domenica, Novembre 29

Elezioni Europee: le strategie di comunicazione Grillo, Renzi, Berlusconi: tre stili, tre strategia comunicative

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Elezioni-Europee

Con il profilarsi della campagna elettorale per le elezioni Europee, sembrerebbe che ciascun leader stia scegliendo la sua strategia comunicativa e il canale privilegiato per la campagna elettorale.

Schematicamente parlando si potrebbe dire che Beppe Grillo lavora sul suo blog, Matteo Renzi utilizza molto twitter, Silvio Berlusconi, seppure in sordina data la sua particolare condizione, lavora sui mezzi tradizionali. Ma proprio lui, non volendo eccessivamente comparire (e vedremo se e in che modo gli sarà consentito dopo il 10 aprile, data in cui il Tribunale di Sorveglianza deciderà tra i domiciliari e il servizio sociale) sta adottando tecniche che meritano una particolare analisi perché si avvicinano a quelle che hanno decretato per ben due mandati presidenziali il successo di Barack Obama. Mi riferisco alla ormai numerose telefonate che l’ex Cavaliere sta facendo ai Circoli della Libertà. Si tratta dell’uso di un mezzo quanto mai tradizionale (il telefono) per far avvertire la propria presenza, per proporre spunti di riflessione e indicazioni di lavoro, per raccogliere reazioni da una base largamente giovanile, per rilanciare poi sui grandi media, specie radio e televisione, la sua posizione. Perché questa strategia ricorda Obama? Non certo per il mezzo usato. Il punto di forza del Presidente americano sono state e sono tuttora le mail: proprio ieri è arrivata quella per la ‘celebrazione’ del primo giorno di attuazione della tanto sofferta riforma sanitaria che ha aperto l’assistenza, non senza qualche disguido, a qualche decina di milioni di americani che ne erano esclusi. L’analogia con Obama non sta, dunque, nel mezzo, ma nel metodo: quello di cercare, attraverso un mezzo tecnologico, di attivare una mobilitazione di base, di creare una rete di partecipazione, di favorire l’aggregazione di gruppi, di muovere il passaparola. Il tutto attraverso messaggi che nel contempo dicono che ‘il capo c’è e continua a esserci’, e che è anche in grado di alimentare sempre una mobilitazione attraverso precise direttive d’azione.
Le telefonate hanno poi il vantaggio di non dover esporre sempre l’immagine del leader,  sottraendolo così a un frenetico e faticoso gioco di esposizione fisica o virtuale in un momento in cui la sua libertà di azione futura è ancora incerta.

Questo per quanto riguarda Berlusconi allo stato dei fatti.

Quanto a Grillo procede imperterrito con il suo blog. Un blog che si rivela sempre più come un manifesto permanente dettato dall’alto con gli ordini di scuderia cui i suoi eletti devono attenersi e di cui il pubblico deve prendere atto. Si conferma una struttura fondamentalmente autoritaria, com’è dimostrato dal sistema delle espulsioni e dalla comminazione di multe salatissime (250mila euro) per chi non sta al gioco.
A fronte di questo uso autoritario per non dire dispotico della rete, la supposta democraticità del web rientra con le consultazioni on line su temi come le espulsioni o per la compilazione delle liste europee.
Quest’insieme di azioni ha come esito quello di richiamare sia ai suoi che alla pubblica opinione il fatto che gli eletti sono dei ‘miracolati’ dal Capo (e da Casaleggio), senza del quale non sarebbero nessuno. Qualcuno di loro sta cominciando a manifestare una sua personalità politica e in tal caso ha la scelta o di rinforzare gli ordini provenienti dall’alto, affacciandosi magari anche a qualche intervista tollerata dal Movimento, o di rompere con tutte le conseguenze che ne derivano. In questo caso, però, il vertice non solo non dimostra preoccupazione ma sembra rinforzare il proprio atteggiamento che potrebbe riassumersi nell’antico adagio ‘morto questo, un altro fresco’ derivante appunto dalla convinzione che è il leader che crea i soggetti e non sono i soggetti che in alcun modo possono mettere in discussione le direttive del leader.

A questa strategia comunicativa è da aggiungere la vera e propria ‘tournée teatrale’ che Grillo ha iniziato in Sicilia, a Catania, e che si presenta quasi come un ritorno alle origini: quelle del comico che calca le tavole del palcoscenico in un contatto frenetico con un pubblico che lo applaude non più solo per le sue battute, ma anche per le sue invettive politiche.
Un ulteriore modo per sottolineare la sua leadership, rappresentando ai suoi una modalità di campagna in cui è unico e inimitabile: nessun suo deputato potrebbe competere con lui dall’alto di un palcoscenico. Tutto sta ora vedere come questa combinazione autoritaria di blog e palcoscenico sarà presa dagli italiani elettori. Il responso dei prossimi appuntamenti elettorali sarà in proposito eloquente. Fermo restando il fattore crisi che porta a quel voto di protesta che diventa la molla principale al di là di ogni proposta politica, per non parlare del vento antieuropeo che soffia prepotente da altri Paesi come la Francia.

Quanto a Renzi, si dovrebbe scrivere un romanzo sulla sua strategia comunicativa che ha portato non solo a una sua affermazione così rapida, ma anche al sentimento diffuso che se fallisce lui fallisce l’Italia. Avremo modo di parlarne. Per ora limitiamoci a due rapide osservazioni. La prima è la conferma di quella che è stata definita ‘la sua campagna elettorale permanente’. Gli studiosi ne danno una spiegazione così articolata, anche con riferimento a molte altre democrazie: la diffusione dei media, da quelli tradizionali ai social, nonché l’accelerazione complessiva dell’azione politica indotta dalla crisi  -da mattino alla sera non si fa che parlare di politica ed economia-  ha creato una saldatura tra il ‘campaign e il ‘governing, cioè tra il fare campagna elettorale e il governare. E’capitato negli Stati Uniti (Obama non ha mollato per un sol giorno il suo contatto con gli americani-elettori), sta capitando con tutta evidenza in Francia (anche per le disavventura di François Hollande), sta capitando da noi (quando diciamo che i congressi non finiscono mai). C’è una tale ubriacatura collettiva di politica  -uguale o superiore al tifo calcistico- per cui i leader devono staresul pezzodella comunicazione politica dalla mattina alla sera, 365 giorni l’anno. E un leader ‘svelto’ come Renzi  ha individuato in Twitter il canale ideale, oltre naturalmente tutte le altre sue sortite nazionali e internazionali riprese dai media. E anche qui sta dicendo qualcosa di nuovo. Il cinguettio di Twitter si limita, con in suoi 140 caratteri, a battute veloci, incisive, taglienti particolarmente congeniali al carattere toscano del nostro leader.

Ma c’è qualcosa di più. E mi riferisco all’intervista rilasciata da Renzi al direttore di ‘Vanity Fair’. In tal caso egli è riuscito a congegnare una serie di cinguettii capaci di rappresentare un’organica proposta politica. Ci ha fatto tornare in mente le interviste a raffica di Roberto Gervaso, che lasciava al suo interlocutore non più che una battuta di poche parole. Ma dall’insieme affiorava una personalità. Renzi ha fatto lo stesso, sdoganando Twitter dall’angusto limite della concisione e catturando l’attenzione di un vasto pubblico internazionale con un mezzo capace di suscitare l’interesse anche dei ‘nativi digitali’.

Molto altro ci sarebbe da dire, ma per ora possiamo solo osservare che mass media e social media ci presenteranno nei prossimi mesi un quadro quanto mai interessante di comunicazione politica. Speriamo anche che contribuiscano al consolidamento della democrazia e alla crescita economica. Ma questo non dipende da loro, ma da chi li usa.

 

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