domenica, Novembre 17

El Salvador, il riscatto in una tazzina di caffè

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Expo non è solo il palcoscenico da cui le economie sviluppate del pianeta o quelle in via di sviluppo raccontano i loro punti di forza; se si tende l’orecchio al di là dei mega padiglioni del Decumano, si possono sentire, spesso provenienti dai cluster tematici che ospitano i Paesi più piccoli, le voci di popoli dalla storia recente travagliata oppure schiacciati da condizioni ambientali sfavorevoli. E che proprio sui temi dello sviluppo agricolo e alimentare devono percorrere ancora molta strada. In questo senso El Salvador raduna in sè queste due opzioni poco desiderabili: un passato ingombrante e limitazioni geografiche importanti. Lo Stato centroamericano è infatti il meno esteso di questa porzione di mondo, ma quello con la densità di popolazione più alta e tra l’altro in aumento, vista lalta natalità; questo mix di fattori ha creato unirrimediabile scarsità di aree produttive dal punto di vista agricolo, condannando il Paese alla non autosufficienza alimentare e a volumi di export modesti.
L’unica soluzione sarebbe l’aumento della produttività per ettaro coltivato, ma El Salvador è afflitto anche da una cronica mancanza di infrastrutture, da scarsi investimenti domestici e poi è la struttura stessa della sua agricoltura ad aver tenuto fin qui le porte chiuse alla meccanizzazione e a tecniche agricole all’avanguardia. Per quanto meno diffusa di un tempo nel Paese rimane infatti predominante una divisione delle terre in grossi latifondi, che sono sinonimo di scarsa competitività sul mercato, poca propensione all’innovazione e diseguaglianza sociale. Molti Paesi del Sud e Centro America hanno da tempo ridimensionato la piaga socioeconomica del latifondo, ma San Salvador ha una storia recente, sconosciuta ai più, che ancora allunga le sue ombre sul presente.
Dopo la fine del secondo conflitto mondiale, il Paese fu travolto da decenni di dittature militari, con golpe e contro golpe a ripetizione, un conflitto armato con il confinante Honduras, la formazione di una sanguinosa guerriglia permanente di stampo comunista e frequenti ingerenze degli Stati Uniti nella politica interna. In questo caos permanente, i grandi latifondisti consolidarono un potere parallelo che nemmeno alcune Giunte militari interessate a varare un qualche tipo di Riforma agraria, poterono mai scalfire. Così El Salvador, dopo un processo internazionale di pacificazione quasi ventennale conclusosi a metà anni ’90, si è avviato in ritardo verso la normalizzazione politica e la difficile ricostruzione, quando non proprio una costruzione ex novo, di un tessuto economico in grado di garantire se non altro la sicurezza alimentare, oltre che un’auspicabile apertura ai capitali stranieri per un Paese che mette insieme un Pil di poco inferiore ai 50 miliardi di dollari.
Tra l’altro leconomia salvadoregna necessiterebbe di diminuire l’altissima correlazione economica con gli Stati Uniti, sia dal punto di vista finanziario (il dollaro è stato adottato come valuta ufficiale dal 2001) che commerciale. Ma cosa può offire El Salvador oggi al mondo e che cosa chiede al suo futuro? Lo abbiamo chiesto al direttore del padiglione qui a Expo, Eduardo Vides Larìn, da trent’anni nel nostro Paese e con un lunga esperienza da diplomatico presso le ambasciate salvadoregne in Italia e in Vaticano.

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