venerdì, Maggio 24

Elezioni in Sudafrica: non finirà l’egemonia dell’ANC, ma la crisi resta Ecco come si inserisce la crisi dell’ANC all’interno dello scenario elettorale, ne parliamo con Marco Cochi

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Domani in Sudafrica si svolgeranno le elezioni generali per il rinnovo del Parlamento. Circa 27 milioni di elettori saranno chiamati ad esprimere le loro preferenze sia su base nazionale, sia provinciale. Il Parlamento sudafricano, che detiene il potere legislativo, è un organo bicamerale composto in totale da 490 seggi e viene eletto a turno unico: è costituito da una camera bassa, l’Assemblea Nazionale (400 seggi) – eletta con il metodo del quoziente Droop – e da una camera alta (90 seggi: 10 delegati per ciascuna delle 9 province), il Consiglio Nazionale delle Province, portavoce e garante degli interessi territoriali in ambito nazionale.

Una volta costituito, entro 30 giorni, il Parlamento dovrà nominare il Presidente della Repubblica, che resterà in carica cinque 5 anni – così come tutto il Parlamento – con la possibilità di rinnovare il mandato una sola volta. Al Presidente, che sarà scelto tra le fila del partito che otterrà il maggior numero di seggi, spetta il potere esecutivo poiché, al contempo, è anche capo del Governo. Inoltre, dispone della facoltà di nominare e revocare i Ministri, ma non può sciogliere le Camere.

Saranno 48 i partiti  che si contenderanno la scena politica e ogni gruppo potrà presentare la metà dei propri candidati su una lista nazionale e l’altra metà su quella provinciale. Secondo le previsioni, però, saranno solamente tre i partiti protagonisti, con i loro rispettivi leader.

Secondo i sondaggi, a trionfare sarà ancora una volta l’African National Congress (ANC), guidato da Cyril Ramaphosa, 66 anni, avvocato e imprenditore, con all’attivo un patrimonio di 450 milioni di dollari. Ma Ramaphosa è anche l’attuale Presidente del Sudafrica, che nel 2018 ha preso il posto, in corso d’opera, del dimissionario Jacob Zuma, messo alle strette da vari scandali di corruzione. Fondato nel 1912, l’ANC è il partito che ha avuto un ruolo fondamentale nel battaglia contro l’apartheid sudafricano e dal 1994, con la fine della politica della segregazione razziale e la conseguente estensione del voto a tutti i cittadini, governa ininterrottamente il Paese. I recenti scandali che hanno coinvolto il partito hanno, però, portato ad un ridimensionamento del suo bacino elettorale. Se nella storia post-apartheid l’ANC ha consolidato la sua egemonia, riuscendo ad ottenere percentuali sempre superiori al 60%, questanno – secondo alcuni sondaggi – dovrebbe attestarsi intorno al 5055%. Uno scenario che, se dovesse verificarsi, comporterebbe delle problematiche al programma neo-liberista che vorrebbe attuare Ramaphosa per rilanciare la disastrata economia del Sudafrica, afflitto da un alto tasso di disoccupazione (27%). Altre proiezioni, invece, danno l’ANC tra il 55 ed il 60%. Una vittoria con queste dimensioni, secondo gli analisti di prestigiose banche come Goldman Sachs e Standard Bank, garantirebbe a Ramaphosa il supporto necessario per introdurre le riforme voltead  innescare investimenti e, quindi, a produrre crescita economica. In caso contrario potrebbero verificarsi deflussi di capitali dallo Stato sudafricano.

Ad approfittare di un’eventuale ampia erosione dei consensi da parte dell’ANC, potrebbero essere due partiti ideologicamente distanti tra loro. Democratic Alliance (DA) è il partito liberale guidato dal 38enne, Mmusi Maimane, poliglotta, laureato in Psicologia, poi specializzatosi in Public Admnistration e, successivamente, in Teologia. Con la sua candidatura, lui politico nero leader di un partito tradizionalmente votato sopratutto da bianchi, cerca di destabilizzare le posizioni di un elettorato che tende a votare su base razziale e dicotomica. Maimane imputa all’ANC di aver fatto ricorso a una maggiore mobilitazione razziale per distrarre gli elettori dai suoi recenti fallimenti. Dal 1994, ad ogni elezione AD – prima del 2000 conosciuto come Partito Democratico – accresce costantemente la sua popolarità e ora, se venisse confermata la crisi dell’ANC, potrebbe ulteriormente aumentare i suoi consensi. Alcuni sondaggi, però, mostrano che il partito di matrice liberalista potrebbe, addirittura, rischiare di perdere voti rispetto alle elezioni del 2014.

Economic Freedom Fighters (EFF), al cui vertice c’è un altro 38enne, Julius Malema, è il partito di ispirazione marxista in netta contrapposizione con le politiche portate avanti da ANC e DA. Ex membro dell’ANC, dal quale è stato espulso nel 2012, Malema, facendo sua una retorica fortemente aggressiva, si è fatto portatore di ideali socialisti, imputando all’ANC di essersi allontanato dalle classi povere e più disagiate del Paese. Nelle elezioni comunali del 2016 è riuscito ad ottenere l8%, mentre nelle generali del 2014 si era fermato al 6%. Anche nel caso di EFF, i sondaggi relativi all’imminente voto sudafricano sono contrastanti: alcune statistiche, infatti, lo pongono tra il 7,5 e l’8%, altri invece tra l’11 ed il 15%.

L’egemonia dell’ANC, sebbene il suo bacino di voti potrebbe in parte ridimensionarsi rispetto al recente passato, dovrebbe continuare senza problemi. “Non è scontato che il bacino elettorale dello storico partito anti-apartheid sudafricano diminuisca ulteriormente”, spiega Marco Cochi, analista del think tank ‘Il Nodo di Gordio’, “la larga fetta di elettori indecisi potrebbe negare all’ANC un’affermazione netta, che gli permetterebbe di avere la forza per imporre le riforme di cui ha lungamente caldeggiato la necessità in campagna elettorale”.

Come hanno fatto notare molti esperti, gli elettori abituali dell’ANC, anche se delusi dal proprio partito, invece di votare per un altro gruppo preferirebbero non recarsi affatto alle urne. “È assai difficile che i due giovani diretti rivali di Ramaphosa, Maimane  e Malema,  possano ottenere risultati strabilianti”, continua Cochi, “è invece probabile che a crescere sarà l’astensione, dato che una buona fetta del Paese non sembra riconoscersi in toto nelle offerte politiche dei candidati dei tre schieramenti”.

I nove anni di Amministrazione Zuma, infatti, hanno lasciato un segno indelebile allinterno del partito al potere da 25 anni. Zuma ha preso parte ad oltre 730 appelli per corruzione e frode fiscale ed è stato dichiarato colpevole per aver speso 16 milioni di dollari di fondi pubblici per la ristrutturazione della sua villa. Prima delle dimissioni del 2017, Zuma è stato sfiduciato tre volte dal Parlamento. Sotto il Governo Zuma, inoltre, l’ANC è passato da essere considerato come partito simbolo della lotta all’apartheid razziale, a fautore dell’apartheid economico.

È un dato di fatto che a un quarto di secolo dall’indipendenza e dalla fine del regime segregazionista, in Sudafrica permane una accentuata disparità in termini economici su base razziale”, dice l’analista, “questo è dovuto al fatto che la struttura economica dell’apartheid è rimasta largamente intatta lasciando la gestione dell’economia sudafricana nelle mani dei bianchi. Per formulare alcuni esempi concreti: i neri possiedono meno del 22% della capitalizzazione della Borsa di Johannesburg, ma sono quasi l’80% della popolazione sudafricana; mentre più del 60% della terra è ancora proprietà dei bianchi, che rappresentano meno dell’8% dei 58 milioni di abitanti del Sudafrica. Inoltre, la nuova classe media e imprenditoriale nera stenta a decollare sia in termini numerici che in risultati economici”.

Tutto questo ha oscurato l’immagine dell’ANC presso l’opinione pubblica e ha eroso la fiducia del proprio elettorato. A Ramaphosa è toccato larduo compito di ristrutturare una formazione politica che alle municipali del 2016 ha fatto registrare il 55% dei consensi, oltre il 7% in meno dei voti ricevuti alle elezioni generali di due anni prima. «Coloro che sono stati riconosciuti colpevoli di corruzione», ha dichiarato Ramaphosa  di fronte a circa 70.000 suoi sostenitori radunatisi all’Ellis Park Stadium di Johannesburg, domenica scorsa, «non potranno occupare posizioni di responsabilità, né nell’ANC, né in Parlamento, né nel Governo».

Il lavoro del capo dello Stato in quest’ultimo anno pare, però, che non abbia conseguito i risultati sperati. “Da quando nel febbraio 2018 ha preso la guida del Paese, Ramaphosa non è riuscito a fare pulizia generale all’interno del suo partito”, prosegue Cochi, “nonostante il Presidente abbia lavorato assiduamente per operare un completo repulisti, è stato limitato dalla vittoria di stretta misura, che ha conseguito alla fine del 2017 nella conferenza nazionale quinquennale dellANC. Questo gli ha impedito di estromettere tutte le persone compromesse con Zuma, che occupavano posizioni chiave nel partito e nel Governo. Di conseguenza, appare evidente che se Ramaphosa non consoliderà la sua presa sul partito, la sua capacità di portare avanti reali cambiamenti sarà nel migliore dei casi limitata”. 

La corruzione pur essendo uno dei tanti problemi che affliggono il Paese, ha indebolito anche il sistema di sicurezza: il tasso degli omicidi è aumentato del 19% negli ultimi sei anni, dopo che era diminuito del 55% nei precedenti 18 anni. Nonostante siano aumentati i finanziamenti a favore delle forze dell’ordine, secondo l’Institute for Security Studies (ISS Africa), è diminuita l’efficacia dell’azione della Polizia e, contemporaneamente, si è abbassato il numero delle denunce. Ad aggravare ulteriormente la situazione relativa alla criminalità, vi è anche una crescita nel consumo delleroina sia nelle città che nelle aree rurali.  Il Sudafrica, inoltre, si distingue per essere uno dei Paesi con il più alto indice di diseguaglianza tra le classi sociali. Anche i servizi pubblici sono al collasso, con molte scuole e ospedali ridotti in pessime condizioni.

Queste sono alcune delle sfide che l’ANC ha trascurato nel corso del tempo e che si sono palesate ulteriormente con la cattiva gestione delle cosa pubblica che ha contraddistinto il partito nelle ultime legislature.

Sul declino dei consensi del primo partito del Sudafrica, oltre alla corruzione, ha influito lo standard di governance scadenti, soprattutto a livello economico”, spiega Cochi, “le enormi diseguaglianze sociali evidenziano la scarsa efficacia dell’attuale politica economica del Governo, che si riverbera in un’indagine del marzo scorso condotta da Afrobarometer, secondo cui la percentuale di sudafricani che vivono in povertà è salita al 38%. Il livello più alto da quando la rete di ricerca panafricana indipendente ha iniziato le sue rilevazioni nel 2002”.

A fronte di queste problematiche e degli insuccessi dell’ANC è cresciuta, in seno allo stesso partito, la corrente populista. Se Ramaphosa dovesse raggiungere uno scarso successo, allora i populisti del partito, guidati da Nkosazana Dlamini-Zuma, ex moglie di Zuma che ha svolto e svolge tuttora ruoli governativi importanti – è stata anche Presidente della Commissione dell’Unione Africana dal 2012 al 2017 – potrebbe rivendicare una maggiore considerazione e incoraggiare politiche di espropriazione della terra più consistenti e rapide. “Lala populista dell’ANC ha preso piede chiedendo di nazionalizzare la Banca centrale del Sudafrica e di emendare la Costituzione per consentire l’esproprio delle terre senza compensazione, in favore degli agricoltori neri”, afferma Cochi, “molto probabilmente l’adozione di una simile strategia porterà al successo elettorale, ma scoraggerà l’afflusso di capitali esteri di fondamentale importanza per la crescita del Sudafrica. Tuttavia,  Ramaphosa ha bisogno di assicurarsi il sostegno popolare e per questo ha promesso una serie di progetti infrastrutturali e di sussidi alle classi più disagiate. Il problema, però, sta nel trovare le risorse per finanziare tutto ciò, dopo che il Governo di Zuma non solo ha dato origine a un’evasione fiscale sfrenata, ma anche a un crollo delle entrate fiscali”.

La politica della Dlamini-Zuma strizza l’occhio alle rivendicazioni portate avanti dall’EFF di Malema, partito fondato da ex membri della Lega Giovanile dell’ANC. Potrebbe, dunque, in futuro l’EFF o qualche altro partito contrastare l’egemonia dell’ANC?

Il partito di Malema sembra avere le credenziali per trasformarsi nel tempo come l’alternativa allANC, mentre la maggior parte degli osservatori ritiene che pur non avendo l’organizzazione, le strutture e il finanziamento di cui beneficiano l’ANC e l’Alleanza Democratica, l’EFF sia in grado di ottenere il 10% dei voti”, chiosa Cochi, “d’altra parte, il suo leader, Julius Malema, ha carisma ed è molto popolare nelle townships, dove l’ANC è ampiamente percepito come corrotto, mentre l’Alleanza Democratica non ha ancora superato la convinzione popolare che lo etichetta come il partito politico dei bianchi”.

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