domenica, Giugno 16

Elezioni in Finlandia: uno 0,2% che ribalta le gerarchie Le elezioni parlamentari finlandesi hanno decretato la vittoria dei socialdemocratici che battono i populisti per soli 6.813 voti

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Il 14 aprile si sono tenute in Finlandia le elezioni per il rinnovo dellEduskunta, il Parlamento monocamerale finlandese, composto in totale da 200 seggi, di cui uno riservato ad un rappresentante delle isole Åland.

Quella di domenica scorsa è stata la 38esima volta che i finlandesi si sono recati alle urne per le elezioni parlamentari – tenute con cadenza quadriennale – da quando furono istituite per la prima volta nel maggio del 1907. Laffluenza si è attestata al 72%, il che vuol dire che su 4.255.466 di persone aventi diritto al voto, 3.065.287 hanno espresso le loro preferenze.

I risultati hanno completamente ribaltato le gerarchie costituitesi nelle parlamentari del 2015, quando i favori verterono per i gruppi liberal-populisti di centro e di destra.

Con il 17,7% dei consensi, l’SDP (Suomen Sosialidemokraattinen Puolue – Partito Socialdemocratico Finlandese), guidato da Antti Rinne – già vicepremier e Ministro delle Finanze dal giugno 2014 al maggio 2015 –  è stato eletto primo partito del Paese, aggiudicandosi così 40 seggi: un risultato che i socialdemocratici non ottenevano dal 1999, quando, sotto la leadership dell’allora premier uscente Paavo Lipponen, vinsero le elezioni con il 22,9% dei voti. L’SDP, così, sale dell1,2% rispetto alle parlamentari di quattro anni fa, quando si fermò al 16,5%. Un aumento, in punti percentuali, secondo solo ai Verdi della VIHR (Vihreä liitto – Lega Verde) che, in questo turno, con la guida di Pekka Haavisto – già Ministro dell’Ambiente dal ’95 al ’99 sotto il primo Governo Lipponen – hanno raggiunto l11,5% dei consensi (20 seggi): 3 punti in più rispetto al 2015 (8,5%).

Rimanendo all’interno dell’universo di sinistra, anche la VAS (Vasemmistoliitto – Alleanza di sinistra) ne è uscita rafforzata, riuscendo a conquistare, con l’8,2%, 16 seggi. L’RKP (Suomen ruotsalainen kansanpuolue – Partito Popolare Svedese della Finlandia), gruppo che rappresenta gli interessi della comunità svedese presente in Finlandia, ha chiuso le urne con un 4,5% che gli garantirà 9 seggi all’interno dell’Eduskunta.

Per quanto riguarda i partiti di centro, invece, la KD (Suomen Kristillisdemokraatit – Democrazia Cristiana Finlandese) ha ottenuto 5 seggi con il 3,9% dei voti.

Veniamo ora all’alleanza di centro-destra che ha governato il Paese nella scorsa legislatura.

Il vero sconfitto di queste elezioni è il KESK (Suomen Keskusta – Partito di Centro Finlandese) che, col magro bottino del 13,8% (31 seggi), si attesta come quarta forza politica del Paese. Subisce, dunque, un crollo vertiginoso rispetto alle scorse parlamentari (-7,3%), quando era risultato il vincitore con il 21,1% (49 seggi). Un tonfo che, però, non arriva inaspettato dato che il Primo Ministro, nonché leader di KESK, Juha Sipilä, ha rassegnato la dimissioni circa un mese fa, dopo che ha ammesso di non essere riuscito a raggiungere gli obiettivi in materia di assistenza sociale e riforma sanitaria prefissati inizialmente dalla coalizione da lui guidata.

Il KOK (Kansallinen Kokoomus – Partito di Coalizione Nazionale), invece, nonostante una flessione dell’1,2% rispetto al 2015, con il 17% (38 seggi) è riuscito comunque a far eleggere un parlamentare in più. Da una costola del KOK, l’anno scorso è nato Liike Nyt (Movimento Ora) che è riuscito a far eleggere, con il 2,3%, solamente il suo fondatore Harry Harkimo.

Come il Partito di Coalizione Nazionale, anche il PS o Finns Party (Perussuomalaiset – Veri Finlandesi) beneficerà di un deputato in più nella prossima legislatura. Con il 17,5%, infatti, il Finns di Jussi Halla-ahoalleato di Salvini alle prossime elezioni europeeè risultato essere il secondo partito più votato del Paese e ciò gli consentirà di occupare 39 seggi in Parlamento.

Stando, dunque, a questi numeri, lo scarto tra lSDP e il Finns Party è dello 0,2%: una percentuale che, tradotta in cifre, significa 6.813 voti. Gli stessi dati, però, dicono che la coalizione che ha governato dal 2015 al 2019 ha ottenuto molti più seggi delle forze di sinistra, con l’unica differenza che ora sarebbe il Finns Party l’azionista di maggioranza dell’alleanza liberal-populista. Ma perché, allora, i socialdemocratici sono stati proclamati vincitori delle elezioni?

La ragione è semplice e sta nel conflitto che nella precedente legislatura ha visto coinvolti il KESK ed il Finns Party. Nel 2017, il Finns Party ha eletto come nuovo leader Jussi Halla-aho, un ex docente di lingua medievale molto critico nei confronti dell’Islam e dell’immigrazione. La radicalizzazione ideologica del partito ha fatto sì che gli altri gruppi dellalleanza governativa prendessero le distanze dai Veri Finlandesi e si rompesse la coalizione. A non far crollare il Governo, però, è stata lala più moderata del Finns Party – rappresentata soprattutto da quei deputati che ricoprivano un ruolo all’interno del gabinetto – che, staccandosi dal partito, ha dato vita a SIN (Sininen tulevaisuus – Riforma Blu) che, in questa tornata elettorale, non è riuscito a far eleggere neanche un deputato.

Questa crisi intercorsa tra le due forze di Governo e il fallimento del premier Sipilä hanno spianato la strada allSDP che, al contempo, si è presa l’impegno di rafforzare il sistema di welfare della Finlandia, promettendo un aumento di 100€ sulla pensione a coloro i quali godono di una retribuzione di 1.400€, evitando così che oltre 55.000 pensionati cadano in povertà in un Paese dove le tasse sono relativamente alte. I consensi dispersi dalle forze della coalizione governativa, dunque, sono stati in parte guadagnati dai partiti di sinistra, i quali, soprattutto i Verdi, hanno giocato le loro carte sulle politiche ambientaliste.

Per questo motivo, date le percentuali, si parla di vittoria della socialdemocrazia e dei partiti di sinistra che, molto probabilmente, riusciranno a formare insieme una coalizione di Governo, ma sarà necessario lappoggio del KESK o del KOK, data l’impossibilità di replicare un Esecutivo di centrodestra andato in frantumi con la radicalizzazione del Finns Party.

Allo stesso tempo, però, quella di populisti finlandesi non può essere considerata una vera sconfitta, dato che, secondo i sondaggi, fino al dicembre scorso erano fermi al 9% ed in soli cinque mesi sono riusciti quasi a raddoppiare i consensi. A pesare sul voto è stata una forte retorica anti-migratoria propagandata proprio dal PS che ha promesso di applicare pene più severe in materia dasilo. Una retorica che ha fatto da collante affinché il Finns Party prendesse parte all’Alleanza dei Popoli e delle Nazioni, il gruppo parlamentare che alle prossime europee lo vedrà a fianco degli altri partiti populisti e sovranisti europei, come Lega, AfD (Alternative für Deutschland) e RN (Rassemblement National).

Detto ciò, considerando che a breve ci saranno le elezioni europee, quella finlandese può essere considerata una reale vittoria socialdemocratica con riflessi in tutta Europa? E la ‘sconfitta’ del Finns Party può rappresentare, in generale, una battuta d’arresto per il populismo europeo?

Così come in Svezia nelle elezioni del settembre scorso, anche in Finlandia il partito socialdemocratico riesce nell’impresa di frenare l’avanzata dei populisti di destra, con la differenza, però, che dalle parti di Helsinki il populismo è esploso e si è consolidato qualche anno prima rispetto allomologo fenomeno svedese. In realtà, in Svezia, non si è trattata di un’impresa, ma di una vittoria – non molto esaltante – basata solamente sulle percentuali, poiché negli ultimi anni è stata evidente la crisi in termini di consenso che ha attraversato la Socialdemocrazia. Quella stessa socialdemocrazia di cui Stoccolma ne è la culla. In ogni caso, stando ai sondaggi recenti, l’SD è al 27%, mentre il controverso partito della destra populista, i Democratici Svedesi, non supera il 20%.

Una tendenza, quella della vittoria delle fazioni di centrosinistra, riscontrata nell’ultimo periodo anche in Slovacchia, dove le forze populiste del L’SNS (L’udová strana Naše Slovensko – Partito Popolare Slovacchia Nostra) non sono andate oltre il 10,3%, mentre Zuzana Caputova, leader del PS (Progresívne Slovakia – Slovenia Progressista), ha letteralmente trionfato al primo turno delle elezioni presidenziali con il 40% dei voti, riconfermandosi poi al ballottaggio con il 58,41%.

Sembra, dunque, che l’Europa sia invasa nuovamente da fremiti socialdemocratici. Ma è davvero così? Troppo presto per dirlo e, soprattutto, troppi pochi  gli elementi per poter giungere ad una conclusione del genere. Il dato certo, comunque, è che nel resto d’Europa i partiti populisti non riescono a sfondare come accade in Italia – leggasi, al momento, Lega al 32% e Movimento 5 Stelle al 21% – ma, allo stesso tempo, non sono neanche deboli.

Tra qualche settimana sapremo, invece, come se la passano i partiti populisti – VOX su tutti – in Spagna, dove sono state convocate elezioni anticipate dopo che, a febbraio, il Governo di Pedro Sanchéz targato PSOE (Partido Socialista Obrero Español) è caduto sulla fiducia alla finanziaria, ‘tradito’ dai movimenti indipendentisti catalani. Sarà un banco di prova importante per l’Unione Europea, ma non sicuramente fondamentale. Per questi motivi e le tendenze europee attualmente in corso, le elezioni nazionali, finlandesi, spagnole o slovacche che siano, non possono essere considerate decisive per le sorti dellUE, per la quale solo dopo il 26 maggio si saprà a quale destino andrà incontro.

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