sabato, Maggio 25

Elezioni 4 marzo, tra euroscetticismo e realpolitik Programmi elettorali a confronto nell’intervista a tutto campo sulla politica estera del dopo 4 marzo con Gianni Bonvicini, Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma

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In una corsa al voto che si inasprisce sul filo delle dispute legate ai sondaggi, nei revirement del discorso pentastellato o, ancora, sulla tenuta interna di una coalizione eterogenea come è, di fatto, l’attuale Centrodestra, l’attenzione al quadro europeo appare offuscata. Su questo tema, centrale per le future scelte di politica estera e interna, si riscontrano ambiguità persistenti e convergenze trasversali (pensiamo alla politica anti-austerity) mentre cresce, ai vari livelli – nella società come ai vertici – uno scetticismo verso le capacità di risposta e di integrazione tra istituzioni nazionali e unionali. Aspetti propositivi, che nel caso di +Europa si legano a una più ampia riforma istituzionale (gli «Stati Uniti d’Europa»), interessano la distribuzione del carico fiscale tra Unione e Stati membri: dai «piani di rilancio per non uscire dall’euro» di M5S a una «corporate tax» o una «base imponibile meglio definibile a livello europeo che a livello nazionale», suggerite dal Programma del nuovo movimento facente capo a Emma Bonino. Fuori dallo spazio europeo, le oscillazioni relative alla NATO fanno pendant con una dichiarata simpatia – a destra, ma non solo – nei confronti di una Russiaingiustamentesanzionata.

Il clima pre-elettorale e la necessità di definire e trattare con maggiore coerenza, nei diversi programmi politici, le criticità che stanno alla base dei futuri orientamenti e del potere decisionale che l’Italia avrà nello spazio euromediterraneo, aprono a una serie di questioni. Lasciamo, allora, la parola a Gianni Bonvicini, esperto di questioni europee e politica estera e Consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali (IAI) di Roma.

 

Dottor Bonvicini, potrebbe tracciare un quadro comparativo tra i programmi delle formazioni politiche concorrenti rispetto alla questione dell’unità europea, linea di frattura segnata da tendenze al consolidamento, istanze sovrane e nuove forze centrifughe?

Direi che il tema europeo, rispetto alla vigilia – in cui è stato più volte sollevato ed era obiettivamente campo di battaglia tra le forze politiche e i partiti – è un po’ scomparso dalla campagna elettorale e dai dibattiti: non ha giocato il ruolo atteso. Ci si è concentrati su moltissimi altri temi, ma quello europeo è rimasto sullo sfondo.

Se, poi, guardiamo i programmi elettorali depositati dalle forze politiche e leggiamo alcune delle dichiarazioni che sono state fatte e che, in ogni caso, riguardano l’Europa, emerge un Paese profondamente diverso dal passato: la maggioranza delle forze politiche è, come minimo, euroscettica con punte anti-europee che superano l’euroscetticismo (in modo particolare, da parte della Lega Nord). Questo, tuttavia, riflette l’attitudine di un’opinione pubblica italiana che ha subito un tracollo nell’orientamento favorevole all’Unione Europea.

Potrebbe offrirci una misura in proposito?

Siamo passati da oltre il 70% a un 40-42% in favore dell’UE e le forze politiche italiane riflettono, in gran parte, questi umori. Gli euroscettici sono, perciò, un buon 60% se mettiamo insieme M5S, il Centrodestra e anche un po’ Liberi e Uguali, molto critici nei confronti dell’attuale politica dell’Unione.  Nel Centrosinistra troviamo un baluardo, ma con una distinzione. Il titolo stesso del capitoletto dedicato dal PD all’Europa è «Più Europa. E più politica in Europa»: è una ‘fuga in avanti’ molto chiara e molto forte. In realtà, nel testo sussiste sempre questa ambivalenza tra un atteggiamento molto critico nei confronti della burocrazia, della Commissione e delle istituzioni attuali, e una serie di proposte tese, invece, a migliorare, mandare avanti il progetto comune di integrazione, aggiungere altre competenze – come la Difesa – al futuro dell’UE. Questo atteggiamento proprio, in particolare, di Renzi non è nuovo e denota una svista: non ci si rende conto che a comandare in Europa non è la Commissione, ma gli Stati membri – quindi, in primis, il Consiglio dell’UE – .

È un’Unione molto intergovernativa.

Cosa significa, in concreto?

Che se le cose non funzionano bene a Bruxelles e c’è una Commissione ‘cattiva e feroce’, è perché glielo lasciano fare gli Stati membri. Sono loro, anzi, che hanno ordinato alla Commissione di essere feroce, specie per quanto riguarda l’economia e il rispetto delle convergenze. Quindi, tornando al discorso del PD, permane una base di ambiguità. L’unica eccezione, nella coalizione di Centrosinistra, è data da +Europa, con il Programma di Emma Bonino. Questo sembra uno studio, un documento di ricerca più che un vero e proprio programma di partito, traducendosi in una dettagliatissima argomentazione su come l’Europa dovrebbe muoversi.

Qual è il maggiore elemento di novità rispetto agli altri movimenti?

Si parla di «federazione leggera», con diverse idee e proposte sotto il profilo istituzionale, finanziario, del welfare e in materia di sicurezza e difesa. Occorre, invece, capire se la forza elettorale di Bonino sia tale da influenzare il resto della coalizione. Diversamente, LeU è invece molto generico e porta in campo i temi ormai in voga sulla necessità di un’Europa più sociale e democratica: lo sappiamo, ma questo non rappresenta un elemento di novità.

Perciò, in campagna elettorale la divisione sull’Europa rimane e – lo ripeto – con un’evidenza ridotta. Anzi: ci sono state retromarce incredibili.

A chi sta pensando?

Penso ai 5 Stelle e a Di Maio che, alla Link Campus University di Roma, fa il suo discorso sulla politica estera e dice due cose che sconvolgono completamente quanto il suo movimento aveva messo per iscritto: l’UE è da lui definita «casa naturale» – senza che si intenda troppo il significato della qualifica – «dell’Italia». In seconda battuta, il leader afferma che l’Italia sta benissimo dentro la NATO, opinione che stride non poco con la posizione di «disimpegno» evidenziata nel Programma. Questo dopo avere chiesto un referendum sull’euro e uno sulla permanenza o meno nella NATO.

Nell’attuale scenario, più dura rimane la posizione della Lega: non si parla più di referendum sull’euro, ma Salvini dichiara che il deficit nazionale non gli interessa e che è pronto a sforare il 3%, «se l’Italia ne avrà bisogno».

Come interpreta queste affermazioni e quale impatto potranno avere sulla politica del Paese?

Si tratta di atteggiamenti sovranisti improntati al nazionalismo che lasciano un po’ il tempo che trovano. Per ciò che riguarda l’UE, i nostri partner europei non si esprimono in termini positivi. Dalla Polonia alla Gran Bretagna, gli analisti convengono sul fatto che, se in Italia vincerà il Centrodestra, l’unica speranza dovrà riporsi in una futura grande coalizione. Ritorna l’immagine di Forza Italia e Partito Democratico ‘abbracciati insieme’.

 Anche se ciò, ipoteticamente, accadesse, il ‘trauma’ per Europa sarà evitato?

Il problema reale è che tutti considerano l’Italia come interlocutore in ogni caso marginale. Questo perché, nel momento stesso in cui dovesse risolversi la questione tedesca, l’Europa ripartirà e un’Italia con un 60% di partiti euroscettici resterà un problema. Non è un momento particolarmente ottimista, non tanto per la crisi interna al Paese, quanto per la nostra collocazione europea: il rischio è che gli euroscettici, in questo caso, siano gli europei: non nei confronti dell’UE, ma dell’Italia.

Quindi il risultato elettorale del 4 marzo può essere di importanza drammatica per la collocazione dell’Italia nella politica europea?

Direi che è un atto che può essere fondativo, in positivo o in negativo, a seconda di come andranno le elezioni, ma sicuramente sarà un tornante fondamentale.

Secondo Lei, questo rischio è percepito all’interno del Paese?

Non lo è. Nella propaganda partitica e nei dibattiti, il margine entro il quale ancora si parla di Europa è percepito nei limiti dell’idea del ‘voto utile’ per il Paese. Ma nessuno avverte – e, soprattutto, non se ne discute – il rischio di un’assenza dell’Italia da quelle che saranno le iniziative che francesi, tedeschi e, magari, spagnoli prenderanno nel futuro prossimo dell’Unione Europea. In ogni caso, lasciando tra parenesi i grandi progetti di Macron o di Merkel sul ‘domani’ dell’Europa, ci avviciniamo a scadenze importantissime. Nel 2019 avremo le elezioni del Parlamento europeo e il ricambio istituzionale dei vertici dell’Unione, e soprattutto il grande negoziato, che avrà inizio quest’anno, sul nuovo bilancio settennale dell’UE (2020-2027). Qui la battaglia sarà durissima per riuscire a mantenere poste di bilancio più o meno favorevoli al nostro Paese. Risulta già abbastanza evidente che, anche senza sognare l’Europa della Difesa, il bilancio dell’UE sarà un terreno di battaglia in cui, se non avremo un governo credibile a livello europeo (che, quindi, non crei scetticismo fra i nostri partner), rischiamo di perdere anche se l’UE non evolverà verso forme più alte di federazione.

Di questo non parla nessuno: chi ha mai sentito parlare, nella campagna elettorale, delle prospettive di bilancio comunitario o delle prossime elezioni del Parlamento europeo? Teniamo presente che l’Italia vive un periodo incredibile per la sua presenza, in termini di rappresentanza, nelle istituzioni unionali: dal Presidente del Parlamento alla BCE, all’Alto Rappresentante per gli Affari esteri e la Politica di Sicurezza… Nel 2019 Draghi andrà via, mentre Tajani, secondo Berlusconi, sarà diventato Presidente del Consiglio.

La grande incognita rimane: come siederà l’Italia al tavolo delle trattative? Di questo, lo dico ancora, nessuno discute.

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