martedì, Ottobre 20

El Salvador, pronti ad unirsi alla carovana verso gli USA Tutta l’America Centrale in movimento: tramite i social, anche i salvadoregni stanno organizzando la loro marcia verso gli Stati Uniti

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Alla lunga carovana di persone partita da San Pedro Pula, in Honduras, il 13 ottobre, e diretta negli Stati Uniti, potrebbero presto aggiungersi anche i migranti che nelle ultime ore stanno organizzando il viaggio da El Salvador. Attraverso pagine Facebook create appositamente e chat di Whatsapp, infatti, si sta incoraggiando i salvadoregni a mettersi in marcia per raggiungere l’America settentrionale.

Nel frattempo, la Migrant Walk, così come è stata ribattezzata la carovana di persone partite dall’Honduras, continua il suo inesorabile ed interminabile cammino verso gli USA, diventati simbolo e speranza di vita migliore per migliaia di migranti centroamericani e non solo.

Dalla scorsa settimana, quando si attestavano tra le 1300 e le 3000 persone (secondi fonti ONU) facenti parte di questa lunga carovana, i numeri hanno continuato a crescere, nonostante le mille difficoltà ed un caldo torrido.

Lo scorso 22 ottobre, durante il Daily Noon Briefing dell’ONU, la conferenza stampa quotidiana tenuta dall’Ufficio del Portavoce del Segretario Generale, il vice portavoce, Farhan Haq, ha detto che «in questo momento, si stima che la carovana comprenda circa 7.233 persone, molte delle quali intendono proseguire la marcia verso nord». Numeri confermati anche durante il briefing di ieri, sempre da Haq, il quale ha sottolineato anche il lavoro svolto dalle varie agenzie delle Nazioni Unite per tenere sotto controllo la situazione: «per quanto riguarda la carovana che era già in movimento, abbiamo i nostri colleghi in Messico, comprese le varie agenzie, in particolare l’Agenzia per i rifugiati (UNHCR) e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (IOM), che sono coinvolte nel trattare con le autorità locali per cercare di fornire assistenza ai loro sforzi nel trattare con circa 7.000 persone che sono state in movimento lì».

In questo momento i migranti si trovano nella parte meridionale del Messico e si stanno spostando lungo il versante sud della costa dello Stato del Chiapas, a circa 2.000 km dal confine con gli Stati Uniti. Secondo il Governo messicano – come riporta il ‘The Guardian’ – però, molte persone avrebbero già abbandonato la carovana. 1.699 migranti, infatti, avrebbero richiesto asilo in Messico e 495 honduregni avrebbero chiesto di essere rimpatriati. Intanto, ieri sera verso le 21 locali, oltre 150 cittadini honduregni sono atterrati all’aeroporto Ramón Villeda Morales, in Honduras, dopo essere partiti dal Messico con un aereo della Polizia federale messicana. Due giorni fa, invece, si è registrata la prima vittima lungo il cammino: una persona è morta cadendo da un autocarro mentre cercava di raggiungere il gruppo più numeroso che avanzava a piedi fra Tapachula e Huixtla.

Nonostante i rimpatri, la marcia prosegue e, con questa, continuano anche le lamentele e le minacce di Donald Trump. Il Presidente americano, dopo aver promesso più volte su Twitter di tagliare gli aiuti finanziari per le regioni centroamericane, ha detto di avere «ottime informazioni» sulla presenza di mediorientali lungo la carovana, e di aver allertato «la pattuglia di frontiera e i militari che questa è un’emergenza nazionale». Anche il vice di Trump, Mike Pence, ha bollato come  «inconcepibile» il fatto che «non ci siano persone di origine mediorientale in una folla di oltre 7.000 persone che avanzano verso il nostro confine». Pence, poi, ha detto che la carovana «è stata organizzata da organizzazioni di sinistra e finanziata dal Venezuela», così come gli è stato riferito, durante una telefonata, dal Presidente honduregno Juan Orlando Hernández.

Successivamente, però, è stato lo stesso Trump ad autocensurasi sulla questione, ammettendo che «non ci sono prove di nulla, ma potrebbero esserci benissimo». La ‘CNN’ ha chiesto informazioni sulla effettiva presenza di mediorientali nella carovana al Dipartimento di Sicurezza Interna degli Stati Uniti d’America (DHS), il quale non è stato in grado di fornire nessuna prova. Anche giornalisti che viaggiano con la carovana non sono stati in grado di fornire alcuna prova a sostegno delle affermazioni di Donald Trump.

Per quanto riguarda, invece, l’organizzazione delle partenze, molti migranti honduregni hanno detto di essere giunti a conoscenza della carovana tramite post su sui social media, specialmente su Facebook, così come sta avvenendo con i salvadoregni. In origine, Bartolo Fuentes, ex parlamentare e attivista sociale dell’Honduras, aveva diffuso la parola tra gli honduregni, chiamandoli ad incontrarsi alla stazione degli autobus di San Pedro Sula per lasciare il Paese. Dopo le iniziali minacce di Trump, però, la Polizia guatemalteca ha arrestato Fuentes mentre si trovava nel mezzo della folla oceanica la scorsa settimana.

Secondo altre fonti, invece, dietro l’organizzazione della carovana ci sarebbe l’associazione impegnata nella difesa dei diritti dei migranti, Pueblo Sin Fronteras, il cui  direttore, Irineo Mújica, è stato arrestato nella giornata di ieri in Messico, precisamente nel comune di Suchiate, al confine con il Guatemala. La detenzione di Mújica ha destato preoccupazione e sdegno tra i compagni che, nell’account Twitter ufficiale dell’organizzazione, hanno spiegato come l’arresto sia avvenuto tramite l’uso della forza e della violenza e senza nessuna apparente motivazione. L’organizzazione si dice estranea ai fatti – anche se aveva già organizzato le carovane, più piccole, che dal Centro America hanno cercato di raggiungere gli USA nell’aprile scorso- ma un’intervista, pubblicata sul sito del quotidiano messicano ‘La Jornada’, inchioderebbe Denis Omar Contreras, che, come si legge, è «uno dei rappresentanti della carovana e membro dell’organizzazione Pueblo Sin Fronteras che accompagna i contingenti». Tutto, però, è ancora da verificare e non vi sono, a parte gli arresti di Mujica e Fuentes, posizioni o provvedimenti ufficiali e, tantomeno, dichiarazioni che possano far luce sulla reale organizzazione della marcia.

Al momento, dunque, non ci sono prove da chi sia guidata realmente la carovana, se non dalla speranza degli stessi honduregni di avere una vita migliore e meno complicata.

Indipendentemente dalla reale identità – se esiste – di chi abbia spinto queste migliaia di persone a partire dall’Honduras, la notizia delle ultime ore è quella di un’altra carovana in partenza da El Salvador, organizzata per fine ottobre, e che sta progettando  -tramite comunicazioni sui social media, in particolare su un gruppo Facebook chiamato El Salvador Emigrates for a Better Future– di percorrere tutto il Guatemala e raggiungere il Messico attraverso la città di Tecun Uman. L’emittente americana ‘NBC News’ afferma di essere in possesso di un report governativo del Dipartimento di Sicurezza Interna, il quale dice che sta monitorando le comunicazioni dei membri dei caravan, incluso un gruppo WhatsApp di 230 membri che intende partire il 31 ottobre. Nonostante la paura di ritrovarsi tra i migranti degli elementi riconducibili alle gang del Triangolo del Nord, il rapporto indica che i primi membri della carovana sono famiglie con bambini.

In controtendenza, rispetto ai capi di Stato di Guatemala, Messico e Honduras, i quali si sono allineati alle posizioni di Trump ed hanno schierato agenti nei propri confini, il Presidente salvadoregno, Salvador Sánchez Cerén, ha dichiarato che «per noi emigrare è un diritto umano, quindi dobbiamo rispettare i diritti dei migranti, siamo totalmente contrari alla politica di Donald Trump». Sánchez Cerén ha anche fatto notare come a El Salvador abbiano sviluppato programmi con le proprie forze tramite i quali hanno ridotto l’emigrazione e le uccisioni. Programmi che non sono il risultato degli aiuti che gli Stati Uniti dà al Paese e che ora minaccia di ritirare.

El Salvador, a differenza degli altri Paesi centroamericani, non sta affrontando una crisi socio-politica e il livello delle libertà civili e diritti dei cittadini è abbastanza buono. Secondo Fredoom House, un’organizzazione indipendente di sorveglianza dedicata all’espansione della libertà e della democrazia in tutto il mondo, «le elezioni in El Salvador sono generalmente credibili e libere. Il Paese gode di una vivace stampa». I problemi maggiori sono legati, però, alla corruzione ed alla violenza delle gang, che rappresentano una vera piaga sociale nel Paese che si affaccia sul Pacifico.

Il tasso degli omicidi degli ultimi anni è spaventoso. Per tre anni consecutivi, dal 2014 al 2016, El Salvador è stato il Paese non in guerra con il più alto tasso di omicidi al mondo ogni 100.000 abitanti: 68,6 omicidi nel 2014; 103 nel 2015; 81,2 nel 2016. Il 2015, con 6.650 morti, è stato l’anno solare in cui si è registrato il maggior numero di omicidi, con un aumento del 70% rispetto all’anno precedente. Cifre che da allora sono in calo: infatti, nel 2016 sono stati accertati 5.278 omicidi, mentre nel 2017 ‘solamente’ 3.947.

Così come per l’Honduras, un così alto tasso di violenza è dovuto alla presenza ad alla guerra tra le gang MS13 e Barrio 18, la quale è divisa in due fazioni, Sureños e Revolucionarios.

Crisis Group ha calcolato che in 13 anni, dal 1993 al 2016, nel Paese sono stati commessi circa 93.000 omicidi – la metà dei quali da attribuire alle gang – mentre la guerra civile salvadoregna, che dal 1979 al ’92 ha visto affrontarsi i ribelli comunisti del FMLN (Frente Farabundo Martí para la Liberación Nazional) e le forze conservatrici e militari, ha causato circa 75.000 morti.

La guerra civile – che, oltre i morti, ha portato mezzo milione di salvadoregni a migrare verso gli USA- ha lasciato dietro di sé una popolazione sconvolta e militarizzata, alla quale si sono aggiunti i rimpatri di molti criminali dovuti alle politiche di deportazione che gli Stati Uniti hanno adottato verso le fine degli anni ’90. Ciò ha portato ad una conseguente proliferazione delle bande criminali, grazie anche all’arruolamento di giovani leve, che si contendono il territorio in lotta tra loro. Una tregua tra gang era stata raggiunta durante il 2012 – ed i dati confermano il minor numero di morti – ma la cessazione di questa ‘pace’, nel 2015, ha fatto riesplodere la violenza.

FMLN e ARENA (Alianza Republicana Nacionalista), il partito erede dell’élite conservatrice, hanno sfruttato il tema della politica di sicurezza a fini elettorali. «Sebbene il Governo sia cambiato di mano, i metodi di sicurezza non sono cambiati: le detenzioni di massa e l’incarcerazione, così come la militarizzazione delle forze di Polizia, sono diventate una procedura standard sia sotto il dominio delle élite di destra sia degli ex guerriglieri», riporta Crisis Group. Dopo vari progetti che, su più livelli, hanno cercato di ridimensionare il fenomeno della criminalità organizzata, la nuova ondata di violenza ha fatto sì che il Governo adottasse nuovamente misure preventive più dure e metodi repressivi più cruenti. Così, «le accuse di brutalità della polizia e di esecuzioni extragiudiziali si sono moltiplicate».

Povertà e violenza, dunque, hanno contribuito e stanno tuttora contribuendo all’esodo dei salvadoregni verso gli Stati Uniti. Come riporta il MPI (Migrant Policy Institute), dal 1990 al 2016, il numero dei salvadoregni all’interno dei confini statunitensi è salito da 465.000 a 1.387.000.

La diaspora salvadoregna non è presente solamente negli Stati Uniti. Secondo le stime delle Nazioni Unite del 2017, infatti, una forte presenza di cittadini originari di El Salvador è attestata –seppur in minor unità rispetto agli USA- in Canada (51.000), Guatemala (20.000), Costa Rica (14.000), Italia (13.000) e Australia (12.000).

La migrazione salvadoregna, dunque, non è un fenomeno recente inserito nel contesto della contemporanea carovana di migranti che sta cercando di raggiungere gli USA in queste ultime settimane, ma ha radici sociali e storiche ben più profonde. Cercare individui o organizzazioni a cui addossare la colpa di questi movimenti è assolutamente fuorviante ed irresponsabile, tenendo conto del tessuto sociale con cui ogni giorno si confrontano i salvadoregni

Non sono solo i cittadini di El Salvador e dell’Honduras, però, ad essere oppressi da problemi socio-politici, piuttosto che dalla criminalità o dalla diffusa povertà, ma in quasi tutto il Centro America ci sono tensioni e piccoli focolai che potrebbero esplodere da un momento all’altro e spingere altre persone a migrare verso l’America settentrionale.

Uno dei casi più scottanti, ad oggi, è il Nicaragua. Avevamo già trattato dei disordini scoppiati nel periodo compreso tra aprile e agosto di quest’anno e che hanno portato ad un’escalation di numerose proteste da parte dei cittadini ed a conseguenti violente repressioni del Governo guidato da Daniel Ortega, il quale non ha fatto altro che buttare alcol sul fuoco con l’approvazione di una nuova, e molto criticata, legge-antiterrorismo. Violenze che avevano spinto le Nazioni Unite a stilare fare un dettagliato report sugli abusi commessi, in questo arco di tempo, dalle autorità e delle forze dell’ordine nicaraguensi. La situazione, però, che sembrava essersi stabilizzata, si sta nuovamente surriscaldando. Molti migranti hanno cercato rifugio in Costa Rica, che rappresenta un’eccezione nel panorama socio-politico caraibico. Epsy Campbell Barr, Ministro degli Esteri e primo vicepresidente del Costa Rica, ha detto che la crisi del Nicaragua, che non si sa bene quando potrà finire, sta minacciando di «diventare troppo grande per un Paese con le condizioni del Costa Rica». Quest’anno, 24.000 nicaraguensi hanno fatto domanda di asilo in Costa Rica e, nonostante l’ottimo lavoro delle autorità costaricane, molti politici locali hanno chiesto al Governo federale l’invio di agenti di polizie nelle zone di confine col Nicaragua. Tra i nicaraguensi emigrati, invece, sono presenti molti dei leader che nei mesi scorsi hanno guidato le proteste in piazza contro il Governo e che ora vivono col timore che Ortega abbia potuto inviare delle spie in Costa Rica e possano essere, quindi, soggetti a ritorsioni.

Intanto si sono mosse le organizzazioni della Chiesa Cattolica dell’America latina e dei Caraibi, riunite nella Red Clamor, che hanno diffuso un documento in cui ribadiscono che  «la mobilità umana deve essere considerata un diritto fondamentale, ragion per cui rigettiamo qualsiasi forma di criminalizzazione e violenza contro le persone che emigrano», e come i migranti centroamericani odierni scappino da dure situazioni che «attentano ai loro diritti fondamentali e, non poche volte, alla loro vita».

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