lunedì, Gennaio 27

Egitto: Zohr nelle mani di ENI e dell’ elite militari Il coinvolgimento delle sistema economico egiziano in mano alle Forze armate del Paese nel business del giacimento più importante dell’Egitto del dopo- Mubarak, ne parliamo con Giuseppe Dentice analista esperto di Nord Africa e Medioriente dell’ISPI

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È stata celebrata ieri, 31 gennaio, la cerimonia ufficiale di inaugurazione del giacimento Zohr in Egitto alla presenza del Presidente egiziano, ʿAbd al-Fattāḥ Al-Sisi, e l’amministratore delegato dell’Ente Nazionale Idrocarburi- ENI, Claudio Descalzi.

Il giacimento è stato scoperto dalla società italiana nel 2015, e sarebbe in grado di soddisfare il fabbisogno di gas del Paese nordafricano per decenni.

Per analizzare le dinamiche economiche attorno al giacimento di Zohr, e dove ENI andrà a investire, sembra sia imprescindibile considerare il ruolo dei militari egiziani. Infatti, nel corso della storia moderna e contemporanea del Paese, le Forze Armate Egiziane hanno ricoperto un ruolo fondamentale non solo nel processo di trasformazione politica, ma anche nelle dinamiche e sviluppi economici. Non è un caso se, dal 1956 – a seguito del colpo di Stato realizzato dai Liberi Ufficiali nel 1952 con Gamal Abd Al-Nasser sino ad oggi tutti i Presidenti d’Egitto – ad eccezione di Mohamed Morsi – siano ex-ufficiali dell’Esercito. Per quanto riguarda l’ingerenza delle Forze Armate egiziane nell’economia del Paese, è possibile individuare una sorta di continuità sin dal lontano 1962. Si tratta di una presenza sempre più palese che è riuscita a penetrare più settori. Ad esempio, con il socialismo di Al-Nasser, nel 1962 tutti i beni economici appartenevano allo Stato. Quest’ultimo ha creato imprese pubbliche, affidando la loro gestione a militari e compagnie statali.

Le cose sembrava fossero cambiate con l’avvento del nuovo Presidente d’Egitto, Anwar Sadat , negli anni ’70, quando il corpo militare venne marginalizzato e privato della suo potere economico sino ad allora detenuta. Quando, però, arrivò al potere Mubarak (1981), i militari hanno riacquisito il loro ruolo ordinario, riappropriandosi dei già noti privilegi economici. Pare che lo stesso si possa affermare per quanto riguarda il breve mandato di Mohamed Al-Morsi, e l’attuale presidenza di Al-Sisi.  I militari avrebbero recuperato i loro privilegi ed ingerenza nell’economia del Paese. Un dato che inevitabilmente altera gli equilibri del mercato egiziano stesso.

L’esercito vanta, così,  non solo la grande capacità di adattarsi al cambiamento socio politico strutturale del Paese, ma di aver acquisito una sempre più evidente ingerenza nella sua economia.

Secondo quando riporta ‘Brookings’ , l’11 novembre 2016 il Fondo Monetario Internazionale (FMI) e l’Egitto hanno firmato un accordo di prestito pari a 12 miliardi di dollari per affrontare le vulnerabilità macroeconomiche e promuovere la crescita inclusiva e la creazione di posti di lavoro nel Paese.

L’Egitto si trova, così, ad affrontare una sfida multidimensionale che tocca la sfera economica, ma anche quella politica e sociale. Spetta, quindi, al prossimo Presidente in carica un compito arduo e complesso.

Considerando, però, il contesto economico egiziano d’oggi, l’ingerenza dell’Esercito nell’economia e l’inaugurazione del giacimento Zhor, abbiamo intervistato Giuseppe Dentice, analista esperto di Nord Africa e Medioriente dell’ISPI, per capire se da questo stabilimento Eni andrà a creare – o meno – business con le imprese controllate dall’Esercito.

Negli anni 2000 il Presidente Mubarak pianificò la successione di suo figlio, Gamal, ma doveva soddisfare le pretese dei militari. Per poterlo fare militarizzò il settore petrolifero egiziano, dato che i generali in pensione gestivano numerose compagnie di gas naturale e petrolio. Ad oggi, la situazione è rimasta invariata? 

Parzialmente, o almeno all’apparenza, dal momento che i militari continuano ad avere la loro forza nel contesto politico, economico e sociale egiziano. Non è un caso che, secondo dati ufficiosi, le Forze Armate controllino una fetta di PIL tra il 20% e il 40% – sebbene ufficialmente un documento della presidenza della Repubblica dichiari che ne controllino solo un 2%. Le Forze Armate in Egitto sono una forza totale con interessi ovunque, dal cinema all’editoria, alla farmaceutica, all’agricoltura o al cemento. Questo indica che sono un attore importante e capace di definire, in un certo senso, anche le trasformazioni politiche del Paese. Si può, dunque, asserire che i militari in Egitto rimangono tutt’oggi un attore impressionante e importante. Questo però, non esclude il cambiamento. Ci sono stati numerosi attriti tra la forza militare e la presidenza, come ad esempio con Sadat, o anche Mubarak. Il rapporto tra Presidenza ed Esercito in Egitto è dettato dalla capacità di detenere il potere. Chi ha il potere definisce la gestione stessa delle Forze Armate, e il loro indirizzo politico. Sia Sadat che Mubarak cercarono di allargare a più forze la capacità di detenere il potere, quasi come fosse una sorta di oligarchia. Così facendo, impedivano che una forza preponderante potesse emergere – e nella fattispecie i militari -, senza che nessuno ottenesse un potere reale e oggettivo. Questa competizione interna al sistema di potere egiziano esiste ancora oggi. È comunque innegabile che i militari dettino l’agenda politica, ma soprattutto quella economica. Infatti, il loro potere è tale da poter incidere in maniera preponderante soprattutto nell’economia.

Qual è il valore di tipo aziendale che si stima per le Forze Armate egiziane? Quali sono i settori più gettonati?

Il petrolifero è uno di questi settori sicuramente. Ulteriori campi di loro interesse comprendono le infrastrutture, i trasporti – la logistica in generale. Un esempio pratico che illustra entrambi i settori può essere il ‘raddoppiamento’ del nuovo canale di Suez. Quest’operazione è stata realizzata con capitali egiziani provenienti da aziende e industrie di proprietà dello Stato, nella fattispecie di soggetti legati al mondo militare (di qualsiasi grado), e quindi tutti soggetti pienamente implicati nella leva di potere ordinaria politica, ma anche – e soprattutto – economica.

L’ingerenza dei militari nell’economia del Paese come penetra poi nella società egiziana?

Detenendo una fetta così ampia di potere, le Forze Armate egiziane sono sostanzialmente i datori e i fruitori di lavoro. Nel primo caso, pagando la manodopera sono loro che danno lavoro alla popolazione. Nel secondo caso, sono sempre loro ad accaparrarsi le commesse che, in un sistema liberale o democratico,  lo Stato dovrebbe affidare mediante una gara. Quello egiziano è un sistema differente dove lo Stato da le commesse a soggetti ben precisi.

Il ‘Brookings’ scrive che «..l’acquisto di beni privati da parte dell’esercito egiziano rimane un deterrente per gli investimenti interni e stranieri, perché il settore privato teme di non essere in grado di competere con un’Istituzione – l’esercito – così potente e connessa. Questo suo intervento…crea una distorsione del mercato stesso..una generale mancanza di supervisione politica e legale delle attività economiche del settore militare può anche portare a una crescente inquietudine per gli investitori». Considerando questa osservazione, è quindi possibile asserire che l’ingerenza economica da parte dell’esercito scoraggi il settore privato e gli investimenti stranieri in Egitto?

È assolutamente così. Una così grande e pervasiva presenza militare nelle attività economiche dello Stato  rende le Forze Armate una sorta di para-Stato, in quanto influenza non solo il settore pubblico, ma anche l’intera economia, e scoraggia qualsiasi iniziativa privata e anche straniera. Quando si sente parlare di ‘attrarre il capitale estero’ ci si riferisce principalmente al tentativo di portare nuove risorse nel Paese, e di far girare l’economia. In Egitto questo diventa difficile, visto che gli spazi ‘economici’ sono già tutti occupati da altri attori. Una realtà simile allontana naturalmente l’interesse di investitori stranieri. Ci sono, poi, manifestazioni dettate da ‘cattiva governance’, come corruzione, clientelismo, ovvero fenomeni negativi che minano inevitabilmente l’ ‘appeal’ per gli investitori stranieri. In sintesi, quello egiziano è un mercato comunque ampio e potenzialmente importante, ma la presenza dei fattori elencati poc’anzi non favoriscono una piena concorrenza, e quindi l’investitore straniero è poco attratto.

Qual è una soluzione possibile?

L’Egitto sta cercando di creare delle aperture mediante il piano di finanziamenti del Fondo Monetario Internazionale, ovvero dei fondi prestati in maniera condizionata per la creazione di riforme volte a favorire una maggiore liberalizzazione, un mercato più competitivo e una maggiore capacità anche di attrarre investimenti dall’estero. Questa potrebbe essere una misura risolutiva. Tutto ciò, chiaramente, rischia di divenire un tentativo vano se le condizioni di partenza rimangono le stesse, e cioè se i militari mantengono una forza così preponderante nell’economia. È difficile credere che la misura del FMI, per quanto importante e palliativa nel breve periodo, possa essere utile nel lungo termine. C’è, quindi, il rischio di trovarsi al punto di partenza.

Considerando l’ingerenza delle Forze Armate egiziane nell’economia del Paese, e lo scoraggiamento del settore privato e di investimenti stranieri, come dovremo interpretare l’inaugurazione del giacimento di Zhor di ieri e l’investimento di ENI? Da questo stabilimento ENI andrà a creare business con le imprese controllate dall’Esercito?

Come si suol fare business in Medioriente, ENI partecipa all’investimento di Zhor attraverso una co-partecipazione. C’è capitale italiano, ma anche capitale locale gestito dallo Stato. Sono, quindi, aziende che lavorano in partnership. È chiaro che il rischio che vi siano all’interno soggetti direttamente legati all’élite militare è molto probabile, però ciò non toglie che il business va anche oltre queste sottigliezze – anche se è ingiusto definirle tali. La questione è semplice nella sua complessità. Creare business in queste realtà, come fa ENI e qualsiasi altra società impegnata nel mondo del petrolio – o qualsiasi altro settore- , implica la ricerca di attuare delle proprie strategie di internazionalizzazione, nel tentativo di creare nuove aperture e di avere nuovi mercati su cui poter investire e lavorare. ENI si è comportata come altre società (British Petroleum, Total, Rosneft, etc..). Bisogna, poi,  ricordare che ENI e Governo egiziano possiedono solo il 60% del pozzo Zhor, l’altro 40% è diviso tra Rosneft– al 30% – e British Petroleum – al 10%. ENI, infatti, ha venduto delle parti di quote per cercare di finanziare le proprie attività. Questo è stato un modo che ha permesso all’impresa italiana di rientrare -economicamente – dell’investimento fatto. Parliamo, infatti, di cifre importanti che hanno portato all’apertura del giacimento in tempi record – nell’arco di circa 2 anni e mezzo. Si prevede che le entrate derivanti dallo sfruttamento delle risorse di Zhor porteranno a una presumibile sufficienza energetica egiziana ma, ovviamente, anche al pagamento di royalties nei confronti di ENI per lo sfruttamento di queste risorse.

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