lunedì, Agosto 3

Elezioni in Gran Bretagna: Trump e Johnson più vicini? La Casa Bianca ha espresso un giudizio ampiamente favorevole degli esiti del voto

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E’ ormai chiaro come le attuale elezioni generali in Gran Bretagna – complice anche l’impegno di desistenza del Brexit Party di Nigel Farage, primo nei consensi nel voto di maggio per il rinnovo del Parlamento europeo –abbiano segnato un netto successo del Partito conservatore e della linea dura di Boris Johnson sul tema della ‘Brexit’. La solida maggioranza di cui il partito godrà nella nuova Camera dei comuni e la vittoria di Johnson nella prova di forza con l’opposizione interna, unite a quello che appare lo sbandamento sia del fronte laburista sia della ‘terza via’ liberal-democratica, sembrano spianare la strada all’uscita di Londra dall’Unione, che da varie parti è data per imminente. Sarà importante capire ora quale sarà la risposta proveniente dalla Scozia e dall’Irlanda del Nord (dove i sentimenti anti-Brexit sono tradizionalmente forti) e come reagirà Bruxelles al probabile ulteriore irrigidimento delle posizioni britanniche. La sensazione condivisa (e apparentemente confermata dal deciso apprezzamento della sterlina sui mercati valutari dopo gli esiti del voto) è, tuttavia, quella che la lunga fase di incertezza iniziata con il referendum del luglio 2016 si sia finalmente chiusa a che un nuovo capitolo si sia aperto al suo posto.

La Casa Bianca ha espresso un giudizio ampiamente favorevole degli esiti del voto. Il Presidente Trump ha dichiarato, fra l’altro, che la vittoria di Johnson, spianando la strada alla Brexit, rende, oggi, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti ‘liberi di firmare un nuovo grande accordo commerciale’. La possibilità di giungere alla definizione di una relazione economica privilegiata con Washington è da sempre uno dei cavalli di battaglia dei ‘Brexiters’ mentre negli Stati Uniti è soprattutto il mondo repubblicano che guarda da sempre a una Gran Bretagna sciolta dai vincoli politici e normativi imposti dalla UE non solo come a un grande mercato d’investimento ma anche come al partner ‘naturale’ per rilanciare su scala globale un progetto liberocambista messo in crisi dalla sfida lanciata dalla Cina e dal suo modello di ‘economia socialista di mercato’. Non a caso, nella misura in cui si è occupata della vicenda, l’amministrazione USA ha sempre sostenuto la necessità di giungere a una Brexit più ‘dura’ possibile, cercando anche di spingere in questa direzione le scelte della politica di Londra, come accaduto, peresempio, fra il gennaio e il marzo scorsi, in occasione del voto parlamentare sul contestato progetto di accordo proposto dal governo May.

Già nel gennaio 2017, durante una conferenza stampa congiunta proprio con Theresa May, Donald Trump aveva elogiato il voto sulla Brexit definendolo fra l’altro in modo abbastanza caratteristico una cosa meravigliosae una benedizione per il mondo. Non è, però, detto che la vittoria elettorale di ‘BoJo’ porti al concretizzarsi in tempi brevi dell’ipotesi di un nuovo asse fra Londra e Washington. Al di là delle dichiarazioni e di un certo grado di euforia che si accompagna alle dimensioni del successo, i tempi per la firma del possibile ‘nuovo grande accordo commerciale’ non saranno brevi. Gli Stati Uniti impiegano in media un anno e mezzo per negoziare un accordo di questo genere, tempo al quale occorre sommare quello di implementazione, anch’esso, in genere, non breve; tutto questo senza contare che l’avvicinarsi del voto presidenziale non potrà non condizionare l’azione dell’amministrazione. I modi in cui la ‘Brexit’ si concretizzerà sono, inoltre, destinati a influire in maniera importante sui termini dell’eventuale accordo con gli USA; un fatto, questo, che sposta necessariamente l’avvio dei negoziati a dopo la formalizzazione del ‘divorzio’ fra Gran Bertagna e Unione, quando i termini di quest’ultimo saranno davvero chiari.

Anche da altri punti di vista le cose non sono semplici. Nonostante gli stereotipi, i rapporti fra Trump e Johnson sono marcati da convergenze e rivalità che riflettono (al di là della possibile componente caratteriale) il tentativo di Londra di ricavarsi spazi di autonomia anche rispetto all’ingombrante ‘amicizia’ statunitense. E’ chiaro, d’altro canto, come una ‘Brexit’ nata e pensata per ridare a Londra un margine d’azione oggi considerato perduto si concili male con l’instaurazione di un legame troppo stretto con gli Stati Uniti, come rischia di essere quello basato sull’auspicato ‘nuovo grande accordo commerciale’. Una attenzione prevalente sui rapporti bilaterali a scapito di quelli multilaterali è un tratto che Trump e Johnson hanno in comune, ma mentre questa scelta può essere pagante per Washington essa rischia di esserlo molto meno per Londra, anche alla luce del diverso peso che i due Paesi hanno sulla scena internazionale. Da questo punto di vista, quella del premier britannico è una scommessa ad alto rischio: rischio interno, per quanto concerne i rapporti con le diverse componenti del Regno Unito ma anche rischio esterno, per un Paese che, dopo il progressivo emergere della potenza statunitense, ha sempre più chiaramente strutturato la propria posizione come quella di ‘mediatore privilegiato’ lungo l’asse euro-atlantico.

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