta alla Lok Sabha, ciò vuol dire che poteva governare da solo anche se poi si è alleato con una coalizione solo perché ormai il concetto di alleanza fa parte nella tradizione indiana, ma avrebbe potuto benissimo stare da solo al potere. Nell’ultimo anno e mezzo, però, qualcosa è cambiato. Come sempre succede, specie in una democrazia così complessa, dove nei 600.000 villaggi del Paese spesso votano su base castale, religiosa o etnica – ma anche in base ai risultati del Governo – è sempre estremamente difficile garantire le infrastrutture necessarie. Le cose, alla fine, non sono andate bene come Modi aveva promesso. Si è scoperto, per esempio, che i dati erano stati camuffati e, dunque, non è vero che la disoccupazione è in calo, ma al contrario sale. Si pensa che Modi dovrebbe vincere, ma non con le stesse proporzioni di cinque anni fa.

Dove ha fallito Modi in questi cinque anni e quali sono, invece, i suoi punti di forza?

Il punto di forza e, allo stesso tempo, il fallimento di Narendra Modi è la sua politica sovranista, giusto per restare in un tema oggi di moda. Sta compromettendo quel modello di unità nella diversità, che deriva dai tempi del Mahatma Gandhi, a favore di un nazionalismo indù assertivo, modificando il profilo dell’India. Da un lato, questo è il suo peggiore fallimento. Se Modi governasse per altri cinque anni e vincesse come ha fatto nel 2014 – così come successo in Israele con Netanyahu, in Ungheria con Orbán e come potrebbe succedere negli Stati Uniti con Trump – i meccanismi della democrazia cambierebbero e sarebbero messi a rischio. Dall’altro lato, però, è stato il suo successo perché la vittoria di Modi del 2014 segnò la grande sconfitta del Congress, che fu ridotto ad un partitino. L’INC, allora, fece un’indagine per capire da dove provenisse questa sconfitta che si è scoperto derivasse – come in tutti i Paesi dove nazionalismo religioso e sovranismo prendono il sopravvento – dal fatto che il Congress fosse percepito come il partito delle minoranze, quello che non difendeva la maggioranza indù. Se dovesse vincere Modi c’è il rischio che l’India possa cambiare e che la democrazia più grande del mondo possa diventare un po’ più opaca come già sta succedendo altrove.

Uno scenario che riflette un po’ la situazione italiana dove un PD che aveva dominato alle europee è stato poi visto, alla prova dei fatti, come un partito elitario?

Diciamo che Modi è stato un antesignano di tanti trend e tendenze politici cui stiamo assistendo un po’ ovunque nel mondo.  

Si è recentemente concluso il grande Kumbh Mela, il  pellegrinaggio indù più grande del mondo che, in realtà, si sarebbe dovuto svolgere nel 2025, anticipato evidentemente per ragioni politiche. Quanto si è radicalizzato l’induismo indiano negli ultimi anni? Può essere, quello religioso, un fattore decisivo?

Sì, certamente sarà importante La miscela più pericolosa di tutte è la sovrapposizione del nazionalismo all’elemento religioso. Il BJP non è più quello che vinse le elezioni alla fine degli anni ’90, quando era ancora un partito liberale sotto la guida di Atal Bihari Vajpayee, il quale era un Primo Ministro molto più moderato di Modi: oggi è più un partito religioso. Ci sono state poi una serie di campagne come quella in difesa della carne di mucca che hanno segnato questo andamento. Recentemente, quando degli estremisti indù hanno linciato un musulmano accusato di aver ucciso una mucca per poterla macellare, la prima cosa che ha fatto la Polizia è stata l’indagine necroscopica per capire com’era morta la vacca. Questo è molto esemplificativo, è un mood che è ancora forte, Kumbh Mela o meno, che è una festività religiosa molto sentita di cui un partito se ne appropria. L’elemento religioso, sfortunatamente, è ancora molto importante in India.

Qual è il bilancio di Modi in politica estera?

In India, che governi l’INC o il BJP, c’è una grande continuità su due temi. La prima riguarda le riforme economiche. Dal 1991, le riforme economiche avviate dal Congress con Manmohan Singh, che allora era il Ministro delle Finanze, sono state adottate anche dal BJP. Quando poi, alla fine degli anni ’90, le elezioni furono vinte dal BJP di Vajpayee, le riforme andarono avanti speditamente. Tant’è vero che, alla fine di quel quinquennio, lo slogan del BJP era ‘in cinque anni abbiamo costruito più autostrade del Congress in 50 anni’, ed era vero, però, poi devi convincere la gente dei villaggi dove le autostrade non arrivano. Nonostante i risultati economici, però, il BJP perse le elezioni a vantaggio dell’INC. La seconda continuità è, appunto, la politica estera, compresa quella di difesa in cui è incluso l’arsenale nucleare. L’India, indipendentemente da chi è al Governo, continua a seguire la tradizione che persegue da quando è nata. Nehru, che fu uno dei promotori del movimento dei Paesi non allineati, che poi oggi non esiste più, ma che aveva senso durante la Guerra Fredda, lasciò l’idea, vigente tutt’oggi, che l’India non è alleata di nessuno, ma amica di tanti. Durante la Guerra Fredda, l’India aveva relazioni strettissime con l’URSS, la quale costruì l’industrializzazione del Paese negli anni ’50 – ancora oggi la Russia continua ad armare l’India poiché i sistemi d’arma e di aeronautica sono russi – nonostante ciò, New Delhi non si è mai adeguata al patto di Varsavia e oggi, con la fine del bipolarismo, e un rapporto più stretto con gli Stati Uniti, l’India non ha mai pensato di aderire al sistema di alleanze americano. Loro restano indipendenti. Certamente, questa etichetta che loro hanno da quando l’India contemporanea è nata, adesso è messa a dura prova dalle ambizioni sempre più marcate della Cina. L’India da sola non può, ovviamente, competere con Pechino.

Gli Stati Uniti, però, potrebbero depennare l’India dall’elenco di Stati che beneficiano del SGP (Generalized System of Preferences), il programma per favorire i Paesi in via di sviluppo.

Questo fa parte delle politiche di Donald Trump e del suo pragmatismo diplomatico, però, è anche un segnale del fatto che l’India non viene più percepito come un Paese in via di sviluppo, ma come un Paese che oramai sta crescendo.  Infatti, da due/tre anni a questa parte, la crescita economica indiana è la più alta del mondo, anche se ciò è più demerito della Cina che merito dell’India. In realtà l’India, in questi ultimi anni, cresce meno rispetto a quanto crescesse nel periodo di Manmohan Singh. La Cina ha iniziato una decrescita controllata e ciò ha permesso all’India di potersi dichiarare l’economia in maggior crescita del mondo.

Il rampollo di casa Gandhi, Rahul, è l’avversario più temibile di Modi. Come ha lavorato il Presidente dell’INC per ridurre il divario col BJP? Crede che potrà realmente infastidire il dominio di Modi? E qual è il grande tema su cui si gioca tutto?

Il BJP non insiste molto sull’accusa al Congress di essere un partito dinastico, lo dice, ma non pigia sull’acceleratore più di tanto perché l’elemento dinastico fa parte della tradizione politica indiana. Il BJP, peraltro, ne è pieno di discendenti politici: il 35%, se non di più, dei deputati del BJP in Parlamento è figlio o nipote di ex parlamentari. Ciò è vero soprattutto a livello statale, poiché la maggior parte dei leader dei partiti regionali appartengono quasi tutti a dinastie politiche. Il problema, più che altro, è Rahul. La famiglia Gandhi ha un destino molto curioso, ma anche tragico. Indira Gandhi, la quale aveva sicuramente le caratteristiche della leader politica, aveva designato come successore il figlio minore, Sanjay, mentre Rajiv, che faceva il pilota ed aveva sposato una ragazza italiana, non era interessato alla politica. Sanjay muore in un incidente aereo, allora, Indira chiama Rajiv, il quale non era appassionato alla politica, ma ha colto solamente il richiamo della dinastia Gandhi. Sebbene molto visionario – è stato lui ad iniziare la modernizzazione indiana – non era un grande politico. Quando viene ucciso anche lui, il partito chiama sua moglie, Sonia, la quale rifiuta molte volte la premiership del Paese, poiché non voleva diventare Primo Ministro, dato che anche lei non ne sapeva nulla di politica. Si ritira  così a vita privata per quattro/cinque anni salvo poi diventare la leader del partito, ma non ha mai accettato di diventare premier. Poi, dunque, è arrivato il momento di Rahul, il quale come i genitori non ha il savoir-faire politico necessario. La sua forza, adesso, è dovuta a due cose. In primis perché l’anno scorso, quando la madre si è ritirata, lui ha rivoltato come un calzino il partito facendo entrare i giovani: a parte lui e la questione dinastica, nel partito è cambiato tutto. Poi, qualche mese fa, è riapparsa sulla scena sua sorella, Pryanka, la quale ha la stoffa e le caratteristiche della nonna Indira. Pryanka, però, sia per il matrimonio con un imprenditore molto criticato e chiacchierato – se lei si desse alla politica probabilmente salterebbero fuori tutti gli scandali – sia perché non vuole prendere il posto del fratello, non si è mai candidata al Parlamento, anche se ha sempre coordinato le elezioni. Adesso coordina la campagna elettorale dell’INC nell’Uttar Pradesh che è lo Stato più importante, popoloso e povero dell’India. Puntando ancora sui poveri – perché per quanto l’India cresca non finiranno mai – il Congress ha dimostrato di ritornare un po’ in vita, ma non credo che possano essere così forti da vincere le elezioni.

Qualche mese fa, dopo le elezioni statali di novembre-dicembre, si è notato, oltre alla perdita di terreno di Modi, anche il tentativo di Rahul Gandhi di allearsi con molti partiti regionali per accrescere il proprio consenso. Può essere questa una strada percorribile per l’INC?

Dopo gli anni ’70, quando ci furono le spinte centrifughe del Paese, è aumentato molto il potere degli Stati sul potere centrale. Tutti hanno bisogno di fare un sistema di alleanze con i partiti regionali, soprattutto il Congress, senza i quali non vincerebbe sicuramente. Ci sono Stati importanti dove INC e BJP non governano, anzi in nessuno dei 29 Stati questi due partiti governano da soli o hanno la maggioranza del 51%, ma in alcuni casi sono alleati di minoranza dei partiti regionali. Se l’INC riesce a vincere e ad andare al potere sarà solo grazie alle alleanze con i partiti regionali più importanti, come quelli che da soli in uno Stato portano più voti di tutti gli altri partiti messi insieme. Per prima cosa, quindi, è una necessità politico-matematica. La seconda, invece, perché è proprio nell’ideologia, nel concetto di unità nella diversità dell’INC, fare governi di alleanza sempre e comunque.  

Cinque anni fa Modi ha promesso riforme economiche ed una forte industrializzazione in parte lasciata in sospeso e non è andato  incontro alle istanze degli agricoltori. Crede che l’INC riuscirà a catalizzare le proteste di quest’ultimi?

È sempre così, in genere il partito di opposizione non può che catalizzare l’attenzione sui fallimenti del partito di Governo. In realtà con Modi l’India ha continuato a crescere, ma in un Paese di 1.300.000.000 abitanti, dove le infrastrutture sono estremamente arretrate, è normale che ci siano ancora degli squilibri enormi ed è abbastanza facile accusare Modi di fallimento, ma non si può e non si riesce ad accontentare tutti quanti. Indubbiamente, Modi ha fatto due riforme molto importanti, ma allo stesso tempo pericolose. La prima è la cosiddetta demonetizzazione. Un anno e mezzo fa, improvvisamente ha tolto dalla circolazione le banconote da 50 e 100 rupie, praticamente l’equivalente 7 e 15 dollari, che rappresentavano l’86% della moneta circolante, perché voleva combattere il mercato nero e l’evasione fiscale – in India solo in 15 milioni pagano le tasse e lo fanno solo perché costretti – ed in qualche modo ha funzionato, però in un Paese così non basta una terapia d’urto come questa. Poi ha voluto fare un sistema di tassazione che fosse uguale per tutti gli Stati poiché, in India, ogni Stato ha il suo. Inoltre, nel Paese esistono circa 20 tipi di salari minimi. Modi ha voluto armonizzare il sistema, ma non sta funzionando perché una burocrazia così immensa non era preparata ad un evento di questa portata. In generale, comunque, l’economia indiana è andata avanti. Negli ultimi sei mesi, Modi ha preso delle tipiche decisioni elettorali rendendo difficile agli investitori stranieri continuare ad investire e operare in India, ma sono quelle classiche decisioni che il giorno dopo il voto tornano alla normalità. Dal punto di vista economico Modì è sicuramente un modernizzatore.

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